Archivi del mese: marzo 2012

Militari italiani ’occuperanno’ la Somalia: tra pirati, giacimenti di petrolio e traffico di rifiuti

Uomini dell’Esercito Italiano svolgeranno, a partire dai prossimi giorni, missioni antipirateria sul territorio somalo. La notizia è di pochi giorni fa: il sito ufficiale della Missione Atalanta ha comunicato l’autorizzazione dell’Unione Europea affinché le forze militari partecipanti possano effettuale operazioni antipirateria non più solo in mare (come era accaduto finora), ma anche in terra. La scadenza della missione è stata fissata per il 31 dicembre 2014.

Ma cos’è la Missione Atalanta? Si tratta dell’operazione navale dell’Unione Europea atta a prevenire e reprimere gli atti di pirateria marittima lungo le coste della Somalia (in sostegno alle Risoluzioni 1814, 1816, 1838 e 1846 adottate nel 2008 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite).

Il suo mandato consiste nel proteggere le navi mercantili che transitano da e per il Mar Rosso. Inoltre i militari impegnati nella Missione Atalanta svolgono attività di scorta alle navi mercantili del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, incaricate di consegnare aiuti alimentari in Somalia.

Basti pensare che, solo negli ultimi anni, gli attacchi dei pirati a navi occidentali sono notevolmente aumentati. Per ricordare solo quelle italiane: l’8 febbraio 2011 è stata sequestrata la petroliera Savina Ceylin da 105.000 tonnellate di greggio. La nave è stata rilasciata solo a fine dicembre 2011. Il 27 dicembre è statasequestrata la nave Enrico Ievoli. Altro attacco lo scorso 15 gennaio alla cisterna Valdarno, sventato da una squadra della Marina Militare italiana dopo che l’equipaggio aveva dato l’allarme via radio.

Alla Missione Atalanta partecipano 17 paesi: oltre all’Italia, anche Germania, Belgio, Bulgaria, Croazia, Spagna, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Serbia, Svezia e Portogallo.

Se finora la Missione Atalanta si era limitata a operazioni in mare, talvolta con il supporto di elicotteri da guerra, l’autorizzazione dell’Unione Europea ad effettuare pattugliamenti e distruggere basi logistiche dei presunti pirati anche a terra rappresenta, per diversi osservatori, una vera e propria invasione della Somalia.

“Con la possibilità di operare all’interno del territorio somalo, sulle sue ‘spiagge’, si verifica un vero e proprio cambiamento del mandato di Atalanta – ha detto al quotidiano tedesco ‘Taz’ il deputato dei Grünen, Omid Nouripur – Dalla prevenzione degli atti di pirateria alle operazioni in una zona specifica d’intervento, questo è già un primo passo verso la creazione di una forza d’occupazione: nient’altro che una lucida follia”.

Afyare Elmi (docente di relazioni internazionali presso la Qatar University), intervistato da Al Jazeera, non ha esitato a giudicare “inefficace e inefficiente” la decisione di effettuare operazioni a terra. “Anche perché – ha proseguito – non risolve il problema dei rifiuti tossici trasportati in Somalia”. 

Quello dei rifiuti tossici è il filo che lega da anni Italia e Somalia. La stessa Ilaria Alpi – inviata a Mogadiscio per il TG3 – probabilmente aveva scoperto proprio un traffico di armi e rifiuti in cui anche l’Esercito e altre istituzioni italiane erano coinvolte. Ilaria Alpi fu uccisa il 20 marzo 1994 insieme all’operatore televisivo Miran Hrovatin. Sempre in Somalia circa un anno prima venne ucciso, durante un agguato, il sottoufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi, informatore della giornalista proprio riguardo il traffico di illecito di rifiuti. La stessa Direzione Nazionale Antimafia ha denunciato recentemente il traffico di armi e rifiuti verso la Somalia. Non si può escludere, dunque, che all’interno delle navi dirette nel Paese africano siano presenti container di scorie: è la stessa magistratura a rivelarlo. Perché, dunque, il pattugliamento degli uomini della Missione Atalanta non cerca di scovare anche questo traffico? E’ sufficiente la repressione della Pirateria per rendere quella zona di mare sicura?

Del traffico di rifiuti tossici tra Italia e Somalia ha parlato anche un dettagliato rapporto di GreenPeace intitolato The Toxic Ships: the italian hub, the mediterranean area and Africa. 

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Ma oltre ai traffici illeciti di rifiuti e armi ci sono gli interessi economici delle multinazionali. Ad esempio la Total, che in un comunicato pubblicato sul suo sito internet lo scorso 21 settembre ha annunciato l’acquisizione di un pacchetto di azioni (pari a un totale del 40%) in cinque blocchi di esplorazione offshore nel bacino di Lamu, situato nel nord del Kenya, non distante dal confine con la Somalia. Proprio l’area marittima di fronte a Lamu è tra quelle predilette dai Pirati somali.

Anche l’Italia ha i suoi interessi da tutelare. L’Eni – il quinto gruppo petrolifero mondiale – possiede infatti giacimenti nel vicino Yemen. Anche per questo navi petrolifere del nostro Paese battono spesso il Golfo di Aden, “infestato” dai pirati: molti, non a caso, provenienti proprio dalla Somalia.

Si profila per l’Italia, dunque, l’ennesima missione militare all’estero. Se in Afghanistan siamo andati con il pretesto della democratizzazione del Paese e in Iraq intendevamo scovare armi di distruzione di massa, stavolta i nostri militari andranno a caccia di presunti pirati sulle coste somale. Un modo come un altro per non dire la verità sugli interessi economici nel Paese africano. In attesa, tra l’altro, che qualcuno metta fine al traffico di rifiuti che trasformano quell’area nella pattumiera dei Paesi industrializzati.

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Il Gavia ’88 in una canzone degli Offlaga Disco Pax: bella come un romanzo

Johan parcheggiò la bicicletta contro il parapetto ed entrò nella roulotte in braghe corte, perchè fuori nevicava l’universo nonostante fosse giugno. Batteva i denti irrigidito mentre i suoi due nuovi amici rimasero stupiti dalla visita a sorpresa. Gli offrirono un the caldo damandandogli perchè in quella discesa, durante la bufera, il ghiaccio e la paura, non si fosse ben coperto. L’olandese in bicicletta rispose col suo accento gutturale parole incomprensibili e finito lo spavento si riaffacciò alla strada, mentre altri sventurati su due ruote scendevano prudenti quei tornanti in mezzo alla tormenta protetti dal moncler. Lui restò ancora un poco a godersi il tepore improvvisato e dopo un paio di bestemmie protestanti tornò in sella al suo cavallo verso la valle che incombeva.

Eppure un quarto d’ora prima Johan era solo lassù in cima. Staccò tutti lungo il Gavia pedalando su un viscido sterrato mentre intorno era come se l’inverno in Val Camonica non fosse mai finito. Raggiunse quel passo a quota siderale mentre i fiocchi sulla testa evaporavano al contatto della pelle incandescente e arrivato fino a lì continuò a far finta che il freddo non ci fosse. Tirò dritto come se Bormio stesse nei dintorni e non quaranta chilometri più in basso.
In quella roulotte ci finì con un principio di assideramento tre minuti dopo, che a scender dopo tutto quello sforzo sudato e bagnatissimo a cinque gradi sotto zero indossando solamente una maglia ciclamino ci vuole del coraggio e una certa dose d’impazienza.

Ci arrivò da stoccafisso, a Bormio, l’olandese Van der Velde. Quasi morto e con quarantasette minuti di ritardo.
Ma di quel traguardo si ricordano certo più di lui che dell’altro tulipano che giunse primo in quella tappa disgraziata o dell’americano che vinse poi il Giro d’Italia la cui cima Coppi era un pò troppo congelata.
Quel metro di neve sulle Lepontine Retiche, affrontato con una bicicletta al posto della slitta, vale quanto l’alpinismo estremo senza bombole d’ossigeno tra le inviolate vette del Pamir.

Rapimenti, attentati, epidemie. Ecco i Paesi dove è sconsigliato recarsi


Rossella Urru rapita in Mali. Paolo Bosusco e Claudio Colangelo ostaggi di un gruppo estremista indiano. E ancora: Maria Sandra Mariani, rapita oltre un anno fa a 250 chilometri da Djanet, in Algeria.Giovanni Lo Porto, nelle mani di un gruppo terroristico pakistano. Altri sei italiani rapiti dai Pirati nel Golfo dell’Oman, mentre erano a bordo del mercantile Enrico Ievoli.
Questi sono i nostri connazionali ancora ostaggio di gruppi armati. Lavoratori, volontari impegnati nella cooperazione internazionale, talvolta veri e propri “lupi di mare”, viaggiatori estremi.

E’ del tutto evidente che ci sono zone del mondo dove è assai rischioso recarsi. Pirati, gruppi estremisti politici, ma anche aree con violente epidemie e altre con esplosioni di violenza legate a disordini politici interni.

Quella che segue è una lista – assolutamente parziale e aggiornata al 20 marzo 2012 – dei Paesi nei quali è “sconsigliato” recarsi, o dove è bene tenere alto il livello di guardia. Le informazioni provengono dal Ministero degli Esteri, per l’esattezza dal sito Viaggiare Sicuri curato dalla Farnesina, a cui è sempre buona norma dare un’occhiata se ci si appresta a fare un lungo viaggio. Dalla lista sono esclusi, per ovvi motivi, i Paesi in guerra e quelli coinvolti dalle ribellioni della Primavera Araba (Siria, Egitto, Libia, Emirati Arabi…).

Le informazioni sono aggiornate quotidianamente. Noi vi proponiamo gli “ultimi avvisi”: ciò non vuol dire che negli altri Paesi la situazione è tranquilla, così come non significa che laddove segnalato accadrà sicuramente qualcosa di grave. Ci pare una banalità, ma è meglio precisarlo, a scanso di equivoci. In alcuni casi le informazioni possono apparire esageratamente allarmistiche, tuttavia è bene sapere che si tratta di notizie raccolte dai funzionari della Farnesina quotidianamente. Naturalmente, comunque, il buon senso e la prudenza sono le uniche “armi” che abbiamo a disposizione quando ci rechiamo in Paesi particolarmente “difficili”.

Indonesia (vai all’avviso): il rischio principale è quello di imbattersi in terremotieruzioni vulcaniche o violente alluvioni, specie ora che siamo ancora nella stagione delle piogge. Ma non solo, la Farnesina spiega anche: “Alla luce di recenti episodi di tentato abbordaggio di natanti da turismo da parte di pirati lungo le coste indonesiane, si invita alla massima cautela nell’unirsi a crociere o percorsi di navigazione, scegliendo sempre natanti di comprovata sicurezza. Assolutamente sconsigliata la navigazione solitaria o con insufficiente equipaggio”.

Giappone (vai all’avviso): dopo lo Tsunami dello scorso anno la situazione è notevolmente migliorata, benché resti attuale il consiglio di non recarsi a Fukushima e di rimanere almeno a 30 chilometri dalla città. Il Giappone tuttavia è un Paese dove il rischio sismico resta sempre alto (l’ultima forte scossa lo scorso 14 marzo). “Si consiglia – spiega Viaggiare Sicuri – ai connazionali cautela e di evitare le zone ove maggiore potrebbe essere l’esposizione al rischio. Per maggiori informazioni al riguardo si consiglia di consultare questo sito. Il Governo Metropolitano di Tokyo ha predisposto un dettagliato  manuale in lingua giapponese e inglese che contiene tutte le informazioni necessarie su come agire in caso di terremoto”.

Filippine (vai all’avviso): “Nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 2011 – spiega la Farnesina – la tempesta tropicale ‘Sendong’ (nome internazionale ‘Washi’) ha colpito con grande intensità il Sud delle Filippine (in particolare le città di Iligan e di Cagayan de Oro in Mindanao e Dumaguete nell’isola di Negros), causando una devastante alluvione che ha provocato oltre 1.250 vittime. Ancora centinaia i dispersi, e circa 150.000 gli sfollati. La situazione nelle aree colpite (in particolare in Mindanao) è ancora di grave emergenza, nonostante l’opera di soccorso delle Autorità civili, dell’esercito e di alcune Ong. Si sconsigliano viaggi nelle zone colpite (ma in generale è sconsigliata, per ragioni di sicurezza, tutta l’isola di Mindanao)”. Inoltre resta elevato il rischio di attentati a Manila.

Mali (Vai all’avviso): La situazione di sicurezza in Mali è molto critica nelle regioni occidentali, orientali e del nord, con elevato rischio di aggressioni e rapimenti. Particolarmente insicuro è da considerarsi il nord del Paese, soprattutto le regioni di Gao e Timbouctou; molto insicure le zone ai confini con Mauritania, Niger ed Algeria. Disordini si sono registrati anche nella capitale Bamako. “Tenuto conto del progressivo degradamento delle condizioni di sicurezza – avvisano al ministero degli Esteri – si invitano i connazionali a lasciare momentaneamente il Paese, salvo esigenze improrogabili”.

Etiopia (vai all’avviso): L’Etiopia è un Paese sterminato e complessivamente abbastanza stabile. Tuttavia, a causa della presenza nel Paese di gruppi armati antigovernativi, tensioni transfrontaliere ed interetniche in alcune regioni, permangono rischi di sicurezza soprattutto per quanto riguarda le aree di confine e la “Somali Region”. Il rischio di attentati di matrice terroristica, anche in considerazione della possibile infiltrazione di estremisti dalla vicina Somalia, rimane elevato anche nella capitale Addis Abeba. “Recentemente – recita l’avviso – si sono avute notizie di ulteriori tensioni nelle comunita’ rurali della regione di Gambella e nella città omonima. Il 15 marzo 2012, unità militari etiopiche hanno lanciato un attacco mirato contro obiettivi militari eritrei. Tutta l’area di confine (su entrambi i lati dello stesso) tra Etiopia ed Eritrea (leggi l’avviso di questo Paese) è da ritenersi altamente instabile. Si consiglia, pertanto, di evitare viaggi nella suddetta zona”. Ma non c’è solo il rischio di imbattersi in attentati: mettersi alla guida di un’auto è altamente sconsigliato perché le norme stradali sono assai rigide e si può finire in galera anche se le autorità hanno solo un minimo sospetto di violazione del “codice della strada”.

Israele (vai all’avviso)Si tratta, notoriamente, di un Paese assai “complicato”. Negli ultimi giorni, come è noto,l’aviazione ha bombardato per l’ennesima volta la Striscia di Gaza causando decine di morti anche tra i civili palestinesi. Le Autorità israeliane hanno segnalato che in concomitanza con manifestazioni organizzate attorno al 30 Marzo e ed al 15 Aprile prossimi, saranno intensificati i controlli all’ingresso in Israele e sono ipotizzabili fermi di sicurezza precauzionali nei confronti dei viaggiatori stranieri. E’ inoltre possibile che le manifestazioni in questione portino a sensibili incrementi dei tempi di sosta e percorrenza, soprattutto nell’aeroporto di Tel Aviv e nella città di Gerusalemme. “Si raccomanda – spiega la Farnesina – ai connazionali di anticipare o posticipare eventuali viaggi in Israele programmati intorno a quelle date”.

Perù (vai all’avviso)Ha ripreso vigore l’attività eruttiva del vulcano Urbinas, che aveva in passato interessato le Province di General Sanchez Cerro (Dipartimento di Moquegua) e di San Juan Taruacani (dipartimento di Arequipa). Prima di recarsi in queste aree è bene informarsi sulla situazione ed attenersi alle eventuali misure di cautela impartite dalle Autorità locali. Inoltre nei giorni scorsi ci sono state violente precipitazioni che hanno totalmente isolato numerose aree rurali. “Si consiglia – spiega il ministero – di assicurarsi, anche attraverso gli organi di stampa, della praticabilità dell’itinerario scelto”. Per infomazioni al riguardo e aggiornamenti di ultima ora consulare il sito dell’istituto della protezione civile peruviana.

Naturalmente la lista dei “Paesi a rischio” non finisce qui. In Africa sono stati registrati disordini in Congo e Malawi, oltre che in Eritrea, Camerun e Burundi. Si tratta di mete battute principalmente da viaggiatori impegnati nella cooperazione internazionale; più raramente da semplici turisti.

L’Italia è un Paese razzista? Sì, secondo l’Onu (e Zeman). E chi ci guadagna?



Quasi un mese fa la Corte Europea dei diritti umanidi Strasburgo ha condannato l’Italia per i respingimenti dei migranti in Libia, spiegando che il nostro Paese ha palesemente violato l’articolo 3 della convenzione dei Diritti Umani, quello riguardante i trattamenti degradanti e la tortura.

Quattro giorni fa invece il Cerd, organismo dell’Onu che si occupa delle discriminazioni razziali, si è espresso in merito agli sgomberi forzati dei campi rom romani, deplorando “gli sgomberi mirati delle comunità rom e sinte che hanno avuto luogo dal 2008 nel contesto del Decreto Emergenza Nomadi” e rilevando con preoccupazione “la mancanza di adozione di misure correttive, nonostante la sentenza del Consiglio di Stato (vedi testo originale qui) abbia annullato nel novembre 2011 il Decreto Emergenza Nomadi”. Lo stesso Comitato ha invitato l’Italia “ad adottare le misure necessarie per evitare gli sgomberi forzati e a fornire a queste comunità un alloggio alternativo adeguato”.

Il Decreto Emergenza Nomadi venne promulgato nel maggio 2008 dal Governo Berlusconi, nel pieno della propaganda sulla sicurezza promossa in primis dalla Lega Nord ma naturalmente sostenuta, a esclusivo vantaggio del consenso elettorale, da tutta la maggioranza.

La decretazione di Emergenza, tuttavia, è un provvedimento regolato dal diritto internazionale al quale si può fare ricorso solo in caso di grave pericolo per la nazione (catastrofi naturali o guerre). Nel 2008, e per la prima volta, venne applicato a una minoranza etnica, quella romanì, autorizzando il successivo Piano Nomadi del Comune di Roma (giunta Alemanno): sgomberi forzati, campi recintati e sorvegliati da vigilianza armata, condizioni di vita di grave degrado, sovraffollamento, schedature su base etica dei minori: un concentrato di razzismo nei confronti di un gruppo etnico pacifico, stimabile in circa l’uno per cento della totalità della popolazione italiana e assolutamente innocuo.

Il costo del Piano Nomadi è elevatissimo e, come dimostrato dal rapporto dell’Onu e dalla sentenza delConsiglio di Stato, ampiamente ingiustificato. Secondo l’Associazione 21 luglio il comune di Roma ha già speso 6,5 milioni di euro per effettuare 427 sgomberi forzati. Tuttavia l’intera operazione è molto più cara per i cittadini e costerà, solo per la capitale, 34 milioni di euro (fonte: prefettura di Roma). Tra un anno il Comune di Roma avrà speso per ogni ospite del nuovo “villaggio attrezzato” circa 20 mila euro e, per una famiglia di 5 persone, circa 100 mila euro. E altri 2,5 milioni per la scolarizzazione (fortemente deficitaria) dei bambini e 3,5 milioni per la gestione dei due centri d’accoglienza. Tutto denaro pubblico speso nell’illegalità, come spiegato pocanzi.

Ma chi ci guadagna? E’ noto che ogni terreno sgomberato dai “pestilenziali zingari” in breve tempo vede il suo valore rivalutarsi di 3-4 volte, diventando molto appetitoso per gli speculatori edilizi. Secondo Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, “dopo lo sgombero del Casilino 900 Alemanno promise che, entro 3-4 mesi, lì sarebbe sorto un parco pubblico. Niente di tutto questo è stato fatto, e a Roma i costruttori sono i maggiori finanziatori delle campagne elettorali dei politici”. A ciò si aggiungano gli altri appalti: bonificare un campo necessita di ditte di demolizione. Costruirne uno nuovo necessita di ditte di costruzione. Poi ci sono i container, le società di vigilanza, i mediatori culturali da far lavorare, ecc. ecc. Il Piano Nomadi, dunque, rappresenta l’ennesima maccchina clientelare all’italiana? E possiamo parlare di Piano Nomadi Spa?

L’Italia, quindi, è certamente un Paese razzista. Lo è stato con i respingimenti in Libia e lo è ancora, secondo un rapporto dell’Onu, con gli sgomberi forzati e illegali di rom e sinti.

L’ultima notizia è ancora più curiosa. Venerdì scorso il sindaco di Chieti Umberto Di Primio, parlando in televisione di un premio da consegnare all’allenatore del Pecara calcio Zeman, ha definito il boemo un “mezzo rom“. Naturalmente il primo cittadino abruzzese dava a questa frase un’accezione negativa. La replica di Zeman non si è fatta attendere: “A me dà fastidio se uno è ignorante sulle razze e sulla storia delle varie etnie. Il sindaco fa polemica perché è di Chieti. Deve fare e dire qualcosa per i suoi concittadini, per il suo popolo, anche forse per avere qualche voto in più quando ci saranno le elezioni. Non so se così parlando voleva offendere i Rom, oppure il sottoscritto”.

Anche AgoraVox Italia ha firmato l’appello dell’Associazione 21 luglio “Il diritto all’alloggio non si sgombera”. Tra le migliaia di firmatari ci sono anche Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia, Margherita Hack, Erri De Luca e Ascanio Celestini.

Ho iniziato a scrivere un racconto (la storia di un “povero vecchio diavolo”…). Vado avanti?

PREMESSA: questa è solo una bozza di un breve racconto che iniziai a scrivere parecchi mesi fa, col vento in poppa e colto da una rarissima vena di creatività che si estinse in pochissime ore, ahimé. L’ho abbandonato lì, come molte altre cose… spero di poterlo concludere e che a questo ne seguano altri. Se qualcuno vuole, mi dica cosa gliene pare e se è il caso di andare avanti…

Nonno Palmiro si tirò su dal letto di buon’ora. Come al solito. Alzò la serranda della sua povera camera da vecchio: il bagliore delle dieci del mattino del 14 agosto lo scosse. Guardò fuori: sull’asfalto liquido navigavano rare automobili. Un cane trascinava le zampe verso la fontana. Un senegalese stava accovacciato all’ombra di un pino: lui, africano, sembrava l’unico a suo agio in quella calura opprimente da Savana.

Nonno Palmiro si sedette sul letto. Aveva la canottiera inzuppata di sudore, la fronte imperlata. Afferrò dal comodino da vecchio la vecchia dentiera e gli occhiali, poi si diresse verso la cucina ansimando già abbondantemente.

La stanza era deserta e bollente. “Che strano – pensò – che nessuno sia ancora in piedi”. Si sedette. Afferrò dal tavolo un biglietto con su scritto “per nonno Miro”. Aprì e lesse: “Caro nonno, siamo partiti per le vacanze, torneremo tra due settimane. Ti abbiamo lasciato dei soldi e da mangiare in frigo. Ricorda di prendere le compresse per la pressione, con questo caldo, e non uscire di casa. Non farci stare in pensiero. Bevi molta acqua. Ti vogliamo bene. Tuoi, Alberto e Chiara”.

Erano partiti per le vacanze senza dir nulla. Lasciando un biglietto. Nonno Palmiro controllò in una busta. C’erano i soldi, 20 euro, che gli sarebbero dovuti bastare per due settimane. Poco, “ma io che ho fatto la guerra saprò come arrangiarmi”. Aprì fiducioso il frigo: mezzo limone, una bottiglia di Sprite, un pezzo di formaggio andato a male. Il resto era deserto. Nonno Palmirò bestemmiò animatamente. Abbandonato il 14 agosto con 20 euro in tasca, il frigo deserto, la città desolata, una calura opprimente. Per un attimo pensò “questi bastardi vogliono ammazzarmi”, poi si persuase. Perché avrebbero dovuto farlo? Non aveva nulla da lasciargli in eredità, fatti salvi i mobili della camera da vecchio, la dentiera e gli occhiali.

Poche storie, toccava arrangiarsi. Accese la tv. Davano la notizia di interminabili code sulle autostrade, di rocamboleschi incidenti, di cani abbandonati e di vedove arzille sgambettare all’acquagym, l’ultima tendenza dell’estate. Cambiò canale: l’ennesimo tg ricordò agli anziani di bere molta acqua e mangiare verdure fresche. E rimanere chiusi in casa, che un caldo del genere altrimenti li avrebbe stesi. “Colpa del buco dell’ozono – spiegò il giornalista – e dell’inquinamento umano. Raccomandiamo agli anziani di non rimanere mai soli e non uscire nelle ore centrali della giornata”. Ancora una volta nonno Palmiro bestemmiò.

Bisognava studiare una strategia. Due settimane sarebbero state lunghe, ma lui che era sopravvissuto alla guerra in Libia se la sarebbe certamente cavata. Spalancò il frigorifero. Afferrò il formaggio andato a male. Con il coltello raschiò via la muffa, poi lo ripose al suo posto come un prezioso bottino conquistato al prezzo di indicibili fatiche. Quel formaggio non sarebbe bastato, inutile illudersi. Bisognava rimediare altro.

Scese in strada. Il sole picchiava a piombo sulla sua testa. Anche il senegalese era sparito. Le cicale cantavano, un allarme ululava in lontananza. Sui balconi dei palazzi i condizionatori rombavano, lanciati a tutta forza come tir senza freni, nel tentativo di smorzare l’afa. Nonno Palmiro era l’unico essere vivente sulla strada. Gli altri, o partiti per il ferragosto, o inspiegabilmente spariti dalla faccia della terra.

“Qui si mette male”, pensò il povero vecchio. Le botteghe e i bar, i gommisti e gli orefici, le librerie e le ferramenta erano chiusi per ferie. Pensò dunque di incamminarsi verso il mega centro commerciale a forma di Colosseo di cui gli avevano parlato i nipoti. Distava qualche chilometro, ma con un po’ di pazienza l’avrebbe raggiunto. Lo riconobbe in lontananza dal grande albero di natale già acceso e dagli slogan pubblicitari che grandi casse sputavano sulla città. (…)

Continua?

Buon compleanno Jack Kerouac

Il capolavoro di Jack Kerouac uscì nel 1957 e già allora l’autore voleva trasformarlo in pellicola, con Marlon Brando nella parte di Dean Moriarty (alter ego dello scrittore e compagno di viaggio Neal Cassady) e lo stesso Kerouac come protagonista; l’opera non andò mai in porto.

Successivamente Francis Ford Coppola comprò i diritti del romanzo e finalmente l’opera è stata conclusa: Walter Salles alla regia (già autore de “I diari della motocicletta”), Sam Riley sarà Sal Paradise (doppio di Kerouac) e Garrett Hedlund reciterà il ruolo di Cassady. Ecco il trailer in inglese con sottotitoli in italiano.

Tav. Intervista a Mauro Corona: “No allo stupro della Val di Susa”

“Un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti il petrolio, il carbone e l’energia elettrica. È pieno inverno, soffia un vento ghiacciato e i denti aguzzi del freddo mordono alle caviglie. Gli uomini si guardano l’un l’altro. E ora come faranno?” (da “La Fine del Mondo Storto”)

Mauro Corona risponde al telefono dalla sua casa tra i boschi e le vette del Friuli. Ha la voce roca, i modi sono affabili: in sottofondo si sente un cane abbaiare. Lo immagini circondato di libri, volti di legno che lui stesso scolpisce, attrezzatura per arrampicare: moschettoni, corde, ramponi. Lo immagini avvolto dalla folta barba, dai capelli lunghi: vedi le mani callose afferrare la cornetta, le gambe muscolose e i muscoli guizzanti di un uomo che a quasi 63 anni è ancora un vulcano: cammina nei boschi (“che mi abbracciano come la mamma che non ho avuto”, spiega), scala montagne, scolpisce, scrive.

Mauro Corona è uno dei migliori scrittori italiani, ma è soprattutto un personaggio genuino, figlio delle montagne che lo circondano, per le quali nutre il rispetto che un figlio deve ai genitori. Lo intervistiamo, appunto, per conoscere il suo pensiero sull’Alta Velocità e la lotta in Val di Susa, che uomini e donne come lui dall’altra parte delle alpi difendono come si difenderebbe la madre da uno stupro feroce e meschino. Mauro Corona è anche testimone del disastro del Vajont, di quell’ondata d’acqua che, come un colpo di falce, il 9 ottobre 1963, alle 22.45 cancellò per sempre duemila persone e un intero paese.

Signor Corona, dall’altra parte delle Alpi, a ovest dal luogo in cui vive, si accingono a costruire il Tav: qual è la sua idea rispetto a quest’opera? 

Noi non viviamo in democrazia, viviamo in democratura: è un misto tra democrazia e dittatura. Per questo io sto con gli abitanti della Val di Susa, non perché mi schiero con un colore politico o con l’altro, ma perché la ragione ce l’hanno loro che vivono quei luoghi, che sono da secoli in quella terra, che la amano, hanno sofferto, l’hanno costruita con il sangue e il sudore. Lì ci abita il cuore, non ci abita gente normale, non ci abitano corpi. E’ inaccettabile che qualcuno si arroghi il diritto di andare lì, come hanno fatto con il Vajont, e spazzare via la gente, spazzare via i boschi, secoli di cultura, tradizioni, storie.

Eppure il governo continua a dire che è un’opera necessaria, strategica, che il Tav porterà progresso, sviluppo…

Ma io non capisco perché fare una linea nuova, visto che ce n’è gia una che arriva in Francia e che è sottoutilizzata. E poi perché alta velocità? Ci siamo ormai superati, l’uomo è passato avanti a sé stesso. Il Tav è una vergogna e fanno bene a combattere quelli della Val di Susa, e che non mi si venga a dire che sono violenti.

Ma il governo dice che poche persone non possono bloccare un’opera utile a tutto il Paese…

La Montagna è di chi la vive, loro soltanto possono decidere cosa fare. Ma lo mettono in conto questi politici che quello è un luogo del cuore? Qui avevamo il Vajont: faceva girare mulini e segherie, era la nostra “miniera d’oro”. Sono venuti i politicanti dell’epoca, hanno messo un foglio di cemento sulla valle, hanno mandato via le persone e hanno causato duemila morti. Per questo io sto con la Val di Susa ed andrò lì a combattere.

Cosa è per lei la montagna?

Nient’altro che un luogo dove abitano persone, come il deserto, il mare, le pianure. La montagna è solo un luogo più ripido. E chi ci vive la ama perché si sente abbracciato da quelle rocce, da quei torrenti, dai boschi. Ma la montagna è soprattutto la memoria di chi è stato lì per secoli, di chi ha vissuto lì l’infanzia, è cresciuto, ha parlato coi vecchi. Ma è lo stesso nelle pianure o al mare. Ogni luogo è montagna, dipende solo dalle pendenze. Quelli che vi abitano sono i padroni assoluti. E chi va in Val di Susa e vuole stuprarla, perché è uno stupro quello che vogliono compiere, non si rende conto di fare un danno al cuore di quella gente, non al portafogli. Per questo non riusciranno a comprare gli abitanti della Valle.

Ieri il governo ha pubblicato le sue motivazioni tecniche e spiegato che non ci saranno danni ambientali. Insomma, ci hanno detto di nuovo che l’opera si farà e che le proteste, semplicemente, sono inutili.

Motivazioni tecniche? Ogni omicidio ha bisogno di un movente. E anche qui da noi è così: ci stanno rubando la ghiaia, e anche l’acqua: la vendono a peso d’oro, e questi paesi ormai sono diventati un luogo abitato più dai tir che dalle persone. Abbiamo costruito una società il cui unico obiettivo è fare denaro, a qualsiasi prezzo, anche al costo della vita stessa degli uomini e le donne.

Ci hanno spiegato che il Tav è un’opera strategica per lo sviluppo italiano. Qual è, invece, la sua idea di progresso?

Tornare all’agricoltura, al lavoro manuale. Ma vi rendete conto che abbiamo ceduto la terra alle macchine? E come è stata causata la crisi economica? Abbiamo puntato tutto sullo svilupo tecnologico. Io ho scritto un libro, letto da pochissime persone, si intitola “Ritorno alla Campagna”. Se vogliamo salvarci non dobbiamo pensare all’alta velocità: dobbiamo tornare a essere capaci di procurarci il cibo, senza violentare la terra, senza mettera in cima ai nostri propositi il profitto. Non sappiamo più usare le mani, abbiamo desideri inutili: il Suv, il navigatore satellitare… Ma mi spieghino questi “tifosi della crescita economica”, cosa serve per vivere, per stare in piedi?

Lei è friulano ed ha vissuto il 9 ottobre del 1963 l’immane tragedia dell’ondata del Vajont: duemila morti, interi paesi spazzati via. A proposito lei ha scritto: “Il Vajont non aveva fatto male a nessuno per milioni di anni”, intendendo chiaramente che quella, non a caso una grande opera paragonabile all’odierno Tav, fu un disastro causato dalla mano dell’uomo. 

Oggi dicono che abbiamo bisogno dell’alta velocità, in quell’occasione dissero che avevamo bisogno di energia. Pochi uomini fecero immensi profitti con la diga del Vajont ed ignorarono, così come fanno ora, i gridi d’allarme dei vecchi del posto, che conoscevano la montagne e sapevano, ad esempio, che vi erano frequenti frane (la diga straripò proprio a causa di una frana su un versante del Monte Toc, ndr). Ignorarono quei gridi d’allarme anche quando la giornalista Tina Merlin, a pochi giorni dal disastro, scrisse su L’Unità che migliaia di persone erano in pericolo di vita, e che andavano evacuate. Come faccio io a fidarmi degli uomini, se sono stati in grado di spazzare via paesi, uomini, tradizioni con un’ondata d’acqua e fango? Ed anche in Val di Susa, vogliono distruggere una civiltà. Il governo ignora le osservazioni di centinaia di studiosi, che hanno spiegato i rischi per la vita dei cittadini. E poi che bisogno c’è dell’alta velocità? Dobbiamo tornare all’essenziale: vivere è come scolpire, bisogna imparare a togliere per vedere l’opera nel suo splendore.

Quindi lei vede delle analogie, di metodo e non di merito, tra il progetto di alta velocità in Val di Susa e la diga del Vajont…

Altroché se le vedo. Vedo questo nichilismo imperante, il cinismo dell’economia: cambiano i luoghi, le persone, qui fecero una diga, lì l’alta velocità, ma è il nichilismo che impera su tutto. E’ l’uomo che non ha più progetti per il futuro, non c’è più una missione. Pensiamo a ingozzarci più che possiamo per quei pochi giorni che ci è concesso di vivere. Costruiamo grattacieli, tunnel di alta velocità e ci facciamo guerre meschine perché non sappiamo accontentarci. Dovremmo insegnare ai bambini che il denaro è una porcheria, che ne basta solo un minimo per vivere. Per questo i No Tav fanno bene a combattere in Val di Susa, perché è contro questo nichilismo che combattono. E io andrò in Val di Susa, e voglio essere preso a manganellate come loro, perché non è possibile che si dica solo “hanno ragione”: bisogna metterci il corpo ed è quello che farò.

La Val di Susa secondo lei ce la farà a vincere, a resistere?

C’è una valle, uomini e donne che vogliono viverci, allevare lì i loro figli. La valle abbraccia la sua gente, non può venire un politicante a spezzare questo abbraccio con le ruspe, per la sua eiaculazione nello spostare velocemente delle merci. La vera necessità sta nelle piccole valli, dove ci si può chiamare da una costa all’altra. E’ questo il vero senso dei No Tav, è per questo che si battono. E vinceranno, mi creda.

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