Archivi del mese: aprile 2012

Esclusivo. Intervista a Paolo Bosusco: “Falsa informazione sul rapimento, ecco com’è andata”



“Caro amico

mi scusi per il ritardo con cui le rispondo. La prego di credermi, che non voglio fare il divo, ma davvero, mentre sono esperto e organizzatissimo di trekking e giungle, qui non saprei come fare. Ma per l’intervista nessun problema, le racconterò tutto”.
Paolo 

Questa è l’e-mail di Paolo Bosusco, l’italiano liberato lo scorso 12 aprile. Era stato rapito 28 giorni prima, insieme a Claudio Colangelo, da un gruppo di guerriglieri maoisti dell’Orissa, la regione dell’India dove viveva da 22 anni. In quel territorio, del tutto inesplorato dai tradizionali flussi turistici “mordi e fuggi”, Bosusco aveva da dieci anni una piccola agenzia di organizzazione trekking. Si chiamava (usiamo il passato, perché ora Bosusco non potrà proseguire più la sua attività) Orissa Trekking, e praticava viaggi esclusivamente a piedi, nel pieno rispetto del territorio, delle tribù, degli animali che vivevano la foreste. Viaggi particolarmente avventurosi. Si legge nel sito di Orissa Trekking:

La maggior parte dei trekking si svolge in zone completamente incontaminate da qualsiasi tipo di turismo, è necessario perciò avere molta adattabilità e spirito di collaborazione. Ci sono poi alcune regole da seguire, per tutti i trekking tra le popolazioni tribali, particolarmente per i gruppi più isolati.

Occorre molta discrezione nei rapporti con questi popoli, specialmente con alcune tribù dove ad esempio il rifiuto della fotografia è anche legato a motivi magici. Così, spesso bisogna resistere all’impulso di fotografare qualcuno molto fotogenico, per motivi di sicurezza e incolumità, la propria e quella dell’intero gruppo. Ad esempio con i famosi Bonda (ma anche con i Kutia Khond e con altri gruppi tribali), il rischio di ricevere una freccia in pancia è concreto, anche solo per piccoli sgarbi o scortesie.

Non mercifichiamo il rapporto con i tribali; quindi nessun regalo, neanche ai bambini!

All’interno dei villaggi si dovrà sempre cercare di minimizzare il nostro impatto e comportarci con delicatezza. In alcuni villaggi isolati è meglio evitare di toccare oggetti, case o persone, poiché ci sono a volte dei tabù impensabili.

Chi condivide tutto questo farà un trekking bellissimo, indimenticabile, chi invece non se la sente di assumersi questi piccoli obblighi, farebbe meglio a rivolgersi ad altre agenzie”.

Queste informazioni si trovano tuttora sul sito internet di Claudio Bosusco. Tuttavia ai media italiani non è balzato in mente di approfondire le ricerche, così hanno raccontato per quasi un mese che i nostri connazionali sarebbero stati rapiti perché fotografavano donne nude in un fiume, come turisti improvvisati, sprovveduti e insensibili.

Questa intervista vuole ripristinare la verità, in attesa che Bosusco concluda il libro che ha appena iniziato a scrivere. Come sono andate davvero le cose? E chi è Paolo Bosusco?

Da quando sei arrivato in Italia, hai avuto modo di leggere quello che si è scritto di te e del vostro rapimento?

Sì, ho scoperto che sono stati scritte pagine e pagine, per lo più di gente mal infomata. La cosa che più mi hanno ferito è stato sentir dire che sono un irresponsabile, che non ero in regola, addirittura che sarei un semplice turista. La prima cosa da chiarire è quella secondo cui stavamo fotografando delle donne nude. Sono arrivati addirittura a raccontare che noi stavamo fotografando le donne nude dei guerriglieri. Altri hanno detto che io sono amico dei maoisti, qualcuno addirittura che sono amico di infanzia dei maoisti. Altri hanno detto che sarei uno dei capi della rivolta No Tav, mentre io non ho mai fatto una sola manifestazione in vita mia.

Chi è invece Paolo Bosusco? Che tipo di lavoro faceva in Orissa?

In verità sarebbe bastato dare un’occhiata al mio sito per accorgersi del mio modo di lavorare. L’ho aperto nel 2002: allora il governo dell’Orissa non aveva neppure regolato il turismo in quella zona, non esistevano neppure le molte associazioni di turismo sostenibile che ora ci sono. Chi faceva trekking con me accettava regola ferree: era vietato fare foto nei villaggi, se non sotto il mio preciso consenso, che davo dopo aver parlato a lungo con gli abitanti e verificato che le fotografie non dessero alcun fastidio. Io stesso nei miei primi viaggi tra Africa e Sud America non portavo la macchina fotografica. Siamo sempre andati nei villaggi con amicizia, rispetto per le popolazioni tribali. La verità è che chiunque decidesse di fare un viaggio insieme a me doveva passare per un mio interrogatorio: chi credeva di fare turismo facile non lo prendevo neppure in considerazione. Idem per chi voleva solo scattare fotografie.

Da quanti anni vivevi in India?

Io sono in Orissa da 22 anni. L’agenzia ce l’ho da 10, sono un esperto viaggiatore ed ho sempre tenuto un profilo basso per non mettere a rischio l’incolumità dei miei clienti. Neppure i maoisti mi conoscevano, ma si erano accorti di noi attraverso dei loro informatori: avevano visto degli occidentali con degli zaini enormi e temevano che fossimo informatori della polizia governativa. Gli unici che mi conoscevano erano proprio i tribali, che sapevano del mio amore per quel territorio e per la natura e che incontravo in continuazione nei miei trekking.

Che rapporto avevi con le tribù indigene? E come sposavi il tuo lavoro di guida turistica con il rispetto per il loro stile di vita?

Ho un rapporto meraviglioso con le tribu. Portavo al massimo 5 persone nei miei trekking e spesso passavamo dai loro villaggi, sempre però con il masimo rispetto. E’ importante precisare che le tribù dell’Orissa non sono come quelle dell’Amazzonia, completamente inavvicinabili. In Orissa hanno contatti con l’esterno da secoli: prima erano i missionari che tentavano di convertirli, poi uomini del governo centrale che rapivano i loro campi, con la scusa del progresso e della loro “inaccettabile primitività”. Io invece acquistavo i loro prodotti abitualmente, li pagavo a un prezzo giusto e addirittura amavo pattuire una quota anche per accamparci con le tende quando ero con i miei turisti. Pagando lo stesso prezzo di un alberghetto di Puri (una città dell’Orissa). Non ho mai pensato di approfittare di loro, figuriamoci poi fotografare le loro donne nude…

Come è avvenuto il vostro rapimento?

Eravamo in cammino verso un villaggio e decidemmo di fare una pausa, perché mancava ancora un’ora e mezza di viaggio davanti e volevamo riposare un po’. Eravamo in una valle, con un bel fiume vicino, così decidemmo di fare un bagno poi di cucinare qualcosa. Eravamo io, Claudio e i due ragazzi che mi aiutavano in questi trekking. In quel momento sono arrivati 5 uomini armati. Ho capito che non erano cacciatori perché avevano i mitra in mano e la stella rossa tipica dei maoisti sul berretto. I cacciatori di solito hanno archi e frecce o vecchi fucili ad avancarica.

Siete stati trattati con violenza? Come ti sei comportato in quel momento?

Siamo stato buttati a terra, ci hanno legato le mani dietro la schiena e hanno iniziato a prenderci a calci: ho temuto che potessero ammazzarci subito, così ho iniziato a chiedere di parlare con il loro comandante e a spiegare che ero amico dei tribali. Poi ci hanno bendati e portati in cima alla montagna, dove si trovava il loro capo, che mi ha immediatamente detto che sarei stato utilizzato per ottenere il rilascio di alcuni guerriglieri maoisti, imprigionati dal governo centrale.

Quindi il pretesto delle fotografie è stata sempre una bufala. A quanto pare i maoisti vi hanno sequestrati esclusivamente per ragioni “politiche”. 

Esattamente. Successivamente ho mostrato al comandante degli scatti che avevo con me, risalenti a qualche anno fa. Gli ho detto che avrebbe potuto chiedere ovunque, nei villaggi tribali, chi fossi, magari portando con sé quelle fotografie. Gli avrebbero raccontato del mio lavoro, e anche dei medici e dentisti che ho fatto venire qualche volta a dare una mano a quella gente.

Ma tu conoscevi l’attività di guerriglia dei maoisti? E non credi sia stato imprudente fare qual trekking?

Conoscevo i maoisti, certo. In Orissa tutti sanno che si rifugiano nella giungla, ma non li avevo mai incontrati nei miei trekking perché loro agiscono di notte e io, chiaramente, lavoro di giorno. In ogni caso l’excalation di violenza dei guerriglieri è un fatto degli ultimi anni, perché prima non avevano mai minacciato nessun turista. Come sai i maoisti sono anche in Nepal, ma lì la gente continua a fare normalmente trekking, che è una delle principali fonti di reddito del Paese. E poi organizzare trekking era il mio lavoro…

Quali sono stati i giorni più difficili del sequestro?

Il primo giorno è stato molto duro. Abbiamo dovuto camminare ore bendati e legati, con un mitra puntato sulla schiena. E’ stato davvero faticoso. Poi ho preso ben due volte la malaria, ero deperito, non riuscivo a mangiare ma comunque dovevo camminare ore, nella notte, per cambiare rifugio, sempre col mitra puntato sulla schiena. Ma la cosa peggiore è stata sapere che con me c’era Claudio, che non c’entrava nulla e non era neppure preparato per quel tipo di vita. Le cose sono andate decisamente meglio quando sono riuscito a far liberare Claudio, spiegando al comandante che quell’uomo, anziano e inadatto alla giungla, gli sarebbe ben presto morto nel rifugio. Meglio liberarlo, meglio per tutti.

A quanto pare avevi un rapporto diretto con il comandante Panda, descrittoci come un terrorista sanguinario. Trascorrevi molto tempo insieme a lui?

In realtà la maggior parte del tempo stavo da solo. I primi giorni è stata dura anche perché la maggior parte dei guerriglieri non aveva mai visto un occidentale prima di quel momento, dunque erano molto diffidenti. Con il comandante ho avuto un rapporto molto strano. Lui era il mio rapitore, ma si fidava di me, credo che gli stessi simpatico in verità. Mi diceva di non aver mai ucciso nessuno in vita sua, di non saper neppure uccidere un pollo. Tuttavia non faceva neppure mezzo metro senza imbracciare il suo mitra. Poi certo, facevamo lunghe chiacchierate, ma erano inutili perché la sua conclusione era sempre la stessa: “Tu sei italiano, vieni da un Paese imperialista, capitalista”. E le nostre discussioni a quel punto finivano, ovviamente.

Ascoltando la tua storia, il tuo modo di vivere e lavorare, verrebbe da pensare che vi fossero non poche cose in comune tra le tue idee e quelle dei tuoi rapitori…

Su alcune avevamo molto in comune. E’ chiaro che io fossi d’accordo con lui ad esempio sul modo in cui il governo tratta le popolazioni tribali, sull’insegnamento della lingua tribale nelle scuole, sul costruire ospedali gratuiti nei villaggi. Insomma, su molti punti aveva pienamente ragione, ma consideravo il suo modo di combattere profondamente sbagliato, e glielo dicevo senza problemi. Gli dicevo: “Tu dici che combatti contro le ingiustizie, ma a me stai facendo un’enorme ingiustizia e io la trovo inammissibile. Stai privando un innocente della sua libertà”. Sotto altri aspetti però ero in totale disaccordo con Panda. Ad esempio lui voleva che io gli regalassi i miei oggetti. Voleva che gli dessi lo zaino, il mio navigatore Gps, ma io gli dicevo: “Senti, stai scherzando? Tu sei il mio rapitore, io sono il tuo ostaggio. Se vuoi prenderti quegli oggetti devi prima ammazzarmi, perché io non te li regalo di sicuro. Però se mi ammazzi diventi un criminale qualsiasi, un ladruncolo, e non andar raccontando in giro di essere comandante di un movimento politico”. Alla fine comunque mi ha restituito tutto.

Si direbbe che sono stati assai gentili nei tuoi confronti.

Certo! Se avevano una mela in più la davano a me, si poteva chiacchierare abbastanza, si assicuravano che mangiassi a sufficienza, che stessi bene, che la mia tenda fosse in un posto all’ombra. Facevano il possibile per non farmi pesare la prigionia. Ciò nonostante se dovevo andare al gabinetto c’era sempre uno armato di fucile che mi seguiva.

E loro come trascorrevano le giornate?

Oltre a sorvegliarmi, il comandante ogni giorno organizzava una piccola scuola di politica e di guerriglia per i suoi soldati, che erano per lo più analfabeti e piuttosto facili da “convincere” della bontà dell’azione di guerriglia. Chiedeva anche a me se volevo assistere, ma ovviamente ho sempre rifiutato. Comunque sì, tra me e i guerriglieri si era creato una relazione quasi alla pari, ma non la chiamerei amicizia. Quella può esserci solo tra uomini liberi, io ero comunque un ostaggio. Per il resto il tempo scorreva molto lentamente, si stava seduti sotto alberi di mango: loro qualche volta giocavano a scacchi, ascoltavano un po’ di radio, cantavano canzoni tribali e le traducevano, facevano piccoli corsi di sopravvivenza o di ideologia maoista. Tutti i compiti, comunque, erano divisi con estrema equità: ad esempio la cucina era equamente suddivisa tra uomini e donne, c’era assoluta parità di ruoli. E comunque si passava molto tempo parlando e ridendo, non erano poi così violenti. Poi c’è da dire che per loro prendere un ostaggio come me è stato bello: si è creato un rapporto, io sono un tipo che ride e scherza in continuazione. Come fai ad ammazzarlo, uno come me?

Eri una guida esperta, un uomo capace di vivere nella giungla e un perfetto conoscitore di quelle montagne. Una volta riuscito ad allentare il loro livello di sorveglianza hai mai tentato di fuggire?

Io ho sempre fatto piani di fuga. Ogni giorno studiavo e osservavo i loro movimenti, la loro disposizione sul territorio, le armi che utilizzavano. Calcolavo tutto nei minimi dettagli. I primi giorni ne parlammo anche con Claudio, ma misi subito in chiaro che sarebbe stato estremamente rischioso, per due motivi principalmente: il primo che lui non avrebbe mai potuto seguire il mio passo nella giungla. Il secondo che avremmo seriemente rischiato che ci ammazzassero. Quando Claudio è stato liberato, sapendo che sarei stato responsabile solo della mia vita o morte, ho ricominciato a meditare la fuga. Addirittura avevo pensato a un modo per catturare qualcuno di loro e tenerlo come mio ostaggio.

E perché non l’hai fatto? Perché non hai provato a fuggire?

Perché sapevo che comunque avrei avuto una sola possibilità, non ce ne sarebbe mai stata una seconda. Con il comandante, fin dai primi giorni, ero stato molto chiaro. Gli dissi: “Tu libera i ragazzi indiani che erano insieme a me nel trekking, che sono solo bocche in più da sfamare. E libera anche Claudio, che non c’entra niente e corre seriamente il rischi di morire qui. Se lo fai, prometto che non ti darò nessun problema e non tenterò di fuggire”. Però, insomma, la parola di un ostaggio a un rapitore vale poco, e io meditavo di andarmene, altroché…

Evidentemente avevi compreso che anche per te le cose volgevano per il meglio.

In verità l’ho saputo solo il giorno prima di essere liberato: l’unica cosa di cui ero a conoscenza era che si stava trattando per la mia liberazione, chiedendo in cambio la liberazione di alcuni prigionieri maoisti. So che tra loro c’era la moglie del comandante Panda e la sorella di un guerrigliero, ma poco più. C’è un aneddoto molto curioso: quando sono stato liberato tutti i ragazzi del gruppo, i guerriglieri, erano molto tristi. Dicevano: “Adesso che vai via tu, chi ci farà divertire?”.

Che sentimenti provi nei loro confronti? Odio o stima? 

Non è gente che odio. E’ gente che fa scelte sbagliate, ma da una parte va compreso che non hanno molte altre possibilità, anche perché in Orissa i problemi ci sono, sono reali. La condizione delle tribù di quella regione è assai seria: povertà, sfruttamento delle loro risorse, deforestazione. Posso comprendere benissimo che ci sia gente che si ribella a quello stato di cose. Ma io sono stato loro ostaggio per 28 giorni, ho rischiato di essere ammazzato, perciò non posso approvare il loro modo di combattere. In fondo io ero un innocete, per di più amico dei tribali.

Cosa sono stati allora per te quei 28 giorni?

Per me è stato un modo di cercare, in mezzo al dolore, alla privazione della libertà, qualcosa di positivo. Se devo essere sincero non è stata la cosa più drammatica della mia vita. Nella giungla ne ho passate di molto peggiori. Ti assicuro che trovarsi un cobra sotto le gambe, essere caricato da un elefante o rischiare di annegare con il mio canotto nel fiume è di gran lunga peggio. Però, insomma, essere stato rapito non è stato poi così drammatico. Le ho sempre considerate delle persone normali e sono sicuro che anche io, per loro, dopo qualche giorno non ero più un semplice ostaggio. E’ stato un rapimento davvero anomalo. Qualcuno, sentendomi parlare, potrebbe addirittura pensare che io sia un maoista: ma sia chiaro che non lo sono.

*Le fotografie utilizzate per l’illustrazione dell’intervista ci sono state gentilmente concesse da Paolo Bosusco

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25 aprile. Gli eroi e gli assassini

(pezzo di Enrico Campofreda)

“Gli eroi son tutti giovani e belli”, scrivono su un manifesto dedicato ai mai redenti “ragazzi” di Salò i nostalgici d’Italia. Lo stile non è affatto nuovo, quei campioni del plagio che sono gli ultimi squadristi mascherati della galassia panfascista ripetono meccanicamente ciò che i padri missini hanno fatto per decenni nel dopoguerra: impossessarsi di simboli e parole d’ordine popolari, uno per tutti il Fronte della Gioventù che era stata un’organizzazione giovanile partigiana.

La patetica appropriazione dei versi gucciniani non potrà mai ingentilire gli sciagurati che vestivano il basco con la testa da morto. Quelli erano assassini, fanatici, vili, infatuati, nel migliore dei casi raggirati. O semplicemente opportunisti che s’adattavano a ogni crimine pur di mangiare abbondantemente, come ricorda un passo dell’immortale “Uomini e no” di Vittorini. Cibarsi alla maniera antropofaga di altri italiani, quelli che trucidavano. Questo è stato “l’eroismo” di cui possono vantarsi. In occasione del 67° anniversario della Liberazione proponiamo la recensione critica, scritta nel dicembre 2003, d’un libro cult della narrativa revisionista del nostro Paese che è stato l’apripista per successive rivisitazioni della Storia.

Forse seguendo queste pagine e la folta schiera di cantori del post fascismo presenti su quotidiani e tivù il manipolo di Lotta Studentesca che nei giorni scorsi contestava un combattente della libertà ha trovato il suo “Papà castoro” narratore d’una storia di comodo. Auguriamo anche a loro un buon 25 Aprile di libertà, quella che i partigiani hanno donato al popolo italiano, con la raccomandazione di non abusare della bontà di questo Stato di diritto.

 

IL SANGUE DEI VINTI, di Giampaolo Pansa

Della nuova fatica di Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti (Sperling & Kupfer, 2003) ne è felice esclusivamente la Destra politica. Quella nostalgica del mai morto fascismo filo e post, che però litanìe simili le aveva già scritte, tanto da offrire al giornalista di Casale Monferrato le fondamenta bibliografiche del suo libro. E quella “perbenista” che dà più fiato alla revisione della storia. Sul modello delle non nuove teorie di Nolte e Irving (per i quali il massacro di sei milioni di ebrei perpetrato dal nazismo non sarebbe mai avvenuto) si sostiene che il fascismo non è stato una dittatura; non ha seminato morte per conquistare il potere e conservarlo per un ventennio; non ha praticato assassini di massa con le guerre mercenarie e coloniali spingendo poi il popolo italiano nel baratro del conflitto mondiale.

Insomma le pericolose amenità diffuse sulle pagine del Corriere della sera da Galli della Loggia e dagli editorialisti Mieli e Romano, solo per citare i più ostinati manipolatori, che trovano il sostegno anche di riviste come “Nuova storia contemporanea” diretta da Francesco Perfetti.

 

Ignorare la condanna della storia

Il libro, sull’onda dell’attuale moda revisionista, stravende. Escludiamo che Pansa l’abbia pubblicato per bieco interesse economico: con tutto quel che ha guadagnato, fra attività editoriale e giornalistica, non ne aveva bisogno. Cerchiamo di capire il fine dell’iniziativa.

La motivazione che l’autore pone in apertura ha il sapore d’una giustificazione nient’affatto originale, una sorta di riesumazione dorotea degli opposti estremismi. Dichiara “Dopo tante pagine scritte sulla Resistenza e sulle atrocità compiute da tedeschi e fascisti, mi è sembrato giusto far vedere l’altra faccia della medaglia. Ossia quel che accadde ai fascisti dopo il crollo della Repubblica Sociale Italiana, che cosa patirono, le violenze e gli assassini di cui furono vittime”.

Dunque il navigato curatore di altri racconti a sfondo storico guarda gli effetti senza risalire alle cause e finisce per porre sullo stesso piano dittatori e oppressi, squadristi, partigiani e vittime civili riesumando la teoria deimorti tutti uguali.

Se si usa come metro la categoria dello spirito la morte può omologare e unificare gli uomini e le loro sorti. Non può, invece, pacificarli né renderli simili perché ciò che essi hanno compiuto in vita segna la loro differenza anche dopo il trapasso. La fine del dittatore Mussolini non è stata e non sarà mai eguale a quella d’un combattente della libertà. Sono morti per intenti opposti, come opposta è stata la loro esistenza: l’una segnata da soprusi e oppressione, l’altra dall’affermazione di pace e democrazia1.

E non si tratta di separare alla maniera manichea bene male, ma di non dimenticare i fatti e il giudizio della storia come effetto di “ciò che riguarda … tutti gli uomini del mondo che si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi”.2

 

Ignorare gli insegnamenti della storia

Pansa tralascia un altro essenziale insegnamento della storia: la consequenzialità dei fatti. Chiunque la studi sa come molte vicende si susseguono con frequenti legami e ripercussioni. Spesso qualcosa accade perché in precedenza è accaduto altro e, per violenze e vendette, tale consequenzialità è ancora più stretta. Perciò sarebbe quantomeno singolare – se non fosse voluto e fazioso – parlare della resa dei conti col fascismo e coi suoi sostenitori più fanatici senza considerare quanti soprusi, oppressioni, violenze, assassini, lutti il regime mussoliniano produsse in venticinque anni: due di squadrismo pre-marcia su Roma, ventuno di dittatura e altri due di miserrimo servilismo3 al più feroce regime della storia moderna: lo stato nazista4.

La stessa recente definizione di guerra civile che molti storici, anche non revisionisti, danno ai terribili mesi dal settembre ’43 all’aprile ‘45, pare impropria. Seppure si combatté fra italiani non ci fu uno scontro di un popolo diviso in due: la componente concentratasi a Salò non aveva più alcun legame con la popolazione se non quello imposto dal terrore e non avrebbe potuto sostenere alcun conflitto se non fosse stata protetta dall’esercito tedesco. L’Italia visse, dunque, una guerra di Liberazione fra i tedeschi occupanti affiancati dall’esercito fantoccio della Rsi e le truppe anglo-americane coadiuvate dai partigiani che miravano a liberare la penisola.

 

Non accettare le conseguenze di una tragedia

In verità durante la narrazione l’autore ricorda diverse stragi nazifasciste sui civili e sui patrioti del Comitato di Liberazione Nazionale offrendo egli stesso la spiegazione della finale violenza sui vinti causata da quell’odio verso il fascismo radicato in due generazioni d’italiani oppressi.

Ma prevale in lui, non sappiamo se per gusto della provocazione o per una tardiva fascinazione verso le tesi revisioniste, l’intento di fare il martirologio dei fascisti eliminati, dando fiato anche ai più screditati falsificatori di parte: l’attuale deputato di An Antonio Serena, recentemente distintosi per la divulgazione fra i suoi colleghi parlamentari di pubblicazioni osannanti a uno dei boia delle Fosse Ardeatine, il capitano delle SS Priebke. Oppure il saloino Giorgio Pisanò, sostenitore della tesi di 45.000 vittime della repressione antifascista. Quando è appurato che gli uccisi del periodo 1943-fine1946 furono al massimo 12.000.5

Non si tratta comunque di tenere una macabra contabilità: alcune decine di migliaia di vittime in meno non attenuano i termini della fermezza della vendetta. La questione è se si vogliono comprendere le cause di una dura risposta dei vincitori che trovava, per motivi menzionati dallo stesso Pansa, una vastissima eco popolare. Se in alcuni casi prese il sopravvento una vendetta personale e privata anziché una giustizia collettiva, è un discorso che nulla toglie al diffuso desiderio di punire nel modo più duro chi aveva sconvolto la vita italiana per un quarto di secolo.

 

Antifascismo e insurrezione?

Ai conti col fascismo Pansa aggiunge negli ultimi capitoli del libro un’ulteriore teoria: i partigiani comunisti nei mesi successivi alla fine del conflitto cercarono di colpire anche i capitalisti e gli altri nemici di classe. Così il giornalista getta in un unico contenitore vendette contro i criminali di guerra, vendette contro i semplici fascisti (cosa significasse nei terribili mesi di occupazione non è dato sapere, visto che si finiva al muro o in un lager anche per la spiata d’un semplice fascista), vendette di classe, vendette private, azioni banditesche a sé stanti. Certo parecchi fascisti e grassatori implicati col regime vennero ricercati ed eliminati con metodi diretti6. Anche perché dal 19467 la giustizia italiana non ammetteva più per costoro alcuna punizione. Non fu possibile praticare quello che Simon Wiesenthal attuò nei confronti di alcuni criminali nazisti fatti rifugiare in America latina dall’organizzazione Odessa. Alcuni furono catturati condotti in Israele processati e condannati a morte.

In Italia dal ‘46 la situazione mutò profondamente a tal punto che i reduci della Rsi, in barba alla Costituzione già riorganizzati nel partito neo-fascista del Msi, ebbero la possibilità di riapparire in pubblico. E iniziarono a organizzare un’attività eversiva contro la neonata democrazia con tanto di neo-squadrismo armato8. Da quel momento furono i partigiani comunisti a essere incriminati per le epurazioni compiute e vennero costretti a riparare in Cecoslovacchia e Jugoslavia.

Se Pansa vorrà indagare (non è un segreto Spriano, Fiori avevano iniziato a farlo) sulle posizioni classiste nel Pci post-resistenziale che si trovò a confliggere col realismo togliattiano, può farlo. Emancipandosi però da teorie scarsamente attendibili come quella di Zaslavsky e Aga-Rossi su un presunto disegno del gruppo dirigente del Pci d’indebolire con eliminazioni fisiche la borghesia per poi sostituirla. Tesi surreale visto che la linea togliattiana, pur con la sua tradizionale doppiezza, non lasciò mai spazio nel periodo post-bellico a posizioni insurrezionaliste, attuando una linea riformistico-partecipativa.

Anche Secchia e Longo, in quella fase critici col segretario, presero sempre le distanze dalla cosiddetta “malattia del mitra”, una scorciatoia militarista che incarnava più lo spontaneismo ribellistico che programmi realisticamente rivoluzionari9. Se quest’ultimi fossero praticabili e a che prezzo lo si dovrà commentare storiograficamente con ricerche e studi, impegnandosi a realizzarli con rigore. Le congetture e le interpretazioni scandalistiche come quelle degli ultimi capitoli del “Sangue dei vinti” non aiutano la ricerca storica.

 

Da don Calcagno a Farinacci, da Colombo a Koch

Seguiamo alcuni passi della romanzata storia di Pansa non per esaltare sangue e vendette bensì per capire gli eventi, ricordando i casi di fascisti la cui fine risultò tragica com’era stata la loro vita.

Il seminatore d’odio don Tullio Calcagno, direttore della razzista Crociata Italica e il suo mentore e protettoreFarinacci, violento squadrista della prim’ora e poi ras di Cremona, sono due delle prime vittime ricordate da Pansa. Basta rileggere i truculenti proclami che apparivano su quel foglio e si comprende perché per loro giunse inesorabile il momento del giudizio.

Quindi due torturatori che agivano per conto dei nazisti sotto la Repubblica Sociale: Franco Colombo, organizzatore a Milano di una polizia privata intitolata a Muti. Pietro Koch, creatore di luoghi di reclusione e sevizie nelle pensioni Oltremare e Jaccarino di Roma e nella villa Fossati di Milano. Con lui decine di accoliti fra cui spiccavano Tela, Trinca e gli attori Valenti e Ferida, uccisi dai partigiani dopo il 25 aprile. Scrive Massimiliano Griner nel suo documentato lavoro La banda Koch

“… Delle percosse, bastonature staffilate, sul corpo ignudo con cinghie e catene: quelli erano metodi ordinari, che qualsiasi aguzzino fascista poteva usare. Roba da dilettanti … Koch era per i metodi straordinari, per le torture “scientifiche”. Era un esteta del supplizio. Gli piaceva veder soffrire. Le grida di dolore dei torturati, gli davano brividi di godimento, la vista del sangue lo inebriava”.

Sulle dicerie di Pisanò, secondo cui durante i giorni della Liberazione un certo numero di fascisti vennero gettati negli altiforni delle fabbriche di Sesto San Giovanni, non c’è traccia non solo di documentazione ma neppure di testimonianze.

 

Brigate nere: quei teschi sui berretti

Della morte assegnata a tali Dainotti, Baldi, Bianchi e poi Adami, Fiorentini e altri uomini delle Brigate nere10spiegano ampiamente i motivi due passi tratti dal romanzo Uomini e no.

LXIII I morti di largo Augusto non erano cinque soltanto; altri ve n’erano sul marciapiede dirimpetto; e quattro erano sul corso di Porta Vittoria; sette erano nella piazza delle Cinque Giornate, ai piedi del monumento. Cartelli dicevano dietro ogni fila di morti: passati per le armi. Non dicevano altro, anche i giornali non dicevano altro, e tra i morti erano due ragazzi di quindici anni. C’era anche una bambina, c’erano due donne e un vecchio dalla barba bianca. La gente andava per il largo Augusto e il corso di porta Vittoria fino a piazza delle Cinque Giornate, vedeva i morti al sole su un marciapiede, i morti all’ombra su un altro marciapiede, i morti sul corso, i morti sotto il monumento, e non aveva bisogno di sapere altro. Guardava le facce morte, i piedi ignudi, i piedi nelle scarpe, guardava le parole dei cartelli, guardava i teschi con le tibie incrociate sui berretti degli uomini di guardia, e sembrava che comprendesse ogni cosa.

CII Quello dal grande cappello e dallo scudiscio scosse allora il capo. Egli aveva capito. Fece indietreggiare i militi fino a metà del cortile, e raccolse uno straccio dal mucchio, lo getto su Giulaj. “Zu! Zu! Piglialo!” disse al cane. E al capitano chiese “Non devono pigliarlo?” Il cane Blut si era lanciato dietro lo straccio, e ai piedi di Giulaj lo prese da terra dov’era caduto, lo riportò nel mucchio. “Mica vorranno farglielo mangiare” Manera disse. I militi ora non ridevano, da qualche minuto. “Ti pare?” disse il Primo. “Se volevano toglierlo di mezzo” il Quarto disse “lo mandavano con gli altri all’Arena”. “Perché dovrebbero farlo mangiare dai cani?” disse il Quinto. “Vogliono solo fargli paura” disse il Primo. Il capitano aveva strappato a Gudrun la pantofola, e la mise sulla testa dell’uomo. “Zu! Zu!” disse a Gudrun. Gudrun si gettò sull’uomo, ma la pantofola cadde, l’uomo gridò, e Gudrun riprese in bocca ringhiando, la pantofola. “Oh!” risero i militi. Risero tutti, e quello dal grande cappello disse “Non sentono il sangue”. Parlò al capitano più da vicino “No?” gli disse. Gli stracci, allora, furono portati via dai ragazzi biondi per un ordine del capitano, e quello dal grande cappello agitò nel buio il suo scudiscio, lo fece due e tre volte fischiare. “Fscì”, fischiò lo scudiscio. Fischiò sull’uomo nudo, sulle sue braccia intrecciate intorno al capo e tutto lui che si abbassava, poi colpì dentro a lui. L’uomo nudo si tolse le braccia dal capo. Era caduto e guardava. Guardò chi lo colpiva, sangue gli scorreva sulla faccia, e la cagna Gudrun sentì il sangue.”Fange ihn! Beasse ihn!” disse il capitano. Gudrun addentò l’uomo, strappò dalla spalla.”An die Gurgel” disse il capitano.


L’albero di Solaro e gli alberi-forca di Bassano

Come ricorda Claudio Pavone nel suo saggio storico Una guerra civile sulla moralità nella Resistenza: la Rsi introdusse la pratica delle pubbliche esecuzioni e dei cadaveri, degli impiccati e dei fucilati lasciati a lungo sul posto.

A Giuseppe Solaro11, fanatico capo del Pnf Torino (organizzatore, mentre la città veniva liberata, della “battaglia dei cecchini” che offrì l’ennesimo spargimento di sangue innocente di trecentoventi fra cittadini e partigiani) viene restituita quella “festa della forca” – la definizione è di Pansa – tanto cara al fascismo repubblichino. Altra testimonianza viene da Mario Isnenghi nella raccolta di saggi curata da Ranzato Guerre fratricide.

L’elemento preminente e ricorrente appare comunque quello della pubblica esposizione del cadavere. Anche l’esposizione ha le sue regole, di tempo e di spazio. Bisogna che il macabro memento mori penzoli a lungo, per ore e anche per giorni, dall’albero, asta o lampione da cui ostenta la sua impotenza “Ero un ribelle. Questa è la mia fine!” dicono i cartelli attaccati ai cadaveri dei giustiziati di Arten, Quero, Cornuta, Alano, Oné di Fonte, Levada, Onigo, Pederobba, Cavaso, Crespano, Bassano e di tutti i paesi che fanno corona al Grappa nei giorni del disastroso rastrellamento del massiccio, alla fine del quale si conteranno centinaia di fucilati, impiccati e appesi vivi a un gancio di macellaio, oltre ai caduti in combattimento e ai deportati in Germania. Da tutti i paesi dei dintorni, le madri dei giovani alla macchia accorrono trepidanti a Bassano, quando si sparge la voce che, appesi ai minuscoli alberi di viale Venezia, coi piedi che quasi toccano terra, ce ne sono altri 31 senza nome.

Egualmente dopo la Liberazione a coloro che Pansa definisce “belve in gabbia”, e belve lo erano state, e in gabbia c’erano finiti dopo la cattura partigiana, veniva riservato il trattamento che i partigiani avevano subìto a opera dei nazifascisti. Ancora un passo di Isnenghi.

“Il morituro può essere legato alla cabina o alla fiancata dell’autocarro, con la faccia rivolta verso l’esterno, e così esibito lungo le strade che portano al luogo dell’esecuzione. Si può – come a Genova – fucilare nei forti della cintura e poi mandar giù il camion con le casse da morto ad attraversare la città. Oppure è il camion stesso con i boia e i condannati che si sposta di paese in paese – vero e proprio Carro di Tespi della morte – sin quando ciascun condannato è stato appeso al suo albero e buttato fuori dal camion, che prosegue la corsa sino al prossimo arresto. Un episodio di Paisà ha fissato l’immagine di un’altra pratica della scenografia della morte, che affida alla corrente dei fiumi la mobilità e la visibilità delle spoglie del ribelle, legato alle tavole … ”.

Così leggendo della morte di Vezzalini torna alla mente la strage del 15 novembre 1943 (gli otto antifascisti fatti prelevare dalle carceri e uccisi vicini al fossato del Castello Estense di Ferrara) rievocata nel film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43.

 

I simboli di morte e pacificazione

I simboli della morte sono da sempre l’emblema dei regimi che disprezzano l’uomo e la sua vita, il fascismo italiano si distinse e fece scuola in Europa. Se ne ricordano i lugubri labari e gagliardetti, le funeree canzoni12, ma soprattutto la prolungata pratica dell’assassinio13.

Nessuna organizzazione partigiana italiana teorizzò la violenza fine a se stessa. Quando ci furono episodi di violenza privata su prigionieri si trattò di casi isolati, mai diretti politicamente, e vennero repressi e duramente biasimati. Come altre devianze individualistiche: i furti, ad esempio. Ancora Pavone: “La severità contro gli atti di banditismo compiuti dai partigiani è grande, e le fonti ce ne attestano la più dura applicazione”.

Certo, nel concitato periodo successivo alla Liberazione, si verificarono anche episodi discutibili, come l’uccisione a sangue freddo di 54 fascisti operata nelle carceri di Schio da una decina partigiani. In quel caso l’attenuante delle stragi naziste avvenute nei dintorni (Forni, Pedascala) nei mesi precedenti e il martirio di due partigiani del luogo, Germano e Giacomo Bogotto, di cui si ritrovarono i corpi straziati dalle torture non aiutano a comprendere l’eccesso repressivo che assunse i contorni di un’incondizionata vendetta. Seppure una folla inferocita nei giorni precedenti aveva cercato di assaltare le carceri per linciare i fascisti. E ad eccidio avvenuto una buona parte della cittadinanza lo considerò un atto di giustizia verso i tanti martiri della libertà.

Avrebbe meritato senz’altro punizioni severe una moltitudine di gerarchi e camicie nere che invece riuscì a farla franca14. Anche per quell’azione di pacificazione che fu la citata amnistia del giugno 1946 che portò alla scarcerazione di oltre 40.000 fascisti15. Tra loro c’erano parecchi criminali di guerra. Due nomi per tutti: il capobanda dei torturatori della X Mas, Junio Valerio Borghese, e il macellaio d’Etiopia Rodolfo Graziani che il democristiano Giulio Andreotti negli anni Cinquanta portava al fianco nei comizi elettorali nei collegi della Ciociaria.

In fondo la Storia e i vincitori si sono dimostrati assai più clementi di quanto Pansa, Pisanò e i loro amici revisionisti vogliano far credere.

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Qualche libro per approfondire

P. Spriano, “Storia del Partito Comunista Italiano”, Einaudi, Torino, 1975

G. Bocca, “Storia dell’Italia partigiana”, Laterza, Bari, 1977

L. Borgomaneri, “Due inverni, un’estate e una rossa primavera”, Angeli, Milano, 1985

P. Spriano, “Le passioni di un decennio”, Milano, 1986

C. Pavone, “Una guerra civile”, Bollati Boringhieri Torino, 1991

G. Ranzato, “Guerre fratricide”, Bollati Boringhieri, Torino, 1994

G. Bocca, “Storia d’Italia nella guerra fascista”, Mondadori, Milano, 1996

L. Borgomaneri, “Hitler a Milano”, Datanews, Milano, 1997

H. Woller, “I conti col fascismo”, Il Mulino, Bologna, 1997

L. Ganapini, “La Repubblica delle camicie nere”, Garzanti, Milano, 1999

D. Gagliani, “Brigate nere”, Bollati Boringhieri, Torino, 1999

M. Griner “La banda Koch”, Bollati Boringhieri, Torino, 2000

M. Franzinelli, “I tentacoli dell’Ovra”, Bollati Boringhieri, Torino, 1999

F. Germinaro, “L’altra memoria”, Bollati Boringhieri, Torino, 1999

R. Katz, “Morte a Roma”, Editori Riuniti, Roma, 1996

K. Klinkhamer, “Stragi naziste in Italia”, Donzelli, Roma, 1997

Aavv, Dizionario della Resistenza, Einaudi, Torino, 2000

Aavv, Atlante storico della Resistenza, Mondadori, Milano, 2000

M. Griner, “La banda Koch”, Bollati Boringhieri, Torino, 2000

B. Fenoglio, “Il partigiano Johnny”, Einaudi, Torino, 1978

B. Fenoglio, “I ventitre giorni della città di Alba”, Einaudi, Torino, 1986

E. Vittorini, “Uomini e no”, Mondadori, Milano, 1986

V. Pratolini, “Cronache di poveri amanti”, Mondadori, Milano, 1988

G. Fiori, “Uomini ex”, Einaudi, Torino, 1993

 

 

Qualche film per non dimenticare

“Roma città aperta”, Roberto Rossellini, 1945

“Paisà”, Roberto Rossellini, 1946

“Achtung! Banditi”, Carlo Lizzani, 1951

“La lunga notte del ’43”, Florestano Vancini, 1960

“Rappresaglia”, Gorge Pan Cosmatos, 1973

“Salò e le 120 giornate di Sodoma”, Pier Paolo Pasolini, 1975

“Novecento”, Bernardo Bertolucci, 1976

“La notte di San Lorenzo”, Paolo e Vittorio Taviani, 1982

 

 

1 Come ricorda Primo Levi ne “I sommersi e i salvati” l’oppressore e la vittima sono nella stessa trappola, ma è l’oppressore, e solo lui, che l’ha approntata e fatta scattare.

2 A. Gramsci, Lettere dal carcere (154), Einaudi, Torino, 1975

3

– “Tutto ciò che era repentino, proditorio, esplodente con urla era fascista” scrive Fenoglio nel secondo capitolo de “Il partigiano Johnny” e il partigiano Sandor nei “Ventitre giorni della città di Alba” afferma: “Io coi tedeschi ce l’ho, è naturale che ce l’ho, per tante cose. Ma non c’è confronto con come ce l’ho coi fascisti. Per me sono loro la causa di tutto”.

4

– Fra il settembre ’43 e il maggio ’45 i reparti tedeschi della Wehrmacht (esercito) e delle SS (polizia politica) assassinarono 9.180 civili, in gran parte donne e bambini. In più il movimento partigiano del Corpo Volontari della Libertà pagò un durissimo tributo di sangue con 26.600 vittime nelle regioni dove fu più aspro il conflitto: Piemonte (5.794), Lombardia (3.938), Veneto (2.670), Friuli (4.784), Bellunese (564), Liguria (2.794), Emilia-Romagna (6.084).

5

– H.Woller, I conti col fascismo, Il Mulino, Bologna, 1997. Parri aveva diffuso il numero di 15.000 fascisti passati per le armi, Tosca parla di 19.801. I dati riportati da Woller (12.000 morti) sono a tutt’oggi i più accreditati in sede storica.

 

6 Da G. Fiori, Uomini ex “… Autunno ’45. Disarmare, questo è l’ordine del Partito (il Pci, ndr), consegnare agli Alleati anche l’ultima pistola. Incredibile. Una pazzia. … (I fascisti) le armi se le son tenute, spuntano a Milano sigle losche una al giorno “Figli d’Italia” “Squadre d’Azione Mussolini” “Onore e combattimento”… A Milano la guerra civile era continuata, un fallimento l’epurazione legale, s’incontravano per strada anche torturatori, le azioni punitive ebbero il consenso popolare: squadre di partigiani col fazzoletto rosso delle Brigate Garibaldi e il mitra a tracollo erano tornate a far la ronda cercando il canagliume e se lo tiravano dalle parti del campo Giuriati, e l’indomani all’alba la vista di quel corpo inerte non emozionava gli operai di passaggio in bicicletta”.

 

7 Il 22 giugno 1946 l’amnistia emanata dal guardasigilli Togliatti, in accordo con il capo del governo De Gasperi, produsse la scarcerazione di oltre 40.000 fascisti.

 

8Ancora da G. Fiori, op. cit. “… Il ’46 anno duro i fascisti alzano il tiro, attraversano città e paesi con auto fantasma sparando nel mucchio.. In giugno migliaia di fascisti tornano in libertà scarcerati dal guardasigilli Togliatti è la base di reclutamento delle Squadre d’Azione, ringalluzziti arrivano a tentare l’attacco alla Casa del Popolo di Lambrate. … L’esplosione, l’arrivo degli assalitori neri, il nostro tiro a segno dal porticato, la carneficina. La loro risposta, la bomba nella sezione comunista di Porta Genova, il piccolo Flammini di cinque anni, figlio del custode, orrendamente dilaniato, i pezzetti che volavano attraverso la finestra di via Papiniano …” . Il Msi creato dal repubblichino Giorgio Almirante perseguì per decenni un piano eversivo in connubio con apparati deviati dello Stato, rendendosi protagonista di azioni squadristiche. Numerosi militanti missini e di formazioni parallele a questo partito, sostenuti dai Servizi segreti, furono i manovali delle bombe nella cosiddetta “strategia della tensione”. Con le stragi che da Piazza Fontana (dicembre 1969) giungono sino all’attentato al treno 704 (dicembre ’84) si volevano colpire le conquiste del movimento dei lavoratoti e lo spostamento elettorale a sinistra avvenuto nel Paese.

9

– Il caso della milanese “Volante Rossa” ricordato nel libro di Fiori è uno dei più noti. Nelle confessioni di chi vi partecipò si constata quello che anche altri studiosi (Woller) sottolineano: il senso di abbandono a se stessi di quei partigiani che a lungo avevano rischiato la vita. Alcuni di loro iniziarono a sentirsi abbandonati e poi traditi dallo stesso Partito che nel dopoguerra li vedeva come fattore di disturbo per la nuova realtà politica.

10 Create nell’estate del 1944 da Alessandro Pavolini e da lui guidate le Brigate Nere assunsero compiti di repressione antipartigiana e di rappresaglia sui civili, coadiuvando l’opera delle SS. Si distinsero per azioni di ferocia nell’Oltrepo e nel Canavese.

 

11 Scrive Woller, op. cit. “Solaro era troppo conosciuto e troppo odiato perché si potesse pensare di giustiziarlo come un fascista qualsiasi… fu sottoposto a un processo sommario e condannato a morte per impiccagione. La sentenza venne eseguita in corso Vinzaglio, nello stesso posto dove poche settimane prima lui aveva fatto impiccare quattro partigiani”.

12 “C’è a chi piace far l’amore/ c’è a chi piace far denaro/ c’è a chi piace far la guerra/ con la morte a paro a paro” è il ritornello di una canzone dei paracaduti della Rsi che rifà il verso alla dannunziana Canzone del Quarnaro.

13– Nel biennio 1920-’22 furono assassinati dagli squadristi del neonato movimento fascista, finanziato dagli agrari padani, oltre un migliaio di militanti socialisti, comunisti e popolari e sindacalisti organizzati in Leghe, Circoli e Camere del Lavoro. Negli anni seguenti anche illustri personalità politiche antifasciste vennero uccise o fatte morire: don Giovanni Minzoni, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Nello e Carlo Rosselli, Antonio Gramsci, solo per citare i più noti.

 

14

– In Italia le corti d’Assise condannarono in primo grado 550 fascisti alla pena capitale, solo 91 vennero fucilati. In Francia su 6763 condanne vennero eseguite 1.500.

15

– Negli anni 1948, 1949, 1953 furono adottati altri provvedimenti di condono che svuotarono le carceri di tutti i fascisti.

Il programma di Le Pen in Francia: tra Lega Nord, Forza Nuova e Stormfront


La vera sorpresa delle elezioni presidenziali francesi è Marine Le Pen, candidata del Front National, che ha raggiunto il 18 per cento dei consensi piazzandosi dietro solo a Hollande e Sarkozy, e rifilando circa 6 punti percentuali a Mélenchon, candidato del Front de Gauche, la sinistra francese.

Ma chi è Marine Le Pen? E’ la figlia del più celebre (almeno fino a un paio di giorni fa) Jean Marie, del quale ha preso il posto alla guida del Front National da un anno. Sarko avrebbo dovuto annusare il pericolo per tempo, dal momento che alle elezioni regionali del 2010, candidatasi a Nord Pas de calais, Marine Le Pen aveva conquistato il 22 per cento dei consensi, una quota assai a ridosso di quella del partito del Presidente della Repubblica. Piccola curiosità: è di oggi la notizia che Le Pen (insieme all’ecologista Eva Joly) sarebbe stata denunciata da due avvocati per non essersi candidata con il suo vero nome, Marion Anne Perrine Le Pen, violando articoli del codice penale e di quello elettorale che obbligano, invece, l’inserimento del vero nome, per esteso.

Ora, con il 18 per cento dei voti, il Front National farà sentire prepotentemente il suo peso al secondo turno di elezioni, spostando l’ago della bilancia decisamente a destra. Una tendenza, comunque, riscontrabile in molti altri Paesi europei (guarda l’infografica di AgoraVox).

Ma quali sono le proposte salienti del Front National? E a quali partiti italiani si può equiparare la forza di estrema destra francese?

IMMIGRAZIONE

Il cavallo di battaglia di Le Pen è certamente l’immigrazione. La leader del Front National promette che ridurrà drasticamente gli ingressi, da 200mila a 10mila, concentrandoli tra l’altro sulle competenze “che possono apportare innovazione al Paese”. Per ottenere il permesso di soggiorno sarà doveroso conoscere la lingua francese. Non sarà possibile ottenere la doppia cittadinanza (tranne che con altri Paesi europei) e comunque la priorità, sia nelle assunzioni al lavoro che nelle liste per la casa, verrà data ai francesi. Dopo un anno di disoccupazione l’immigrato verrà rimpatriato con la forza, mentre il diritto a cure mediche gratuite non varrà per i clandestini. Ultima chicca: le manifestazioni antirazziste verranno considerate reato. 

In Italia la Lega Nord ha fatto scuola. Nel programma elettorale del 2008, infatti, i padani proponevano in linea di massima le stesse cose, ma forse per paura di essere troppo “teneri” arrivarono a lanciare l’idea del test del Dna per verificare i ricongiungimenti familiari (oltre a quella di sparare sui barconi dei clandestini). Forza Nuova non è da meno: nei “punti fermi” del partito si legge “FORZANUOVA si batte per un blocco dell’immigrazione e per l’avvio di un umano rimpatrio degli immigrati”.

SICUREZZA

Marine Le Pen propone l’instaurazione di un vero e proprio Stato di Polizia, con “tolleranza zero” nei confronti di tutti i reati. Per farlo verrà ripristinata la gendarmerie e verranno assunti nuovi uomini delle forze dell’ordine, che potranno usufruire di equipaggiamenti più sofisticati rispetto a quelli di ora (che, per intenderci, sono già diversi gradini sopra a quelli della Polizia Italiana). Verranno inoltre acquistate nuove armi. La repressione potrà essere ancor più massiccia ed il rischio che si “esageri” (come avvenuto con il giovane Hakim, ucciso per soffocamento dalla polizia nel 2008) non viene preso in considerazione, se non come un “effetto collaterale”. Ma non solo: Le Pen proporrà un Referendum per ristabilire la pena di morte per i reati più gravi. Curioso che mentre in tutto il mondo le esecuzioni diminuiscono in Francia un candidato presidente con il 20 per cento dei consensi ne proponga il ripristino.

Anche Bossi, pochi giorni prima che esplodesse lo scandalo nella Lega, aveva detto che nei confronti di Giuseppe Salvatore Riina, figlio del boss, servirebbe la pena di morte. Riina junior, condannato per associazione mafiosa, sarebbe dovuto andare a Padova , piena Padania, a fare attività di volontariato per un’associazione che combatte la droga. Di due giorni fa, invece, la notizia secondo cui Forza Nuovaavrebbe chiesto il ripristino della pena di morte per i reati di pedofilia.

DIFESA

Per quanto riguarda la difesa il Front National propone l’uscita immediata dalla Nato per un’alleanza strategica con la Russia di Putin. La deterrenza nucleare rimarrà al centro delle strategie di difesa, mentre 50mila riservisti della Guardia Nazionale dovranno essere pronti su tutto il territorio per qualsiasi evenienza. Importante sarà il ruolo dell’industria bellica, che verrà decisamente rilanciata. Il 2% dell’intero prodotto interno lordo francese sarà dedicato all’ammodernamento e conservazione degli impianti di sicurezza. 

In Italia? La Lega, come è noto, è praticamente assente in politica estera e nel settore difesa. I neofascisti di Forza Nuova invece hanno le idee assai chiare. Propongono, infatti, “una ricerca spregiudicata di nuove alleanze al di fuori della NATO. Non si vede perché dovremmo accettare la logica americanocentrica e sionista e non guardare a soluzioni del tutto nuove come a patti politico-militari con Russia, Ucraina e altri Paesi nell’ambito di un progetto geopolitico veramente paneuropeo”.

STORMFRONT

Entusiasmo tra gli internauti di Stormfront (versione francese e versione italiana), il sito ultranazionalista, sostenitore della “supremazia bianca” e del neonazismo. Il risultato di Le Pen in Francia viene visto con soddisfazione, come una speranza “per la razza bianca” inquinata, a loro dire, dagli effetti dell’immigrazione selvaggia e da quelli della politica di Sarkozy, colpevole secondo i neonazisti di essere uno “sporco giudeo” (la nonna era di religione ebraica).

Le Pen, dunque, rappresenta una speranza per la pulizia della Francia (qualcuno si augura, poi, un effetto a catena sull’Italia) da ebrei e “colorati”. Follia pura, ma tant’è.

LEGGI ANCHE: Marine Le Pen invoca referendum sulla pena di morte

La Resistenza nel Piceno: cosa era la Rat Line

La rat-line era un percorso che attraversava l’Appennino marchigiano e abruzzese ed era costituita da una serie di capisaldi, di postazioni sicure vigilate da partigiani, i quali aiutavano gli antifascisti e i prigionieri di guerra a raggiungere le linee alleate, dando loro assistenza, fornendo alimenti, medicinali e guide. Era chiamata rat-line (linea del sorcio) perché era tutta spezzettata e fatta a zig zag proprio come i balzi a zig zag che fa il topo per sfuggire al gatto. La linea univa MONTALTO MARCHE eGUARDIAGRELE. Il tragitto era, con qualche variante, Montalto Marche, Castignano, Offida, Appignano del Tronto, Castel di Lama, Faraone, Bellante, Castellalto, Castelli, Penne di Pescara, Loreto Aprutino, Pianella, Civitacquata, Civitella Casanova, Villa Celiera, Carpineto, Nocciano, Manoppello, Casale in Contrada, Rocca Monte Piano, Fara Filiorum Petri, Guardiagrele. La formazione che coordinava le guide della rat-line si era costituita verso la metà di novembre del 1943 e rimase in funzione sino alla liberazione, nel giugno del 1944. I comandanti che si succedettero alla guida furono il tenente Ugo Uguccioni Ranieri (da novembre alla fine del 1943), il tenente Nanni Giovanetti (dal gennaio 1944 al 10 marzo 1944) e infine il capitano Luigi Stipa (da marzo fino alla liberazione).

   Nella zona di Montalto, Offida, Appignano e Castignano venivano raggruppati i POW, ossia i prigionieri fuggiti dai campi di concentramento dopo l’8 settembre, i quali portavano stampigliata sulle giacche e camice la sigla Pow che significava “prisonier of war” che avrebbe dovuto proteggerli da ogni offesa, garantendo loro contemporaneamente il diritto alla fuga. In realtà erano braccati sia dai tedeschi che dai fascisti, per questo le formazioni partigiane li accompagnavano verso la linea del fronte in modo da potersi ricongiungere con gli alleati. La fuga riusciva grazie ad un sistema perfetto di collegamenti, sia con apparecchi radio che attraverso l’impiego di staffette, tra un caposaldo e l’altro. Se le guide segnalavano incidenti, come ad esempio la cattura da parte dei tedeschi, la linea si interrompeva. La radio clandestina concordava con gli alleati le modalità del passaggio, i tempi della marcia, le eventuali offensive. Sbagliare anche di poco significava mandare all’aria tutta l’organizzazione. L’arrivo era a Guardiagrele, su un costone, da un lato c’erano i tedeschi e dall’altro gli alleati. La linea del fronte non era continua come un trinceramento della prima guerra mondiale, ma era fatta di postazioni e l’abilità era nel riuscire a passare dall’una all’altra, e il capitano Stipa riuscì a coordinare perfettamente tutti i movimenti, portando a termine sedici missioni e facendo rientrare nelle linee alleate centinaia di uomini.

Tratto da: http://www.storiamarche900.it/main?p=storia_territorio_rat-line

Così aumentano indennità, vitalizi e pensioni d’oro alla Camera

Martedì sera, alle 19 e 40, il Senato ha approvato il procedimento di revisione dell’articolo 81 della Costituzione, inserendo nella Carta l’obbligo per l’Italia del Pareggio di Bilancio. La norma porta, tra le altre, la firma del leader del Partito DemocraticoPierluigi Bersani e si annuncia come un’ennesia flessione, drammatica, alla sovranità monetaria del nostro Paese, già ampiamente sottomesso alle rigide indicazioni provenienti dalla Banca Centrale Europea. 

Vladimiro Giacché, stimato economista e dirigente finanziario, ha così commentato la notizia:

Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l’illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la ‘domanda aggregata’ insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l’economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato – se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati – tutto ciò sarà impossibile.

Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni ’30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la ‘domanda aggregata’, cioè l’insieme dell’economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile. 

Cosa significa questo per un paese come l’Italia? Semplice: sarà impossibile investire denaro pubblico in settori “fondamentali”, e a sostegno di diritti sanciti dalla Costituzione stessa. Ad esempio nella cultura, già ampiamente surclassata, come nell’istruzione. Oppure nella ricerca. O, ancora, nella realizzazione e nel miglioramento delle infrastrutture. E che dire della sanità? E dei trasporti?

I diritti fondamentali dei cittadini (a una sanità accessibile per tutti, a un’istruzione pubblica, ecc ecc) saranno da ora in poi subordinati all’obbligo del Pareggio di Bilancio. Quindi, per farla breve, i servizi essenziali che lo Stato non vorrà – o potrà – pagare, dovremo pagarceli da soli, con buona pace di chi non può permetterseli. 

Continua Vladimiro Giacché:

Stando così le cose, sarà inevitabile dover ricorrere a nuove manovre di austerity. Ed ecco qui la spirale, innestata proprio dal vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Facendo due rapidi calcoli a partire dall’obbligo sancito dal ‘Fiscal compact’ di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% – ergo, un ventesimo del Pil – ecco che per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro.Di fatto, l’Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l’anno. Una follia. O meglio, la perfetta ricetta per il disastro economico. Un disastro motivato dall’assurda idea di fondo che si debba cancellare il debito pubblico. Ma la realtà è un altra: nessuno ti chiede di azzerare il debito. Quello che interessa i mercati, infatti, non è che il debito venga cancellato ma che si stabilizzi. L’obiettivo dovrebbe essere non far crescere tendenzialmente il debito. 

Insomma, a quanto pare per i cittadini italiani si avvicinani altri anni bui, di enormi sacrifici, stavolta non richiesti “una tantum” ma addirittura sanciti in Costituzione. La norma sul Pareggio di Bilancio è stata approvata con 235 voti favorevoli, 11 contrari e 34 astenuti. Avendo raggiunto il quorum dei due terzi dei componenti del Senato, la modifica costituzionale non potrà essere sottoposta a referendum popolare. Siamo fregati, per farla breve. 

Ma c’è chi continuerà a spassarsela ancora a lungo.

E’ sufficiente, infatti, andare sul sito internet della Camera dei Deputati e cercare tra le voci del bilancio. Noi l’abbiamo fatto e scoperto alcune cose assai interessanti. Il Bilancio Pluriennale 2011-2013, infatti, rivela chiaramente quali saranno i costi della politica. O, per essere più chiari, dei politici che sino al prossimo anno decideranno della nostra vita.

Al capitolo “Spese Correnti – deputati” si nota chiaramente l’andamento dell’indennità dei parlamentari. La prima colonna indica l’anno 2011, la seconda il 2012, la terza il 2013. Ebbene, si passerà da 94.540.000 euro a 100.590.000 euro. L’incremento complessivo è di oltre 6 milioni di euro. Come sono giustificati?

Colpisce il trattamento riservati ai “cessati dal mandato“: anche per loro, che parlamentari non lo sono più, si passerà da 138.200.000 euro a 143.200.000 euro. Incremento di 5 milioni di euro. 

Altre spese sono state tagliate, come si può notare chiaramente leggendo il Bilancio: le uniche, o quasi, ad aumentare sono le indennità e super pensioni dei nostri politici e del loro “personale di servizio”.

Diranno che così si alimenta l’antipolitica. Diranno che è populismo e che questo è il “costo della democrazia”. Intanto, però, senza chiedere il parere ai cittadini (quella sì che sarebbe stata democrazia) hanno inserito l’obbligo del Pareggio di Bilancio in Costituzione. Che vuol dire anni di sacrifici sulle spalle dei soliti noti.

Oncologia, ortopedia, cardiologia. Guida agli ospedali pubblici migliori d’Italia

Scegliere gli ospedali migliori nei quali farci curare è, da qualche settimana, più facile. Se finora molto spesso ci si affidava al passaparola o al consiglio del proprio medico curante, ora finalmente è possibile regolarsi sulla base di dati oggettivi forniti dal ministero della Salute, nell’ambito del Programma Nazionale Esiti, condotto da Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali).

I dati sono consultabili, ma non a tutti, su questo sito: per accreditarsi è necessario esser parte del Servizio Sanitario Nazionale. “Possono registrarsi – si legge – tutte le istituzioni nazionali, regionali e locali ed i soggetti erogatori accreditati del SSN”. Spazio anche ai giornalisti, ma solo a quelli iscritti all’albo. In ogni caso i funzionari del Programma Nazionale Valutazione Esiti si riservano la possibilità di non fornire le credenziali di accesso ai dati. In sostanza, dunque, non si tratta del massimo della trasparenza, visto che i cittadini sono praticamente tagliati fuori dalla consultazione di informazioni potenzialmente di vitale importanza. Libero accesso invece ai dati economici, con un utile raffronto tra spesa e finanziamenti ottenuti sal Servizio Sanitario Nazionale

Il periodico Focus, tuttavia, è riuscito ad accedere ai dati sulla qualità delle prestazioni sanitarie e successivamente a studiarli e renderli pubblici, fornendo inizialmente alcune considerazioni di carattere generale, successivamente invece una vera e propria “diagnosi” per tutte le patologie più diffuse in Italia. Gli esperti di Focus, innanzi tutto, sono arrivati a queste conclusioni:


1. Sono decine i reparti ospedalieri che curano un numero di pazienti troppo basso per mantenere un adeguato standard di qualità e sarebbero quindi, secondo il Ministero, da chiudere. Per esempio nel caso dell’infarto al miocardio, la Sacra Casa di Loreto, nelle Marche che cura 32 pazienti e ha una mortalità del 34%.
Oppure l’Azienda Ospedaliera di Bordighera, in Liguria, con 19 pazienti e una mortalità del 42,11%.

2. Le statistiche sull’infarto del miocardio (la maggiore causa di mortalità in Italia) dicono che in media il rischio di morire per infarto è del 10,95%. In altre parole muoiono quasi 11 pazienti ogni 100 ricoverati. Più della metà di questi, il 6,46%, avrebbero però potuto salvarsi se tutti gli ospedali avessero adottato le pratiche in uso nei reparti migliori. Infatti un pool di questi reparti top (tra cui, per esempio il Cervello di Palermo e il Sant’Andrea di Roma), presi a pietra di paragone, ha avuto una mortalità del 4,49%.
La differenza sta nella tempestività delle cure: nei reparti migliori l’85,11% dei pazienti viene sottoposto ad angioplastica entro 48 ore dal ricovero, contro solo il 30,67% della media italiana.

3. Gli ospedali pubblici (soprattutto al centro-nord) hanno in genere, sempre in campo cardiologico, dati migliori delle cliniche private, con alcune eccezioni: per esempio il Monzino di Milano o l’Aurelia Hospital di Roma. Anche al sud non mancano i reparti di eccellenza, come il presidio ospedaliero Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina o l’Ospedale Generale di Lentini in provincia di Siracusa).

4. La sanità italiana ha un ampio margine di miglioramento, e sta ai cittadini chiederlo, finalmente sulla base di dati certi, agli amministratori locali. Bisogna stimolare i medici perchè si aggiornino, ma anche costringere le associazioni scientifiche a occuparsi della qualità dei propri associati e le università a verificare che la qualità dell’insegnamento sia migliorata.

5. La stessa differenza fra la media e i migliori che c’è nella cura dell’infarto al miocardio, si ritrova nella terapia dell’ictus. Su oltre 66 mila casi ricoverati nel 2010, la media nazionale di mortalità è quasi del 10% contro il 2% tra i 1243 pazienti trattati nei centri migliori. Anche i dati sulla broncopneumopatia cronico ostruttiva sono dello stesso segno: la media della mortalità italiana (su 104 mila pazienti) è di 6,87% contro lo 0,06% tra i 2064 pazienti curati nei reparti di pneumologia migliori.

6. I pazienti italiani attendono in media 5 giorni perchè la loro frattura di femore venga curata, quando la ricerca dice che tutte le fratture dovrebbero essere curate entro 48 ore se si vuole evitare un aumento della mortalità.

7. Anche la chirurgia deve migliorare: sono ben 985 mila gli interventi chirurgici non oncologici effettuati nel 2010 in Italia. La mortalità media è stata del 2%: quasi tutte vite che avrebbero potuto essere risparmiate se le tecniche adottate dai reparti migliori (con una mortalità media dello 0,03%) fossero state estese al resto dei reparti.

8. Poi ci sono i risparmi prevedibili: i pazienti sottoposti a colecistectomia in laparoscopia sono ricoverati in media per 2 giorni in alcuni ospedali e per 7 giorni in altri e la media italiana per un intervento di colecistectomia laparotomica (cioè con l’incisione chirurgica) arriva addirittura a 10 giorni con punte molto elevate.

Di seguito troverete una lista delle principali patologie presenti in Italia. A fianco, oltre a un breve commento, potrete consultare la tabella con i dati ufficiali (fornita da Focus, che ne ha avuto accesso), con il dettaglio di tutte le strutture ospedaliere, regione per regione. I colori giallo, rosso e verde indicano rispettivamente prestazioni nella media, ampiamente sotto la media e ampiamente migliori della media. Il “benchmark” rappresenta il caso ideale: quello, cioè, nel quale le più recenti tecniche sono praticate con successo e la preparazione del personale è ideale. La “media italiana” rappresenta, invece, la “cruda realtà”. Buona consultazione.

– Infarto al miocardio (tabella dettagliata): si tratta del “grande killer”, visto che le probabilità di morire per questa patologia sono superiori al 10 per cento (10,95%). Esso è causato dal fatto che una delle arterie che riforniscono il cuore, le coronarie, viene ostruita da un grumo, o trombo. Le regioni più virtuose sono Lombardia, Veneto, Ligura, Emilia e Romagna, Umbria, Lazio, Basilicata e Sicilia, più la provincia di Bolzano, ma consultando la tabella, alla voce “mortalità a 30 giorni dal ricovero) è possibile verificare quelle strutture ospedaliere da bocciare (ad esempio l’Ospedale Civile Maggiore di Verona).

– Scompenso cardiaco (tabella dettagliata):  Lo scompenso cardiaco è un affaticamento del cuore, che non è più in grado di pompare sangue in quantità adeguata alle necessità. La causa di questa patologia sono altre malattie cardiache: ipertensione, anomalia delle valvole cardiache o malattia delle arterie coronarie che portano il sangue al cuore, miocardite, aritmie. Ma anche alcol e alcuni farmaci sono assai dannosi. I sintomi sono soprattutto mancanza di fiato o mancanza di forze e il gonfiarsi delle caviglie a riposo.

– Cardiochirurgia: bypass aortocoronarico (tabella dettagliata): Il bypass aorto-coronarico è uno degli interventi cardiochirurgici più comuni, perchè eseguito con lo scopo di “bypassare”, cioè di superare con una deviazione, le occlusioni delle arterie coronarie che portano il sangue al cuore. 
 Ahinoi, non tutti gli ospedali hanno fornito informazioni sul tasso di mortalità nella loro struttura.

– Pneumologia: BPCO (tabella dettagliata): si tratta della branca della medicina che si interessa delle malattie dell’apparato respiratorio. Nella fattispecie broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). La tabella tiene conto di due indicatori di qualità: la percentuale di mortalità nei 30 giorni successive a un ricovero con diagnosi di BPCO; la percentuale di pazienti che nei 30 giorni successive a una dimissione per BPCO sono stati nuovamente ricoverati perchè la malattia si è riacutizzata. I ricoverati nel 2010 sono stati 104 mila; la mortalità media italiana è stata del 6.87%.

– Neurologia: ictus (tabella dettagliata): Ictus in latino vuol dire, letteralmente, “colpo” e colpisce ogni anno moltissime persone. Nel 2010 sono stati ricoverati 66 mila pazienti; la mortalità media italiana è del 9,94%.

– Ostetricia: parti cesarei (tabella dettagliata):  Sono stati raccolti i dati relativi ai parti cesarei nelle donne alla prima gravidanza. Secondo gli esperti di Focus “In Italia, dopo una vigorosa campagna del ministero della Salute, la percentuale di cesarei nelle primipare è oggi del 28,34% ma nei reparti migliori la percentuale di cesarei nelle donne alla prima gravidanza è del 4,45%. 
In pratica, se le puerpere primipare italiane si fossero fatte ricoverare tutte nei reparti migliori (o se tutta l’ostetricia italiana adottasse le stesse pratiche delle ostetricie migliori) non si sarebbero praticati circa 120 mila cesarei, ma solo 19 mila, con un risparmio di oltre 100 mila incisioni chirurgiche, evitando i rischi che queste comportano (maggior rischio di finire in terapia intensiva), di infezioni ospedaliere, dell’analgesia, allungamento del post-operatorio ecc) ma anche con minori costi per la sanità pubblica”.

– Chirurgia oncologica: tumore al polmone (tabella dettagliata): sono stati raccolti  i dati relativi all’asportazione del tumore del polmone. Un intervento praticato in pochi centri in Italia: l’Istituto dei tumori di Milano è quelo che spicca nettamente per la qualità degli interventi. In particolare è stato preso in esame il quinquennio 2006-2010 per poter avere un numero più elevato di casi.

– Ortopedia: chirurgia della frattura di tibia-perone (tabella dettagliata): spiega Focus: “L’indicatore di corretta pratica ortopedica riguarda i tempi di attesa fra la diagnosi e l’intervento chirurgico di ricomposizione. Analizza 11.122 ricoveri per frattura di tibia e/o perone che imponevano l’intervento chirurgico, effettuati fra il 1 gennaio 2005 e il 30 novembre 2010. Come sempre il numero di interventi effettuati nelle singole strutture è una informazione utile sia per il cittadino, per scegliere chi ha maggiore esperienza, sia per gli amministratori pubblici per decidere come indirizzare le sempre più magre risorse. Il volume annuo necessario per una buona qualità non può essere inferiore a 51 casi l’anno. Ma oltre 9 mila cittadini sugli 11 mila totali sono ricoverati in strutture che trattano meno di 51 casi l’anno.

– Ortopedia: artroscopia del ginocchio (tabella dettagliata):  si tratta di una procedura mini-invasiva usata per visualizzare dall’interno l’articolazione del ginocchio. Serve a effettuare diagnosi, ma anche a praticare interventi chirurgici sull’articolazione. In particolare in artroscopia è possibile riparare le lesione del menisco o dei legamenti crociati.

– Ortopedia: chirurgia del collo del femore (tabella dettagliata):  sono stati raccolti i dati riguardanti la frattura del collo del femore negli anziani ultra 65enni verificatesi nell’arco di 6 anni: si tratta, in genere, di un evento traumatico dovuto all’impoverimento dell’osso (osteoporosi senile). Di questa frattura si può morire, se tra la diagnosi e l’intervento trascorrono troppi giorni.

– Cardiochirurgia: valvuloplastica e sostituzione di valvole cardiache (tabella dettagliata): si tratta della sostituzione o riparazione di una valvola cardiaca, che nel 2010 ha coinvolto 14 mila pazienti. La mortalità media italiana è del 3,17%, cioè 3 pazienti ogni 100 interventi. I tassi di mortalità vanno a un minimo di 0,32% dell’Hesperia hospital di Modena a un massimo di 14,6% della Casa di cura mediterranea di Napoli.

Le bande partigiane dell’ascolano e la battaglia di San Marco

Nel pomeriggio del 2 ottobre 1944, nei pressi di Porta Cartara (Ascoli), ci fu uno scontro tra alcuni ragazzi del San Marco e dei soldati nazisti. Una camionetta tedesca con mitragliera cominciò a battere la campagna per poi fermarsi con il sopraggiungere del buio. Durante la notte giunsero notevoli rinforzi e vennero piazzate artiglierie naziste lungo i colli dai quali si poteva colpire facilmente il San Marco, facendo cadere il presupposto tattico dei partigiani. All’alba del 3 ottobre i tedeschi puntarono direttamente alla montagna attaccando i patrioti di sorpresa e circondando il Colle. Iniziò una cruenta battaglia che fu interrotta da un provvidenziale terremoto. Ma lo spavento dovuto all’evento sismico durò poco e già prima di sera ricominciarono i combattimenti, i quali perdurarono fino al 4 ottobre.

   I partigiani combatterono e resisterono finché poterono, poi si ritirarono di fronte all’offensiva tedesca. Alle Rocce e alle Vene Rosse gruppi isolati si difesero finchè poterono prima di essere catturati e condotti al Forte Malatesta. I nazisti, a suggellare una vittoria che costò comunque numerose perdite, fecero saltare Villa Parisi (il “villino Ardito”), sede del Comando partigiano. Al termine della battaglia si contarono una trentina di caduti tra le fila partigiane. Nei giorni dei combattimenti le rappresaglie sulle popolazioni furono continue; l’esercito nazista massacrò sia semplici cittadini che partigiani fatti prigionieri, facendo aumentare progressivamente di numero le vittime italiane. Ci furono rastrellamenti di vaste proporzioni, nel corso dei quali furono catturate un centinaio di persone tra cui numerosi civili, che vennero poi condotti nel campo di concentramento di Spoleto e da lì in gran parte deportati in Germania.

Dopo i fatti del San Marco, alcuni ascolani si organizzarono in piccoli gruppi combattenti che si formarono in località vicine, specialmente sulle alture che circondavano la città, altri invece presero la strada della montagna. I primi nuclei armati della zona dell’ascolano e del fermano, si costituirono nella zona pedemontana dei Sibillini, da Amandola ad Acquasanta, e lungo la litoranea adriatica, da Porto d’Ascoli a Porto Sant’Elpidio.   Sul versante Nord del comune di Ascoli, sul monte Ascensione e vicinanze, si formò il gruppo guidato da Italo Petrelli, collegato con il relativo GAP cittadino, che operò essenzialmente con azioni di disturbo delle comunicazioni nazifasciste sulle rotabili di Venagrande e Venarotta. Il gruppo fu anche impegnato in scontri a fuoco nel corso di diverse imboscate ai danni di truppe tedesche e fasciste dirette a Servigliano.

   A Castel di Croce, dopo l’8 settembre, era già attivo un gruppo partigiano formato da giovani renitenti alle chiamate della repubblica sociale, aiutati da don Sante Nespeca. Il gruppo fu poi guidato dai capitani Aldo Torelli e Tullio Pigoni, scampati alla cattura sul Colle san Marco, e contò tra le fila anche ex prigionieri alleati fuggiti dai vicini campi di concentramento. Le loro furono azioni prevalentemente di sabotaggio ai danni delle linee telefoniche e telegrafiche di Force, Santa Vittoria e Montelparo.

   Nella zona tra Appignano e Offida si raccolsero numerosi partigiani del Colle san Marco. Il comando del gruppo fu tenuto fino alla fine del 1943 dal tenente Ugo Uguccioni Ranieri, sostituito poi fino alla fine di marzo 1944 dal tenente Nanni Giovanetti e fino alla liberazione dal capitano Luigi Stipa. La banda era in contatto con gli alleati tramite il servizio dell’ ”A-Force” e accompagnava gli ex prigionieri anglo-americani oltre la linea del fronte, passando attraverso la “rat-line”. Il gruppo evitò azioni dirette contro i nazisti allo scopo di salvaguardare la delicata organizzazione relativa all’inoltro di prigionieri.

   Tra dicembre e gennaio il sottotenente Gianmario Paolini del raggruppamento di San Benedetto del Tronto risalì la montagna stanziandosi con i suoi uomini nella zone di Rovetino e Rotella. Lo spostamento fu dovuto dalla necessità di fuggire alla sorveglianza tedesca sempre più pressante lungo la costa. Durante un’azione, il gruppo occupò la caserma dei repubblichini di Force procurandosi diverse armi. Dopo marzo la banda venne divisa in due gruppi con stanza a Rovetino e a Castel di Croce.

   Ad Ascoli Piceno fu poi costituito un numeroso Gruppo di Azione Patriottica (GAP), i cui promotori furono Gesualdo Biondi e Aldo Loreti, reduci del san Marco. Il GAP di Ascoli si contraddistinse per le azioni di spionaggio e controspionaggio, oltre che per le relazioni che intrattenne con gli alleati tramite l’informazione clandestina. Nelle giornate dal 12 al 14 giugno 1944, il GAP, capeggiato da Biondi, assaltò le carceri di Ascoli, liberando tutti i detenuti politici, senza riuscire però nell’impresa di portare in salvo il partigiano Fausto Simonetti e il medico ebreo Jacob Eleliczer.

   A sostegno delle bande operanti nell’entroterra ascolano, lungo la costa si formarono dei gruppi di patrioti con lo scopo di raccogliere, custodire e inviare armi e munizioni ai combattenti.

   Al porto di San Benedetto del Tronto affluivano le armi sottratte ai tedeschi provenienti dalla Dalmazia e che il sottotenente Gianmario Paolini e i suoi uomini fecero giungere nell’ascolano. A Grottammare, per iniziativa del maggiore Italo Postiglione, vennero costituiti altri due gruppi, comandati dal capitano Goffredo Salvi e dal sottotenente Terisio Pignatti, che recuperarono la maggior parte dell’armamento del 154° battaglione.

   Sul versante appenninico, già alla fine di settembre, dopo l’attacco tedesco al Bosco Martese nel teramano, nella zona tra Acquasanta Terme ed Umito, si formò la banda partigiana guidata dal capitano Ettore Bianco, formata da italiani e da numerosi prigionieri slavi ed inglesi fuggiti dai campi di concentramento e diretti inizialmente verso il Gran Sasso e le linee alleate.

   Un altro gruppo si stabilì nei territori compresi tra San Vito e Valle Castellana; il comando fu assunto da Guido Vittori per gli italiani e da Drago per gli slavi. La banda partigiana dominava il territorio, il suo scopo era quello di difendere il retroterra teramano nel quale atterravano i paracadutisti alleati ed impedire che da Ascoli reparti tedeschi e fascisti potessero rastrellare la valle della Tevera.

   Nella zona di Montegallo, alle pendici del monte Vettore, si costituì la banda guidata dal tenente paracadutista inglese Umbert Pearson e formata da ex prigionieri di guerra inglesi, americani, slavi, greci. La banda era poco armata e si limitò ad organizzare un buon servizio di vigilanza di tutta la zona.

Fonte: Istituto storia Marche 900