Esclusivo. Intervista a Paolo Bosusco: “Falsa informazione sul rapimento, ecco com’è andata”



“Caro amico

mi scusi per il ritardo con cui le rispondo. La prego di credermi, che non voglio fare il divo, ma davvero, mentre sono esperto e organizzatissimo di trekking e giungle, qui non saprei come fare. Ma per l’intervista nessun problema, le racconterò tutto”.
Paolo 

Questa è l’e-mail di Paolo Bosusco, l’italiano liberato lo scorso 12 aprile. Era stato rapito 28 giorni prima, insieme a Claudio Colangelo, da un gruppo di guerriglieri maoisti dell’Orissa, la regione dell’India dove viveva da 22 anni. In quel territorio, del tutto inesplorato dai tradizionali flussi turistici “mordi e fuggi”, Bosusco aveva da dieci anni una piccola agenzia di organizzazione trekking. Si chiamava (usiamo il passato, perché ora Bosusco non potrà proseguire più la sua attività) Orissa Trekking, e praticava viaggi esclusivamente a piedi, nel pieno rispetto del territorio, delle tribù, degli animali che vivevano la foreste. Viaggi particolarmente avventurosi. Si legge nel sito di Orissa Trekking:

La maggior parte dei trekking si svolge in zone completamente incontaminate da qualsiasi tipo di turismo, è necessario perciò avere molta adattabilità e spirito di collaborazione. Ci sono poi alcune regole da seguire, per tutti i trekking tra le popolazioni tribali, particolarmente per i gruppi più isolati.

Occorre molta discrezione nei rapporti con questi popoli, specialmente con alcune tribù dove ad esempio il rifiuto della fotografia è anche legato a motivi magici. Così, spesso bisogna resistere all’impulso di fotografare qualcuno molto fotogenico, per motivi di sicurezza e incolumità, la propria e quella dell’intero gruppo. Ad esempio con i famosi Bonda (ma anche con i Kutia Khond e con altri gruppi tribali), il rischio di ricevere una freccia in pancia è concreto, anche solo per piccoli sgarbi o scortesie.

Non mercifichiamo il rapporto con i tribali; quindi nessun regalo, neanche ai bambini!

All’interno dei villaggi si dovrà sempre cercare di minimizzare il nostro impatto e comportarci con delicatezza. In alcuni villaggi isolati è meglio evitare di toccare oggetti, case o persone, poiché ci sono a volte dei tabù impensabili.

Chi condivide tutto questo farà un trekking bellissimo, indimenticabile, chi invece non se la sente di assumersi questi piccoli obblighi, farebbe meglio a rivolgersi ad altre agenzie”.

Queste informazioni si trovano tuttora sul sito internet di Claudio Bosusco. Tuttavia ai media italiani non è balzato in mente di approfondire le ricerche, così hanno raccontato per quasi un mese che i nostri connazionali sarebbero stati rapiti perché fotografavano donne nude in un fiume, come turisti improvvisati, sprovveduti e insensibili.

Questa intervista vuole ripristinare la verità, in attesa che Bosusco concluda il libro che ha appena iniziato a scrivere. Come sono andate davvero le cose? E chi è Paolo Bosusco?

Da quando sei arrivato in Italia, hai avuto modo di leggere quello che si è scritto di te e del vostro rapimento?

Sì, ho scoperto che sono stati scritte pagine e pagine, per lo più di gente mal infomata. La cosa che più mi hanno ferito è stato sentir dire che sono un irresponsabile, che non ero in regola, addirittura che sarei un semplice turista. La prima cosa da chiarire è quella secondo cui stavamo fotografando delle donne nude. Sono arrivati addirittura a raccontare che noi stavamo fotografando le donne nude dei guerriglieri. Altri hanno detto che io sono amico dei maoisti, qualcuno addirittura che sono amico di infanzia dei maoisti. Altri hanno detto che sarei uno dei capi della rivolta No Tav, mentre io non ho mai fatto una sola manifestazione in vita mia.

Chi è invece Paolo Bosusco? Che tipo di lavoro faceva in Orissa?

In verità sarebbe bastato dare un’occhiata al mio sito per accorgersi del mio modo di lavorare. L’ho aperto nel 2002: allora il governo dell’Orissa non aveva neppure regolato il turismo in quella zona, non esistevano neppure le molte associazioni di turismo sostenibile che ora ci sono. Chi faceva trekking con me accettava regola ferree: era vietato fare foto nei villaggi, se non sotto il mio preciso consenso, che davo dopo aver parlato a lungo con gli abitanti e verificato che le fotografie non dessero alcun fastidio. Io stesso nei miei primi viaggi tra Africa e Sud America non portavo la macchina fotografica. Siamo sempre andati nei villaggi con amicizia, rispetto per le popolazioni tribali. La verità è che chiunque decidesse di fare un viaggio insieme a me doveva passare per un mio interrogatorio: chi credeva di fare turismo facile non lo prendevo neppure in considerazione. Idem per chi voleva solo scattare fotografie.

Da quanti anni vivevi in India?

Io sono in Orissa da 22 anni. L’agenzia ce l’ho da 10, sono un esperto viaggiatore ed ho sempre tenuto un profilo basso per non mettere a rischio l’incolumità dei miei clienti. Neppure i maoisti mi conoscevano, ma si erano accorti di noi attraverso dei loro informatori: avevano visto degli occidentali con degli zaini enormi e temevano che fossimo informatori della polizia governativa. Gli unici che mi conoscevano erano proprio i tribali, che sapevano del mio amore per quel territorio e per la natura e che incontravo in continuazione nei miei trekking.

Che rapporto avevi con le tribù indigene? E come sposavi il tuo lavoro di guida turistica con il rispetto per il loro stile di vita?

Ho un rapporto meraviglioso con le tribu. Portavo al massimo 5 persone nei miei trekking e spesso passavamo dai loro villaggi, sempre però con il masimo rispetto. E’ importante precisare che le tribù dell’Orissa non sono come quelle dell’Amazzonia, completamente inavvicinabili. In Orissa hanno contatti con l’esterno da secoli: prima erano i missionari che tentavano di convertirli, poi uomini del governo centrale che rapivano i loro campi, con la scusa del progresso e della loro “inaccettabile primitività”. Io invece acquistavo i loro prodotti abitualmente, li pagavo a un prezzo giusto e addirittura amavo pattuire una quota anche per accamparci con le tende quando ero con i miei turisti. Pagando lo stesso prezzo di un alberghetto di Puri (una città dell’Orissa). Non ho mai pensato di approfittare di loro, figuriamoci poi fotografare le loro donne nude…

Come è avvenuto il vostro rapimento?

Eravamo in cammino verso un villaggio e decidemmo di fare una pausa, perché mancava ancora un’ora e mezza di viaggio davanti e volevamo riposare un po’. Eravamo in una valle, con un bel fiume vicino, così decidemmo di fare un bagno poi di cucinare qualcosa. Eravamo io, Claudio e i due ragazzi che mi aiutavano in questi trekking. In quel momento sono arrivati 5 uomini armati. Ho capito che non erano cacciatori perché avevano i mitra in mano e la stella rossa tipica dei maoisti sul berretto. I cacciatori di solito hanno archi e frecce o vecchi fucili ad avancarica.

Siete stati trattati con violenza? Come ti sei comportato in quel momento?

Siamo stato buttati a terra, ci hanno legato le mani dietro la schiena e hanno iniziato a prenderci a calci: ho temuto che potessero ammazzarci subito, così ho iniziato a chiedere di parlare con il loro comandante e a spiegare che ero amico dei tribali. Poi ci hanno bendati e portati in cima alla montagna, dove si trovava il loro capo, che mi ha immediatamente detto che sarei stato utilizzato per ottenere il rilascio di alcuni guerriglieri maoisti, imprigionati dal governo centrale.

Quindi il pretesto delle fotografie è stata sempre una bufala. A quanto pare i maoisti vi hanno sequestrati esclusivamente per ragioni “politiche”. 

Esattamente. Successivamente ho mostrato al comandante degli scatti che avevo con me, risalenti a qualche anno fa. Gli ho detto che avrebbe potuto chiedere ovunque, nei villaggi tribali, chi fossi, magari portando con sé quelle fotografie. Gli avrebbero raccontato del mio lavoro, e anche dei medici e dentisti che ho fatto venire qualche volta a dare una mano a quella gente.

Ma tu conoscevi l’attività di guerriglia dei maoisti? E non credi sia stato imprudente fare qual trekking?

Conoscevo i maoisti, certo. In Orissa tutti sanno che si rifugiano nella giungla, ma non li avevo mai incontrati nei miei trekking perché loro agiscono di notte e io, chiaramente, lavoro di giorno. In ogni caso l’excalation di violenza dei guerriglieri è un fatto degli ultimi anni, perché prima non avevano mai minacciato nessun turista. Come sai i maoisti sono anche in Nepal, ma lì la gente continua a fare normalmente trekking, che è una delle principali fonti di reddito del Paese. E poi organizzare trekking era il mio lavoro…

Quali sono stati i giorni più difficili del sequestro?

Il primo giorno è stato molto duro. Abbiamo dovuto camminare ore bendati e legati, con un mitra puntato sulla schiena. E’ stato davvero faticoso. Poi ho preso ben due volte la malaria, ero deperito, non riuscivo a mangiare ma comunque dovevo camminare ore, nella notte, per cambiare rifugio, sempre col mitra puntato sulla schiena. Ma la cosa peggiore è stata sapere che con me c’era Claudio, che non c’entrava nulla e non era neppure preparato per quel tipo di vita. Le cose sono andate decisamente meglio quando sono riuscito a far liberare Claudio, spiegando al comandante che quell’uomo, anziano e inadatto alla giungla, gli sarebbe ben presto morto nel rifugio. Meglio liberarlo, meglio per tutti.

A quanto pare avevi un rapporto diretto con il comandante Panda, descrittoci come un terrorista sanguinario. Trascorrevi molto tempo insieme a lui?

In realtà la maggior parte del tempo stavo da solo. I primi giorni è stata dura anche perché la maggior parte dei guerriglieri non aveva mai visto un occidentale prima di quel momento, dunque erano molto diffidenti. Con il comandante ho avuto un rapporto molto strano. Lui era il mio rapitore, ma si fidava di me, credo che gli stessi simpatico in verità. Mi diceva di non aver mai ucciso nessuno in vita sua, di non saper neppure uccidere un pollo. Tuttavia non faceva neppure mezzo metro senza imbracciare il suo mitra. Poi certo, facevamo lunghe chiacchierate, ma erano inutili perché la sua conclusione era sempre la stessa: “Tu sei italiano, vieni da un Paese imperialista, capitalista”. E le nostre discussioni a quel punto finivano, ovviamente.

Ascoltando la tua storia, il tuo modo di vivere e lavorare, verrebbe da pensare che vi fossero non poche cose in comune tra le tue idee e quelle dei tuoi rapitori…

Su alcune avevamo molto in comune. E’ chiaro che io fossi d’accordo con lui ad esempio sul modo in cui il governo tratta le popolazioni tribali, sull’insegnamento della lingua tribale nelle scuole, sul costruire ospedali gratuiti nei villaggi. Insomma, su molti punti aveva pienamente ragione, ma consideravo il suo modo di combattere profondamente sbagliato, e glielo dicevo senza problemi. Gli dicevo: “Tu dici che combatti contro le ingiustizie, ma a me stai facendo un’enorme ingiustizia e io la trovo inammissibile. Stai privando un innocente della sua libertà”. Sotto altri aspetti però ero in totale disaccordo con Panda. Ad esempio lui voleva che io gli regalassi i miei oggetti. Voleva che gli dessi lo zaino, il mio navigatore Gps, ma io gli dicevo: “Senti, stai scherzando? Tu sei il mio rapitore, io sono il tuo ostaggio. Se vuoi prenderti quegli oggetti devi prima ammazzarmi, perché io non te li regalo di sicuro. Però se mi ammazzi diventi un criminale qualsiasi, un ladruncolo, e non andar raccontando in giro di essere comandante di un movimento politico”. Alla fine comunque mi ha restituito tutto.

Si direbbe che sono stati assai gentili nei tuoi confronti.

Certo! Se avevano una mela in più la davano a me, si poteva chiacchierare abbastanza, si assicuravano che mangiassi a sufficienza, che stessi bene, che la mia tenda fosse in un posto all’ombra. Facevano il possibile per non farmi pesare la prigionia. Ciò nonostante se dovevo andare al gabinetto c’era sempre uno armato di fucile che mi seguiva.

E loro come trascorrevano le giornate?

Oltre a sorvegliarmi, il comandante ogni giorno organizzava una piccola scuola di politica e di guerriglia per i suoi soldati, che erano per lo più analfabeti e piuttosto facili da “convincere” della bontà dell’azione di guerriglia. Chiedeva anche a me se volevo assistere, ma ovviamente ho sempre rifiutato. Comunque sì, tra me e i guerriglieri si era creato una relazione quasi alla pari, ma non la chiamerei amicizia. Quella può esserci solo tra uomini liberi, io ero comunque un ostaggio. Per il resto il tempo scorreva molto lentamente, si stava seduti sotto alberi di mango: loro qualche volta giocavano a scacchi, ascoltavano un po’ di radio, cantavano canzoni tribali e le traducevano, facevano piccoli corsi di sopravvivenza o di ideologia maoista. Tutti i compiti, comunque, erano divisi con estrema equità: ad esempio la cucina era equamente suddivisa tra uomini e donne, c’era assoluta parità di ruoli. E comunque si passava molto tempo parlando e ridendo, non erano poi così violenti. Poi c’è da dire che per loro prendere un ostaggio come me è stato bello: si è creato un rapporto, io sono un tipo che ride e scherza in continuazione. Come fai ad ammazzarlo, uno come me?

Eri una guida esperta, un uomo capace di vivere nella giungla e un perfetto conoscitore di quelle montagne. Una volta riuscito ad allentare il loro livello di sorveglianza hai mai tentato di fuggire?

Io ho sempre fatto piani di fuga. Ogni giorno studiavo e osservavo i loro movimenti, la loro disposizione sul territorio, le armi che utilizzavano. Calcolavo tutto nei minimi dettagli. I primi giorni ne parlammo anche con Claudio, ma misi subito in chiaro che sarebbe stato estremamente rischioso, per due motivi principalmente: il primo che lui non avrebbe mai potuto seguire il mio passo nella giungla. Il secondo che avremmo seriemente rischiato che ci ammazzassero. Quando Claudio è stato liberato, sapendo che sarei stato responsabile solo della mia vita o morte, ho ricominciato a meditare la fuga. Addirittura avevo pensato a un modo per catturare qualcuno di loro e tenerlo come mio ostaggio.

E perché non l’hai fatto? Perché non hai provato a fuggire?

Perché sapevo che comunque avrei avuto una sola possibilità, non ce ne sarebbe mai stata una seconda. Con il comandante, fin dai primi giorni, ero stato molto chiaro. Gli dissi: “Tu libera i ragazzi indiani che erano insieme a me nel trekking, che sono solo bocche in più da sfamare. E libera anche Claudio, che non c’entra niente e corre seriamente il rischi di morire qui. Se lo fai, prometto che non ti darò nessun problema e non tenterò di fuggire”. Però, insomma, la parola di un ostaggio a un rapitore vale poco, e io meditavo di andarmene, altroché…

Evidentemente avevi compreso che anche per te le cose volgevano per il meglio.

In verità l’ho saputo solo il giorno prima di essere liberato: l’unica cosa di cui ero a conoscenza era che si stava trattando per la mia liberazione, chiedendo in cambio la liberazione di alcuni prigionieri maoisti. So che tra loro c’era la moglie del comandante Panda e la sorella di un guerrigliero, ma poco più. C’è un aneddoto molto curioso: quando sono stato liberato tutti i ragazzi del gruppo, i guerriglieri, erano molto tristi. Dicevano: “Adesso che vai via tu, chi ci farà divertire?”.

Che sentimenti provi nei loro confronti? Odio o stima? 

Non è gente che odio. E’ gente che fa scelte sbagliate, ma da una parte va compreso che non hanno molte altre possibilità, anche perché in Orissa i problemi ci sono, sono reali. La condizione delle tribù di quella regione è assai seria: povertà, sfruttamento delle loro risorse, deforestazione. Posso comprendere benissimo che ci sia gente che si ribella a quello stato di cose. Ma io sono stato loro ostaggio per 28 giorni, ho rischiato di essere ammazzato, perciò non posso approvare il loro modo di combattere. In fondo io ero un innocete, per di più amico dei tribali.

Cosa sono stati allora per te quei 28 giorni?

Per me è stato un modo di cercare, in mezzo al dolore, alla privazione della libertà, qualcosa di positivo. Se devo essere sincero non è stata la cosa più drammatica della mia vita. Nella giungla ne ho passate di molto peggiori. Ti assicuro che trovarsi un cobra sotto le gambe, essere caricato da un elefante o rischiare di annegare con il mio canotto nel fiume è di gran lunga peggio. Però, insomma, essere stato rapito non è stato poi così drammatico. Le ho sempre considerate delle persone normali e sono sicuro che anche io, per loro, dopo qualche giorno non ero più un semplice ostaggio. E’ stato un rapimento davvero anomalo. Qualcuno, sentendomi parlare, potrebbe addirittura pensare che io sia un maoista: ma sia chiaro che non lo sono.

*Le fotografie utilizzate per l’illustrazione dell’intervista ci sono state gentilmente concesse da Paolo Bosusco

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