Archivi del mese: maggio 2012

Operai morti in Emilia: le lacrime di coccodrillo di chi oggi abbatte l’articolo 18

Lo scorso autunno ho fatto l’operaio. Avevo bisogno urgente di soldi in vista di un lungo trasferimento in Francia e così abbandonai tutte le collaborazioni giornalistiche, poco retribuite e piuttosto scostanti. Era settembre, periodo di vendemmia. Mi presentai in un’importante cantina della mia zona, nelle Marche, chiedendo di essere preso a lavorare. Accettarono. Avevano bisogno di manodopera e io, nonostante fossi inesperto, facevo al caso loro.

Fu dura. I primi 15 giorni non lavoravo mai meno di 12 ore filate, domeniche comprese. Entravo nelle vasche da un oblò largo esattamente come il mio bacino. E vi rimanevo a lungo, con una scopa in mano e i piedi in ammollo nel mosto. I miei colleghi più esperti mi raccomandarono di stare attento alle inalazioni di anidride carbonica. Mi dissero: “Se ti senti male buttati con la testa fuori dall’oblò e respira a fondo”. Io pensavo che se mi fossi sentito male non ne avrei mai avuto il tempo. Ma peggio della “carbonica” c’era l’anidride solforosa, che bloccava i polmoni, li chiudeva in una morsa. Un collega, M., solo un anno prima lo inalò con tale forza da “bruciarsi” tutte le terminazioni nervose del naso. Per lui il senso dell’olfatto era solo un ricordo. Ma oltre al danno ci fu la beffa: l’azienda lo licenziò in tronco pochi giorni dopo. M. gli aveva fatto causa per l’incidente dell’anno prima. Io rischiavo la pelle ogni giorno e solo i miei colleghi operai mi davano qualche “nozione” di sicurezza. L’azienda non organizzò mai corsi preliminari per metterci in guardia dai pericoli.

Ma il peggio venne dopo. Nel periodo più intenso la cantina era aperta 24ore al giorno. Diedi disponibilità a fare turni di notte, teoricamente retribuiti il doppio di quelli diurni. Conoscevo i miei diritti: sapevo che mi sarebbero spettati due giorni di riposo dopo tre notti consecutive. In realtà le cose andarono assai diversamente: feci 28 turni di notte consecutivi. Mi presentavo in cantina alle 23 e 30 e me ne andavo alle 9 del mattino seguente. Sabati e domeniche comprese, ovviamente. Talvolta al turno di notte mi chiedevano di aggiungere quello di giorno e spesso misi insieme 17 ore di lavoro. 17 ore tra gas mortali, presse da 300 quintali, serbatoi a 30 metri di altezza e cloache sempre in marcia. 

Finì che mi pagarono i turni di notte come quelli di giorno. Finì che protestai per quel furto che avevo calcolato di quasi mille euro. Finì che due giorni dopo venni licenziato anche io con un sms sul cellulare: “Non abbiamo più bisogno di te“, mi scrisse il responsabile della cantina.

Ora penso al terremoto e agli operai morti sotto i capannoni crollati. Non so a quali condizioni lavorassero e non mi serve saperlo. Alcuni colleghi hanno parlato: hanno raccontato che, nonostante si sentissero insicuri, erano stati costretti a recarsi a lavoro lo stesso. Come potevano rifiutarsi? Chi ha fatto l’operaio sa bene che a certe cose non puoi dire di no, così come io non potevo dire no ai turni da 17 ore senza riposo. Gli operai morti in Emilia non potevano rimanere a casa, a meno che qualcuno non avesse negato l’agibilità a quegli stabilimenti. Ma anche chi doveva fare quel lavoro è rimasto sotto le macerie. Banalmente: chi ha mandato quegli operai a morire è un criminale perché non ha neppure atteso l’esito delle verifiche tecniche. Quei capannoni erano gia gravemente danneggiati dal sisma del 20 maggio. E stamattina Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, ha avuto il coraggio di dichiarare: “Artificiosa la polemica sul crollo dei capannoni”.

Scrive oggi Michele Azzu su L’Espresso: 

Ma quei capannoni andrebbero chiusi subito. Architravi di cemento armato poggiati sopra colonne di cemento armato: le oscillazioni del sisma hanno fatto collassare questi prefabbricati su loro stessi. E quelli che erano rimasti in piedi il 20 maggio non hanno retto alle scosse del 29.

Ma la verità è che difficilmente si potranno trovare dei colpevoli a queste morti. Perché questi capannoni sono in regola: la Regione indica la provincia di Ferrara e di Modena come zone a basso rischio sismico (Zona 3). Costruttori ed aziende non avevano l’obbligo di mettere a norma le costruzioni precedenti il 2005, anno della normativa antisismica. Quando le leggi stesse sono ‘colpevoli’ significa che il problema è sistemico. E allora, di chi è la colpa?

Già, di chi è la colpa? 

Ma andiamo oltre. Abbiamo detto che già oggi, a queste condizioni, è pressoché impossibile che un operaio possa rifiutarsi di andare a lavoro senza subire conseguenze gravissime. La situazione tuttavia è destinata a peggiorare drasticamente. 

Proprio oggi il Governo porrà la fiducia sulla riforma del mercato del lavoro, ovvero la demolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che impediva il licenziamento in mancanza di giusta causa (leggi qui i dettagli della riforma e qui un dossier più approfondito).

L’ipotesi del dibattito parlamentare (con l’ accordo di Pd-Pdl-Terzo Polo) è saltata nei giorni scorsi quando la Lega prima, l’Idv poi hanno presentato al Senato oltre 150 emendamenti. Nessuna discussione, dunque, e Bersani, che ieri si è fatto fotografare davanti a uno dei capannoni crollati (a uso e consumo di Twitter), ha dichiarato: “Quando il governo mette la fiducia noi naturalmente discutiamo fino all’ultimo dopodiché lo sosteniamo, questo è stato il nostro impegno”.

Quello che Bersani non dice è che la demolizione dell’articolo 18 avrà come conseguenza l’imposizione del silenzio ai lavoratori. Chi mai protesterà, in futuro, se le condizioni di sicurezza della fabbrica dove lavora sono pessime? Chi avrà il coraggio di mettere a repentaglio il proprio posto di lavoro, sapendo che, se anche vincerà la causa, l’imprenditore non sarà obbligato a reintegrarlo? 

Questo è lo schiaffo peggiore che i nostri dirigenti potessero dare a quegli operai morti per la paura di rimanere senza lavoro.

Quando I Cavalieri dello Zodiaco erano i miei eroi

E’ successo che sono tornato a casa dopo una giornata di lavoro veramente dura, con le notizie sul terremoto che si rincorrevano. Otto morti, dieci, 13, 15, 16. E’ successo che sono tornato a casa e ho avuto bisogno di leggerezza, di mandare la testa altrove (come dice NewGiramundo) allora mi sono messo a cercare roba della mia infanzia.

Guardavo poca tv, ma non potevo perdermi I Cavalieri dello Zodiaco e Holly e Benji. I primi erano in assoluto i miei eroi. Ricordo che un anno, all’epifania, mi svegliai all’alba e andai a guardare sotto il camino. C’erano due pacchetti, uno per me e uno per mio fratello. Sul mio c’era scritto “Davide”, e un messaggio, un avvertimento: “Mi raccomando, fai sempre il bravo. Non far arrabbiare babbo e mamma. La befana”. Presi alla lettera quelle parole per un po’, temendo un sacco di carbone l’anno seguente.

Il regalo era Fenis, la fenice, il mio personaggio preferito. Una statuetta di plastica con l’armatura. Mio fratello ricevette Andromeda. I due, se non ricordo male, erano rivali, ma finirono per coalizzarsi. Io e mio fratello ci coalizzammo.

Ho rovistato decine di volte in soffitta anni dopo ma non sono mai riuscito a trovare quella statuetta, né quella del “socio”. Darei un piede per riaverla, davvero… Mi domando chi possa aver gettato quel tesoro inestimabile, quell’eroe epico. Altro che Che Guevara, anni dopo. Fenix non liberava Cuba. Fenix ci salvava tutti, tutti, dalle tenebre, dal male assoluto.

D’estate poi c’erano Holly e Benji. Li guardavo tornando dalla colonia, mare o montagna, e siccome avevo energie da svendere appena finita la puntata correvo al campetto sotto casa. Un campetto di terra, con delle buche da Parigi-Roubaix e i ciuffi d’erba selvatica alti un palmo. Il campetto era lungo e stretto. Sembrava un campo da bocce, ma in dieci si giocava bene e le partite non duravano mai meno di due ore e mezzo, perché eravamo pieni di polmoni e il fiato non finiva mai. Poi c’era il “giretto”. Poi c’erano i rigori. Il pallone spesso usciva dal campo e finiva nel fosso, che solo chi conosce Offida sa cosa vuol dire. Ah, dopo la partita c’era il nascondino, ed il nostro territorio era sconfinato, ed è stata l’unica volta, e l’ultima, che abbiamo potuto sperimentare l’utopia dell’assenza di frontiere. Solo chi ha giocato a nascondino in campagna sa cosa intendo.

Appunti sul film “On The Road”

Quando avevo vent’anni scoprii la Beat Generation. Lessi On The Road, l’avventura di un gruppo di giovani scrittori americani “vagabondi” (Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Neal Cassady, Gregory Corso), da est a ovest del Paese, mentre nel frattempo sbocciava il jazz e le prime idee “hippy” germogliavano. Mi innamorai di Kerouac, di cui lessi tutti i romanzi. Poi di Ginsberg, di cui conservo gelosamente il capolavoro “Jukebox all’idrogeno”.

Ieri sono stato a vedere il film “Sulla strada”. Mi è piaciuto per come, abbastanza fedelmente, ha tradotto sulla pellicola le immagini che il romanzo mi aveva regalato. Credo, tuttavia, che sia mancata completamente la parte più “ideologica” e politica. Dean, Sal, Carlo e compagnia vengono presentati come una banda di giovani sognatori, ma molto “leggeri”: fanno sesso dalla mattina alla sera, usano droghe, bevono. Poco altro.

In realtà i beatnik erano uomini in un’America alle prese con gli inizi della Guerra Fredda, con la lotta al comunismo e la repressione: un mondo senza speranze e senza futuro. La società in cui erano costretti a vivere era percorsa da mille contraddizioni: minacciata costantemente dal rischio di un conflitto nucleare, trainata da una parte dal consumismo sfrenato e dall’altra da modelli di vita conformistici. Il senso di disagio e d’angoscia stringeva le coscienze di quei giovani a tal punto che in molti rifiutarono in blocco la società moderna, estraniandosi da tutto e chiudendosi in un mondo esclusivo, con un atteggiamento che non mirava ad abbattere le istituzioni ma semplicemente a negare la falsità della comunità ed evadere gli schemi sociali. Per questo i beatnik viaggiavano ininterrottamente su mezzi fortuna, come i camion o i vagoni merce. Per questo sperimentavano le droghe. Per questo vivevano spesso insieme ai vagabondi: uomini, come loro, estranei dal processo di crescita (eccola, la crescita di cui si parla anche oggi) che coinvolgeva l’america. I beatnik sceglievano di rimanere fuori da quel mondo. Lo combattevano, per quel che potevano, scrivendo romanzi e poemi.

Tutto questo nel film manca. La sofferenza di quei giovani americani viene appena sfiorata. E’ completamente assente il contesto storico e chi non ha letto il libro è portato a pensare che quei giovani non siano altro che degli sbarbatelli “ribelli per forza”, e non invece un gruppo di scrittori che avrebbe contribuito a cambiare l’america.

“A quel tempo danzavano per le strade come pazzi, e io li seguivo a fatica come ho fatto tutta la vita con le persone che mi interessano, perché le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno «Oooooh!»”. On The Road

 

“Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate della mia nude isteriche,

trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,

hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,

che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz,

che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette

che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,

che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio,

che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,

che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York,

che mangiavano fuoco in alberghi vernice o bevevano trementina nella Paradise Alley, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso

con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e sbronze a non finire,

incomparabili strade cieche di nebbia tremante e folgore mentale in balzi verso i poli di Canada & Paterson, illuminando tutto il mondo immobile del Tempo in mezzo… ” Urlo, Jukebox all’idrogeno, Allen Ginsberg

Siria: citizen journalist condannato a morte. Altri 13 già uccisi. E 30 in galera

Il giornalista partecipativo siriano Abdelmawla Mohammed al-Hariri è statocondannato a morte. L’accusa del governo di Damasco è di “alto tradimento e contatti con parti straniere”. Fu arrestato lo scorso 16 aprile subito dopo aver concesso un’intervista alla tv araba Al-Jazeera: aveva parlato della situazione nella sua città, Deraa, culla della rivolta contro il regime scoppiata nel marzo 2011, denunciando la situazione di sicurezza disastrosa per i cittadini dell’area e invocando l’intervento internazionale per fermare la durissima repressione operata dal regime.

L’associazione Reporter Without Borders è stata la prima a denunciare l’avvenimento: “Il governo diBashar al-Assad – ha detto il portavoce – ha mostrato la portata della sua brutalità e crudeltà. Reporter senza Frontiere chiede che questo verdetto spregevole venga annullato e che il giornalista venga immediatamente liberato”. L’appello di Reporter Without Borders è stato raccolto e rilanciato su un sito di petizioni internazionali, anche se molto probabilmente solo una decisa presa di posizione dell’Onu potrebbe scongiurare il peggio.

Secondo il Centro SKeyes per la libertà di stampa, Hariri è stato sottoposto a torture terribili subito dopo il suo arresto, al punto tale che ora sarebbe semi-paralizzato: “Al giornalista è stata spezzata la spina dorsale e sono state negate le necessarie cure mediche“. Ora l’uomo si troverebbe in una prigione a nord di Damasco.

Hariri concedeva regolarmente interviste per Al-Jazeera sulla situazione della zona di Deraa, nel sud della Siria: secondo il governo, tuttavia, il giornalista avrebbe confessato di lavorare per “destabilizzare la situazione siriana”. In realtà la confessione è stata estorta con i metodi di cui abbiamo parlato sopra: spezzando la schiena di Hariri.

Questa è una delle ultime interviste del giornalista. E’ datata 15 aprile, un giorno prima del suo arresto.

La situazione della stampa siriana è assai grave. Il governo pratica regolarmente la più spietata repressione contro giornalisti indipendenti, blogger e citizen journalist. Ben tredici sono stati uccisi: quattro di essi erano reporter stranieri.

Ma ciò che più inquieta è la facilità con i quali vengono fatti sparire: uomini vicini al governo li seguono, li arrestano e spesso li torturano. Ben trenta lavoratori dell’informazione, professionisti o “volontari”, si trovano in questo momento dietro le sbarre.

L’accesso ai media stranieri è praticamente precluso: i pochi che ricevono il permesso di ingresso vengono scelti con cura e perennemente affiancati da uomini del Mukhabarat , i servizi segreti siriani, che naturalmente ne influenzano rigidamente l’agenda: vietato ogni contatto con i ribelli. C’è poi chi decide di entrare nel Paese illegalmente, mettendo seriemente a repentaglio la propria vita. Lo scorso mese di marzo il Ministro dell’Informazione ha minacciato apertamente media, specialmente dei Paesi arabi, che inviavano clandestinamente giornalisti sul territorio siriano.

Il flusso di informazioni da parte dei ribelli, tuttavia, non può essere facilmente interrotto. Il governo di Damasco ha disposto un apposito “Cyber esercito” che monitora continuamente le notizie dei social network, interferendo con le news diffuse via twitter con hashtag #Siria. Tuttavia quello del governo, fortunatamente, appare come un tentativo velleitario.

Ieri sera, ad esempio, il quotidiano internazionale, anche in lingua araba, RT, ha diffuso la notizia, precedentemente lanciata da fonti vicine ai servizi segreti israeliani, secondo cui sarebbero in arrivo in Siria cargo di missili anticarro di terza generazione (9K115 Metis-2-M e Kornet-E) forniti dal governo degli Stati Uniti. La notizia è stata immediatamente intercettata dal Cyber Esercito del governo siriano, che si è affrettato ad accusare America ed Europa di aver organizzato gli ultimi attacchi terroristici avvenuti a Damasco.

Insomma, così funziona la guerra informativa tra Bashar al-Assad e il resto del mondo. In questo quadro la condanna a morte del giornalista Abdelmawla Mohammed al-Hariri va vista come un chiaro avvertimento a chiunque voglia raccontare la verità sulla situazione siriana.

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Tsunami PdL: la barca affonda, anche Belpietro fugge. E #Backusconi si ricandida

Cosa sta succedendo nel PDL? Il partito di Silvio Berlusconi ha preso la più sonora batosta della sua storia, avendo perso dopo l’ultima tornata di “amministrative” moltissime delle città che governava ed essendo, in alcuni casi, letteralmente sparito. Le elezioni politiche intanto incombono e i “gerarchi” hanno solo un anno di tempo per risorgere dalla polvere. Ce la faranno?

Ieri Berlusconi, dopo settimane di silenzio, ha fatto sentire la sua voce: “Il Pdl è morto, non è più il mio partito”, ha detto Papi Silvio. Poi ha rincarato la dose: “Basta con questa struttura senza senso, con questi coordinamenti, con questi congressi. Dobbiamo imparare da Grillo”. Infine ha chiosato: “Solo io posso guidarlo, mi candiderò”, smentendo nel giro di una frase se stesso: si ispira al comico genovese, che però non intende candidarsi e ha sempre presentato, almeno sulla carta, i “5 Stelle” come un movimento totalmente orizzontale e privo di gerarchie. Berlusconi si presenta come il nuovo che avanza, dopo aver governato per quasi vent’anni l’Italia!

Naturalmente le parole di Silvio sono state un vero botto. Su Twitter, tra le principali tendenze italiane, spopola l’hashtag #Backusconi. Alcuni commenti sono esilaranti.

Angelino Alfano, intanto, ha annunciato ancora una volta la nascita di un nuovo movimento politico. Il segretario ha scritto sul sito del Pdl: “Confermo che in tempi rapidi, non appena la polvere di queste elezioni si sarà depositata, nei prossimi giorni, annunceremo una novità. Intendiamo dare una nuova offerta politica ai moderati e stiamo costruendo un percorso che sia accettabile anche da altri soggetti in campo. Ci sarà un segno di novità nei gruppi dirigenti ma non per un nuovismo vacuo”.

Sulla testa di Alfano, però, volteggiano minacciosi avvoltoi. Stamattina il direttore di Libero Maurizio Belpietro, notoriamente vicino al centrodestra, ha pubblicato una lettera aperta dal titolo lapidario: “Dimettetevi tutti”. La lettera, nella versione integrale, è quella che segue:

Allora, vediamo di riepilogare. Alle ultime elezioni il Pdl ha perso Monza, Parma, Como, Asti, Alessandria, Belluno, Brindisi, Lucca, Rieti, Isernia, Palermo e Agrigento: però dice di non essere morto. Può darsi che sia così, come sostengono i maggiori dirigenti del partito. Ma, vista l’emorragia di città amministrate, se non è defunto il Popolo della libertà dev’essere per lo meno moribondo. Altrimenti non si spiegherebbe come sia stato possibile che città storicamente moderate, dove nonostante i lifting ai simboli quelli del Pd continuano a essere considerati sempre e solo comunisti, si siano buttate a sinistra. Senza l’estinzione per consunzione di quello che era fino a ieri il centrodestra, senza la sua prematura dipartita – è stato fondato solo tre anni fa – oggi alcune delle più grandi città del Paese non sarebbero nelle mani di Bersani e compagni, ma sarebbero saldamente condotte da uomini moderati. Certo, se lo desidera il Pdl può consolarsi con la riconquista di Frosinone e anche di qualche centro strappato alla sinistra, tipo Casarano in Puglia o San Salvo in Abruzzo, ma la sostanza delle cose è nella semplicità dei numeri. Fino a due settimane fa il Popolo della libertà guidava 81 comuni sopra i 15 mila abitanti e la sinistra ne aveva 47, oggi il Pdl ne ha 27; Pd, Sel e compagnia cantante ne controllano 85. La situazione non migliora se si guarda ai capoluoghi: su 26 in cui si è votato il Popolo della libertà governava in 15 e due erano a guida leghista, oggi la sinistra ne ha 16, il Pdl 6 e uno è nelle mani del Movimento Cinque stelle.

C’è bisogno d’altro per riconoscere che si tratta di una sconfitta di proporzioni difficilmente paragonabili al passato? Serve aggiungere che un anno fa il centrodestra ha perso anche Milano ed è riuscito a regalare a un esponente dell’Italia dei valori una delle città peggio amministrate dal centrosinistra negli ultimi vent’anni? Che cosa dovremo vedere ancora prima di sentire il gruppo dirigente ammettere di essere stato battuto, o meglio spazzato via, a causa di una serie sterminata di errori che neppure gli elettori più affezionati avrebbero potuto perdonare? Prima le liti, poi l’indecisione nel fare le riforme. In seguito una stangata proprio a quelli di cui si dovevano difendere gli interessi. Infine l’appoggio a un governo che sta attuando il programma del Pdl, ma al contrario. Come se non bastasse, all’appuntamento con le urne ci si è presentati con giunte cacciate per evidente incapacità o per malaffare, oppure con candidati impresentabili. Risultato: ci sono città come Parma in cui il Pdl è scomparso, ridotto a meno della metà dell’Udc, cioè niente. Come si fa a passare dal 30 per cento al 4 in una legislatura? Semplice: si fa tutto ciò che ha fatto il centrodestra nella città emiliana. Ci si uccide, senza nessuno che dall’alto alzi un dito per fermare il suicidio.

Ribadiamo: i vertici del Popolo della libertà possono continuare a nascondere la testa sotto la sabbia e parlare di Tolentino, popoloso Comune delle Marche che dopo anni di guida a sinistra ha svoltato a destra, ma non sarà sufficiente a salvarli. Il voto delle Amministrative, per quanto non abbia valenza nazionale, non è un campanello d’allarme, come alcuni sostengono: è una campana a morto. Certo, volendo i dirigenti del partito possono rincuorarsi guardando i dati dell’astensione. In alcuni Comuni gli elettori che si sono recati alle urne non hanno neppure superato la soglia del quaranta per cento. I maggiorenti del Pdl possono convincersi che ciò rappresenti un segnale, ma non il tradimento di chi votava a destra, che anzi – piuttosto di mettere la croce sul simbolo del Pd, di Sel o dell’Italia dei valori – ha preferito restare a casa. Ma questo non basterà a far ritornare quei voti. Al contrario rischia di allontanarli per sempre. Per riconquistare gli scontenti ed evitare di disperdere al vento o nelle mani di Grillo la grande area del voto moderato c’è bisogno di un grande cambiamento. Non basta togliere un’insegna e metterne un’altra. Né fare qualche ritocchino al programma: qui è necessaria un’autentica rivoluzione, un cambiamento radicale del modo di fare politica. Servono nomi nuovi, volti nuovi, un’immagine di un partito proiettato nel futuro, mentre oggi, ahimé, lo sembra solo nel passato.

Sappiamo ovviamente che il discorso potrà apparire brutale e forse ad alcuni anche ingeneroso. Ma il compito dei giornali amici è quello di essere franchi fino in fondo e non di nascondere la realtà per non dare un dispiacere a persone che ci sono vicine. Una pagina si è chiusa e un’altra si deve aprire. Noi ci auguriamo che il centrodestra lo capisca. In particolare, che lo capiscano i suoi vertici. Aprite le finestre e fate entrare un po’ di aria fresca. Soprattutto, fate uscire quella viziata: è arrivata l’ora.

Curioso che solo oggi Libero si ricordi dell’aria viziata. Finora, in realtà, non ha mai esitato a difendere l’indifendibile e non è dato sapere perché Belpietro, nella lista degli errori imputabili al Pdl, non abbia inserito gliscandali sessuali che hanno coinvolto Berlusconi. Né si comprende perché non abbia menzionato, nomi e cognomi, politici di centrodestra che hanno avuto a che fare con mafiacorruzione, concussione, ecc ecc.

Intanto ci limitiamo a registrare l’avvenimento. Ci domandiamo che ne sarà dei Vari Gasparri, Cicchitto, Bonaiuti e compagnia cantante.

Quando Grillo difendeva Bossi (indagato per truffa): “Non c’è nessuna inchiesta, è un complotto”

Ieri i militari della Guardia di Finanza hanno consegnato a Umberto Bossi un avviso di garanzia. L’accusa è quella di truffa ai danni dello Stato per un totale di circa 18 milioni di euro.

Tutti soldi di proprietà della Lega, certo, ma tutti provenienti dai rimborsi elettorali e poi utilizzati, secondo le contestazioni dei PM Roberto Pellicano e Paolo Filippini, per fini privati e non politici. Nei rendiconti fiscali della Lega Nord atti a richiedere il rimborso elettorale, infatti, oltre alla firma del tesoriereBelsito ci sarebbe quella di Umberto Bossi. Che, dunque, era perfettamente a conoscienza dei movimenti economici dalle casse della Lega a quella della “Family”.

La moglie del Senatur, infatti, avrebbe ricevuto almeno 300mila euro da Belsito da destinare alla scuola Bosina, da lei fondata a Varese. Rosy Mauro avrebbe invece ricevuto ingenti somme per il sindacato padano Sinpa.Renzo Bossi avrebbe acquistato una laurea (a sua insaputa, come di consueto ultimamente) nell’università albanese di Kristal. Riccardo Bossi avrebbe saldato dei conti “privati” (comprese spese legali) con il denaro del partito.

Piergiorgio Stiffoni deve rispondere di peculato: avrebbe usato per sé il denaro depositato sul conto del gruppo a Palazzo Madama. Ma la lista di ipotesi di realto è lunga e riguarda anche presunti finanziamente allaGuardia Padana tra il 2008 e il 2011.

Ebbene, Umberto Bossi, i figli e il resto dell’allegra combriccola si sono affrettati a dichiararsi estranei a tutte le accuse. Ma oltre a loro, chi è rimasto a difenderli? Non di certo Roberto Maroni, che in un post su Facebook è sembrato lapidario (vedi foto sotto).

No, a difendere la famiglia Bossi è stato nelle ultime settimane Beppe Grillo. Bastonatore di tutti i partiti, fustigatore dei politici ladri e corrotti senza nessuna distinzione, il comico genovese, mentore e ispiratore (anzi, proprietario legale) del Movimento 5 Stelle è stato l’unico a non vedere gli scandali della Lega Nord. Milioni di euro pubblici utilizzati per scopi privati? E chissenefrega. “E’ tutto un complotto”, ha più volte gridato Grillo prima delle elezioni amministrative che l’hanno visto trionfare.

Ai più smaliziati osservatori è parso un modo come un altro per corteggiare l’elettorato leghista. Grillo, invece, dichiarava sicuro: “Vogliono fare fuori i dissidenti. Ora tocca a Bossi, poi sarà la volta di Vendola. Con me hanno già iniziato”.

Insomma, l’uomo indagato per una truffa allo Stato da 18 milioni di euro non sarebbe che un povero martire caduto per la rivoluzione contro i “poteri forti”. Se non credete che Grillo abbia difeso Bossi per settimane guardate la carrellata di video in basso.

“Nei confronti della Lega non c’è una denuncia, non c’è un avviso di garanzia. La magistratura non ha ravvisato nessun reato. Eppure sono stati disintegrati. Erano l’unica opposizione a questo governicchio e li hanno fatti fuori. Il prossimo sarà Di Pietro. Poi sarò io…”.

“La Lega è stata fatta fuori. Bossi piangeva, col figlio (e qui Grillo fa il verso a Bossi che piange). Ma non c’è neppure un avviso di garanzia, un reato. L’hanno fatto fuori perché era l’unica opposizione in parlamento. Ora hanno fatto lo Stesso con Vendola, poi toccherà a Di Pietro. E poi indovinate a chi toccherà…?”. Già, indovinate un po’…

 

Insomma, il fondatore del Movimento 5 Stelle rifiuta i rimborsi elettorali, ma sembra non accorgersi dellamaxi truffa operata dalla Lega Nord e dalla dinastia Bossi. A 24 ore dalla cosegna degli avvisi di garanzia registriamo che Grillo non ha ancora fatto un passo indietro. Che sia ancora convinto del complotto…?