Operai morti in Emilia: le lacrime di coccodrillo di chi oggi abbatte l’articolo 18

Lo scorso autunno ho fatto l’operaio. Avevo bisogno urgente di soldi in vista di un lungo trasferimento in Francia e così abbandonai tutte le collaborazioni giornalistiche, poco retribuite e piuttosto scostanti. Era settembre, periodo di vendemmia. Mi presentai in un’importante cantina della mia zona, nelle Marche, chiedendo di essere preso a lavorare. Accettarono. Avevano bisogno di manodopera e io, nonostante fossi inesperto, facevo al caso loro.

Fu dura. I primi 15 giorni non lavoravo mai meno di 12 ore filate, domeniche comprese. Entravo nelle vasche da un oblò largo esattamente come il mio bacino. E vi rimanevo a lungo, con una scopa in mano e i piedi in ammollo nel mosto. I miei colleghi più esperti mi raccomandarono di stare attento alle inalazioni di anidride carbonica. Mi dissero: “Se ti senti male buttati con la testa fuori dall’oblò e respira a fondo”. Io pensavo che se mi fossi sentito male non ne avrei mai avuto il tempo. Ma peggio della “carbonica” c’era l’anidride solforosa, che bloccava i polmoni, li chiudeva in una morsa. Un collega, M., solo un anno prima lo inalò con tale forza da “bruciarsi” tutte le terminazioni nervose del naso. Per lui il senso dell’olfatto era solo un ricordo. Ma oltre al danno ci fu la beffa: l’azienda lo licenziò in tronco pochi giorni dopo. M. gli aveva fatto causa per l’incidente dell’anno prima. Io rischiavo la pelle ogni giorno e solo i miei colleghi operai mi davano qualche “nozione” di sicurezza. L’azienda non organizzò mai corsi preliminari per metterci in guardia dai pericoli.

Ma il peggio venne dopo. Nel periodo più intenso la cantina era aperta 24ore al giorno. Diedi disponibilità a fare turni di notte, teoricamente retribuiti il doppio di quelli diurni. Conoscevo i miei diritti: sapevo che mi sarebbero spettati due giorni di riposo dopo tre notti consecutive. In realtà le cose andarono assai diversamente: feci 28 turni di notte consecutivi. Mi presentavo in cantina alle 23 e 30 e me ne andavo alle 9 del mattino seguente. Sabati e domeniche comprese, ovviamente. Talvolta al turno di notte mi chiedevano di aggiungere quello di giorno e spesso misi insieme 17 ore di lavoro. 17 ore tra gas mortali, presse da 300 quintali, serbatoi a 30 metri di altezza e cloache sempre in marcia. 

Finì che mi pagarono i turni di notte come quelli di giorno. Finì che protestai per quel furto che avevo calcolato di quasi mille euro. Finì che due giorni dopo venni licenziato anche io con un sms sul cellulare: “Non abbiamo più bisogno di te“, mi scrisse il responsabile della cantina.

Ora penso al terremoto e agli operai morti sotto i capannoni crollati. Non so a quali condizioni lavorassero e non mi serve saperlo. Alcuni colleghi hanno parlato: hanno raccontato che, nonostante si sentissero insicuri, erano stati costretti a recarsi a lavoro lo stesso. Come potevano rifiutarsi? Chi ha fatto l’operaio sa bene che a certe cose non puoi dire di no, così come io non potevo dire no ai turni da 17 ore senza riposo. Gli operai morti in Emilia non potevano rimanere a casa, a meno che qualcuno non avesse negato l’agibilità a quegli stabilimenti. Ma anche chi doveva fare quel lavoro è rimasto sotto le macerie. Banalmente: chi ha mandato quegli operai a morire è un criminale perché non ha neppure atteso l’esito delle verifiche tecniche. Quei capannoni erano gia gravemente danneggiati dal sisma del 20 maggio. E stamattina Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, ha avuto il coraggio di dichiarare: “Artificiosa la polemica sul crollo dei capannoni”.

Scrive oggi Michele Azzu su L’Espresso: 

Ma quei capannoni andrebbero chiusi subito. Architravi di cemento armato poggiati sopra colonne di cemento armato: le oscillazioni del sisma hanno fatto collassare questi prefabbricati su loro stessi. E quelli che erano rimasti in piedi il 20 maggio non hanno retto alle scosse del 29.

Ma la verità è che difficilmente si potranno trovare dei colpevoli a queste morti. Perché questi capannoni sono in regola: la Regione indica la provincia di Ferrara e di Modena come zone a basso rischio sismico (Zona 3). Costruttori ed aziende non avevano l’obbligo di mettere a norma le costruzioni precedenti il 2005, anno della normativa antisismica. Quando le leggi stesse sono ‘colpevoli’ significa che il problema è sistemico. E allora, di chi è la colpa?

Già, di chi è la colpa? 

Ma andiamo oltre. Abbiamo detto che già oggi, a queste condizioni, è pressoché impossibile che un operaio possa rifiutarsi di andare a lavoro senza subire conseguenze gravissime. La situazione tuttavia è destinata a peggiorare drasticamente. 

Proprio oggi il Governo porrà la fiducia sulla riforma del mercato del lavoro, ovvero la demolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che impediva il licenziamento in mancanza di giusta causa (leggi qui i dettagli della riforma e qui un dossier più approfondito).

L’ipotesi del dibattito parlamentare (con l’ accordo di Pd-Pdl-Terzo Polo) è saltata nei giorni scorsi quando la Lega prima, l’Idv poi hanno presentato al Senato oltre 150 emendamenti. Nessuna discussione, dunque, e Bersani, che ieri si è fatto fotografare davanti a uno dei capannoni crollati (a uso e consumo di Twitter), ha dichiarato: “Quando il governo mette la fiducia noi naturalmente discutiamo fino all’ultimo dopodiché lo sosteniamo, questo è stato il nostro impegno”.

Quello che Bersani non dice è che la demolizione dell’articolo 18 avrà come conseguenza l’imposizione del silenzio ai lavoratori. Chi mai protesterà, in futuro, se le condizioni di sicurezza della fabbrica dove lavora sono pessime? Chi avrà il coraggio di mettere a repentaglio il proprio posto di lavoro, sapendo che, se anche vincerà la causa, l’imprenditore non sarà obbligato a reintegrarlo? 

Questo è lo schiaffo peggiore che i nostri dirigenti potessero dare a quegli operai morti per la paura di rimanere senza lavoro.

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