Archivi del mese: giugno 2012

Che ne sarà del mio viaggio in bici

 

 

Stavo progettando tutto nei dettagli. Partire da Parigi, discendere la Francia sino ai piedi delle Alpi, poi scalare il Galibier e il Moncenisio. Certo, a parole è facile, ma il Galibier è a quasi 3000metri di quota e lassù persino il Tour de France annaspa. Bene, scalate le Api mi sarei fermato un paio di giorni in Val di Susa per recuperare e soprattutto per stare un po’ con i No Tav. Infine avrei puntato le ruote verso casa. Tutto in totale autonomia. Niente hotel, niente ristoranti. Tenda, sacco a pelo, fornello da campo. E gambe buone.

Avevo trovato uno sponsor per la bici, Cannondale. Anche le borse mi sarebbero state fornite da un’azienda mentre gli amici Andrea e Anna mi avrebbero finanziato la traversata in cambio di qualche favore alla loro cartoleria, Il Cartiglio, che fa anche restauro cartaceo. Tutto perfetto.

Invece l’altro ieri l’amico di Cannondale mi ha comunicato che non sarebbe riuscito a spedirmi una bici in tempo, ché dagli Stati Uniti a Parigi ci avrebbe messo un bel po’. Insomma, il mio viaggio è rimandato. Magari anziché Parigi-Offida risalirò i Balcani, oppure mi girerà la Grecia. Chissà…

ciao Chicca

Ci sono gli animali. E ci sono le bestie. Della prima categoria apparteneva la mia Chicca. Della seconda l’uomo che l’ha avvelenata qualche giorno fa.

Chicca era il mio cane. Era soprattutto uno degli esseri a me più cari in assoluto. Un lupo affettuoso e curioso, capace di esprimere con gli occhi i sentimenti che animano la vita di tutti, senza fronzoli, né retropensieri, né invidie o gelosie. I sentimenti che sono come l’acqua per un assetato. La giaoia era gioia pura e senza riserve. La paura, la curiosità, anche.

Chicca correva su una salita di breccia a 50 all’ora. Quando la portavo al mare nuotava come un motoscafo. Chicca saltava un metro e mezzo in altezza, da ferma, per giocare con le anatre di là dello steccato. Chicca sporgeva la testa dal finestrino della Panda quando la portavo in giro, e il vento le formava come un sorriso. Chicca l’ha ammazzata qualcuno lasciando per terra una trappola avvelenata.

Io ho vissuto il mio dramma da Parigi mentre a casa tutti hanno dato l’anima per salvarla. Come una figlia, una della famiglia. Per cinque giorni il respiro le è inciampato tra i denti, a fatica. Stanotte Chicca si è stancata. La penso in un paradiso di cani. Al nostro non ci credo, non  lo meritiamo. Tornare a casa da Parigi avrebbe dovuto essere una festa. Invece sarà dura.

davide, 14/6/12

Esclusivo. Emergency e il sequestro Torsello. “Strada ha mentito sulla mia liberazione. Perché?”

Gabriele Torsello è un fotoreporter indipendente. Si fa chiamare Kash. Un freelance abituato ad organizzarsi il lavoro in autonomia: fare foto, venderle ai giornali, incassare. I suoi scatti finiscono sui più importanti media del mondo: The Guardian, Washington Post, Liberation, Bbc e molti altri. Anche Onu, Amnesty International, Reporter Without Borders illustrano le loro campagne con scatti di Torsello.

Nel 2001, dopo aver raccontato conflitti in Kashmir, India, Pakistan e Nepal, Kash sbarca in Afghanistan. Ci tornerà anche nel 2006: il suo intento è quello di raccontare la vita dei civili nel contesto di terrore e distruzione generato dalla nostra “missione di pace”.

La guerra della coalizione Isaf è in corso, pochi giornalisti hanno accesso al Paese, stretto tra bombardamenti e attentati kamikaze, assassinii e rapimenti. Tra i target ci sono anche molti giornalisti. Gabriele Torsello è uno di loro: il 12 ottobre del 2006 viene rapito a Lashkar-Gah mentre si dirige a Kabul. È il primo reporter italiano ad essere sequestrato in quel Paese. Seguiranno 23 giorni di prigionia. L’Ong Emergency, tra i fautori della sua liberazione, nel raccontare la vicenda avrebbe, in alcuni casi, omesso parte dei fatti. “Ci sono state troppe ombre – spiega Torsello ad AgoraVox -, troppe omissioni nel racconto della mia liberazione”. Questa intervista intende dar voce a Kash, offrire spazio alla sua verità che, come vedremo, discosta talvolta non poco da quella ufficiale diffusa in questi anni. A Emergency, naturalmente, offriamo il pieno diritto di replicare.

Alle 5 del mattino del 12 ottobre del 2006 Gabriele Torsello lascia l’hotel nel quale alloggia, a Lashkar-Gah. Deve dirigersi a Kabul: intende rimanere nella capitale per un paio di settimane. Lì, dove la connessione internet è efficiente, lavorerà all’editing delle sue fotografie e tenterà di vendere ai giornali il reportage esclusivo nelvillaggio talebano di Musa Qala.

La notte prima della partenza è stata infestata da strani presagi. Kash non si sente sicuro: racconta, nel suo libro “Afghanistan Camera Oscura”, che il giorno prima ha acquistato il biglietto dell’autobus che lo condurrà a Kabul, cedendo all’invito insistente di Rahmatullah Hanefi responsabile della sicurezza dell’Ospedale di Emergencydi Lashkar-Gah. È la prima volta che acquista un biglietto di autobus in anticipo e non considera una decisione saggia far sapere della sua presenza in giro. Non si sa mai…

Infatti, pochi minuti dopo la partenza, l’autobus si ferma. È da poco sorto il sole. Kash ora è un po’ più sereno, ma quando vede l’uomo seduto al suo fianco nascondere un mazzo di denaro nel posacenere del sedile, un’ombra di paura cala sul suo volto. Nell’autobus entrano uomini con il volto coperto e armati di Kalashnikov. Uno di loro gli punta lo sguardo addosso e con tono minaccioso lo invita a scendere. Kash dapprima finge di non aver capito, ma ben presto i modi dell’uomo si fanno più espliciti. Torsello scende dal bus. Aggrappata al collo ha la macchina fotografica, dalla quale fa partire una raffica di scatti “alla cieca”. Il “commando” è composto da cinque uomini armati fino ai denti. Uno punta un lanciagranate verso l’autobus. Altri quattro imbracciano dei mitra. Kash viene fatto salire in un’auto, lo zaino fotografico gli viene sequestrato e sulla sua testa viene calato un mantello. I suoi aguzzini, intanto, gli urlano “Musa Qala, Musa Qala”.

È l’inizio di 23 giorni di inferno. In Italia i giornali non parlano d’altro.Torsello è il primo reporter italiano rapito in Afganistan e, tra l’altro, nessuno si spiega perché sia stato preso proprio lui, uomo di fede musulmana somigliante in tutto a un cittadino afghano. Barba lunga, carnagione olivastra e l’abitudine ad indossare abiti locali.

Verrà liberato il 3 novembre grazie anche alla preziosa mediazione di Emergency, Ong italiana presente con un ospedale a Lashkar-Gah.

In questi ultimi mesi c’è stato un fitto botta e risposta tra Torsello e Cecilia Strada. Il reporter ritiene che Emergency non abbia sempre detto la verità in merito alla sua liberazione. Di contro, l’Ong ha replicato: Cecilia Strada, presidente, ha ribadito la sua versione dei fatti. La nuova risposta di Torsello non si è fatta attendere: “Ho più volte provato a incontrare Gino Strada, ma si è sempre rifiutato. Volevo spiegargli come sono andate davvero le cose, perché sembrerebbe che voi non ne siate a conoscenza”. Emergency a quel punto non ha più replicato.

In questa intervista Kash rivela nuovi, inediti, dettagli sul suo rilascio.

 Gabriele Torsello: foto di Alessandro De Matteis

Kash, lei è stato liberato il 3 novembre del 2006 dopo 23 giorni di prigionia. Sono seguiti anni di silenzio, poi la scrittura di un libro (Afghanistan Camera Oscurandr) e la richiesta, sempre più pressante, di chiarimenti a Gino Strada. Chiunque altro probabilmente tirerebbe un sospiro di sollievo, sarebbe felice di essere salvo dopo un rapimento. Lei, invece, ha ancora molto da raccontare e da chiarire. Perché?

Dopo la mia liberazione passai un lungo periodo difficile: capirà cosa accade dopo un rapimento nella mente di un uomo. Poi ho iniziato ad indagare, a raccogliere molto materiale. Ho cercato a lungo il confronto con Gino Strada, dapprima in privato, poi in pubblico. Ho inviato email e lettere, ma non ha mai risposto né tantomeno accettato di incontrarmi e chiarire le mie perplessità. Quando Gino Strada tirò fuori la storia del riscatto, pagato dall’Italia per la mia liberazione, disse tra le altre cose a un giornalista: “Ho gettato un sassolino nell’acqua, ora vediamo cosa succede”. Voglio rispondergli: di cose ne sono successe molte. Io questo sassolino l’ho ripescato e intendo osservarlo e studiarlo. Voglio che venga fatta chiarezza. Anche perché, tra l’altro, la rivelazione del pagamento del riscatto mise in pericolo la vita di molti italiani e occidentali in genere da quel momento in poi: Strada pose su ogni nostro connazionale un’etichetta con il prezzo “2 milioni di dollari”.

Emergency ha fatto da mediatore per la sua liberazione. Dovrebbe essere grato all’Ong di Gino Strada…

Io credo che dal punto di vista medico Emergency sia impeccabile. Però credo anche che, nella mia vicenda, ci siano delle ombre che prima o poi devono essere chiarite. Gino Strada ha raccontato talvolta mezze verità: non è chiaro il ruolo di Rahmatullah Hanefi, responsabile della sicurezza a Lashkar-Gha; non sono chiare le modalità del pagamento del riscatto e in generale i responsabili di Emergency hanno raccontato un’altra storia, in certi casi differente da quella vera, che io ho vissuto in prima persona. La mia domanda è: perché? Cosa ne guadagnano? Cosa c’è dietro?

Lei dice di aver indagato a lungo sul suo rapimento, dopo un periodo di silenzio e riflessione. Quali sono state le fonti a cui ha attinto?

Sì, ho indagato a lungo e in diversi modi. Le mie fonti principali sono tante e differenti: giornalisti occidentali e afghani; diplomatici e funzionari afghani e italiani; atti della Procura di Roma.

Stralcio del verbale dell’interrogatorio a Gino Strada

Partiamo dal rapimento, avvenuto il 12 ottobre 2006 all’interno di un pullman che avrebbe dovuto condurla a Kabul. Il mezzo venne fermato, entrarono degli uomini e la rapirono. Lei non voleva prendere quel mezzo. Ha più volte raccontato che fu Hanefi, responsabile sicurezza dell’Ospedale di Emergency, a insistere perché lo prendesse. Lei parla di “pressante insistenza” da parte dell’uomo afgano.

Più di una volta Hanefi mi consigliò di prendere quell’autobus. Non voglio dire che mi ha consegnato nelle mani dei rapitori, non ho elementi per affermarlo. Ma fu tutto molto strano: fu fermato proprio il pullman in cui viaggiavo e i rapitori vennero direttamente da me. Sequestrarono tutta l’attrezzatura. Erano uomini della polizia afgana, lo scoprii successivamente, lì per lì non capii. Io ero stato l’unico giornalista a riuscire a fotografare la roccaforte talebana di Musa Qala, erano fotografie esclusive. Credo che Hanefi avesse da qualcuno l’ordine preciso di seguire i miei movimenti, infatti durante tutte le nostre conversazioni dei giorni precedenti era molto curioso di conoscere cosa avessi fatto, dove fossi stato. Quando tornai da Musa Qala mi chiese di vedere le foto, prima che io mi collegassi a internet per inviarle al mio server: quando le vide, improvvisamente, mi vietò l’uso del computer. Perché?

Lei aveva una grande esperienza nello scegliere i mezzi di trasporto, privilegiava in linea di massima quelli “privati”. Aveva anche un ottimo fiuto per il pericolo. Come mai l’insistenza di Hanefi nel farle prendere quel bus non l’ha fatto desistere? Come organizzava solitamente i suoi spostamenti in quel paese in guerra? Di chi si fidava e di chi non si fidava?

In quei luoghi tendo a fidarmi del prossimo, ma ci vado molto cauto. È come camminare in un campo minato, ogni passo può essere letale e non puoi stare fermo a lungo. Occorre decidere dove posare il piede, con molta attenzione e con velocità. In pratica cerchi di porre piena fiducia nel prossimo ma nello stesso istante sei consapevole dell’alto rischio. Normalmente organizzavo gli spostamenti interni all’improvviso, prendendo l’ultimo posto disponibile in un taxi o minibus pieno di passeggeri e pronto per partire. Le uniche due volte che ho viaggiato acquistando il biglietto il giorno prima è accaduto in India nel 1994 e in Afghanistan nel 2006. Nel primo caso il titolare di un agenzia viaggi voleva solo assicurarsi una commissione 10 volte superiore al prezzo del biglietto, nel secondo un responsabile di Emergency voleva assicurarsi che avrei lasciato la città in un modo facilmente rintracciabile.

Perché non organizzava mai con largo anticipo i suoi spostamenti?

Per ragioni di sicurezza: non puoi sapere se chi ti vende il biglietto racconterà a qualcuno della presenza di un occidentale su un autobus. Ho sempre preferito i taxi, contrattando al momento con l’autista e sentendomi libero di scendere, se avvertivo di essere in pericolo.

Perché è stato rapito? È stato scambiato per una spia, come accadeva talvolta ai reporter sequestrati?

Non è raro in paesi in guerra, come in Afghanistan, che delle spie siano camuffate da giornalisti. A lungo ho pensato di essere stato scambiato per un agente dei servizi segreti che poteva fornire informazioni utili a qualcuno. Informazioni contenute nelle foto di Musa Qala, roccaforte talebana che nessuno, fino ad allora, era riuscito a fotografare. Tuttavia è possibile anche che i miei rapitori abbiano sequestrato quel materiale fotografico per consegnarlo ad apparati dei servizi segreti. Nulla è da escludere. L’unico ad essere a conoscenza del contenuto di quelle foto era l’uomo di Emergency, Rahmatullah Hanefi.

Foto di Gabriele Torsello

Il nome di Hanefi ricorre spesso. Fu lui il mediatore tra i sequestratori e le autorità italiane e fu a lui che fu consegnato in giorno della liberazione. Fu anche lui a consegnare il denaro del riscatto.

Quando fui rilasciato venne detto, dalla Farnesina e da Gino Strada, che non era stato pagato nessun riscatto. Per l’esattezza Strada dichiarò a Repubblica: “Del riscatto non ne so nulla, noi ci siamo occupati di tenere aperto il dialogo, non della mediazione”. Successivamento però, con il sequestro del giornalista Mastrogiacomo e il conseguente arresto di Hanefi da parte dei servizi segreti afghani (che lo ritenevano coinvolto nel rapimento: Strada fece pressione perché venisse scarcerato), egli disse ben altro. “Il governo ha pagato 2 milioni di dollari per ottenere il rilascio di Torsello. Quanto Rahmatullah sia affidabile il governo italiano dovrebbe saperlo bene, visto che in occasione del sequestro precedente, quello di Torsello, gli affidarono due milioni di dollari da portare ai rapitori. Quante persone conosce il Governo italiano, che con due milioni di dollari non scelgono di sparire? Non vogliamo nessun grazie dal Governo, vogliamo solo che ci sia restituito Rahmatullah” . Ma non è vero quanto dice Gino Strada: non fu il Governo Italiano ad affidare direttamente ad Hanefi quei soldi. Fu il fondatore di Emergency a farlo.

Come andarono, dunque, le cose?

Le trattative per il riscatto furono seguite direttamente da Emergency. Gino Strada in persona inoltrò la richiesta, al Ministero degli Esteri italiano, di 2 milioni di dollari, non trattabili, necessari per il mio rilascio. La somma, casualmente, corrispondenva al budget giornaliero che l’Italia spendeva per la Missione in Afghanistan. Inoltre il dottor Strada poneva come condizione che solo Emergency si sarebbe occupata della trattativa e delle modalità dello scambio soldi-prigioniero, senza alcuna interferenza e/o intromissioni di esterni, come è sua consuetudine fare (nel caso analogo del sequestro Mastrogiacomo, Strada disse letteralmente: “Fuori dai coglioni i Ros, il Sismi, ecc.”). Comunque, Ufficiali militari italiani consegnarono materialmente due borsoni contenenti i soldi del riscatto allo staff dell’ospedale di Emergency a Lashkar-Gah e, quest’ultimi, dopo aver sistemato il malloppo in un’unica borsa, lo affidarono a Rahmatulla Hanefi e a un altro uomo della Ong conosciuto come “l’autista”. I due lasciarono la struttura di Emergency in auto, da soli e con un borsone, per concludere le trattative. Nel frattempo i miei sequestratori mi avevavo sistemato nel portabagagli del loro mezzo, sempre incatenato e incappucciato, e dopo circa otto ore mi consegnarono a Rahmatulla Hanefi. Era solo in macchina. Arrivati a Lashkar-Gah cambiammo mezzo poco prima di varcare le mura che circondavano l’edificio di Emergency. Lì incontrai gli italiani che aspettavano per portarmi via.

Perché è così importante la figura dell’autista di Emergeny?

Quest’uomo fu la prima persona che informò Hanefi del mio arrivo a Lashkar-Gah, fu la persona che acquistò materialmente il biglietto del famoso autobus, e fu anche la persona che in compagnia di Hanefi lasciò l’edificio di Emergency con il borsone dei soldi del riscatto. Facendo un salto in avanti, nel 2010, quando trovarono dell’esplosivo nello stesso ospedale di Emergency a Lashkar-Gah, fu arrestato un uomo della Ong ed è tuttora agli arresti. Non si è mai saputo nulla di lui in Italia. Chi sarà? Anche lui un autista?

Dunque: l’Italia pagò un riscatto di due milioni di euro. Diede il denaro a Emergency (unico intermediario nella trattativa), che avrebbe delegato ad Hanefi la consegna del malloppo. Insieme a lui ci sarebbe stato, tuttavia, un altro uomo, l’autista, di cui finora non si era mai parlato nella ricostruzione del suo sequestro. I due si sarebbero recati dai rapitori.

C’è un altro passaggio, inedito e molto importante. Secondo i verbali dell’interrogatorio ad Hanefi, condotto da autorità afghane, l’uomo avrebbe ricevuto 300 mila dollari, di cui 100 sarebbero stati consegnati ai sequestratori. Possiamo dunque domandarci: come mai sono stati pagati 2 milioni di dollari di riscatto, mentre nelle mani di Hanefi, secondo gli atti ufficiali degli interrogatori afghani, ne sono arrivati solo 300mila?

Naturalmente lei non sta accusando Emergency di aver sottratto un milione e 700mila dollari. Non ci sono prove.

No, non ho elementi per farlo e non voglio neanche pensarlo. Ho solo menzionato atti di un interrogatorio dei servizi segreti afghani. È chiaro che però va fatta chiarezza su questi particolari riguardanti il sequestro e il riscatto.

 

 

Ps: AgoraVox ha chiesto una replica ai responsabili di Emergency, che hanno risposto come segue:

“In merito all’intervista di Gabriele Torsello e alla richiesta di commentare le dichiarazioni rilasciate alla vostra testata, le confermo che, anche in quest’ultima occasione, Emergency non intende raccogliere il tentativo di polemica sollevato da Gabriele Torsello.

Non capiamo perché Gabriele Torsello continui a contestare a Emergency la mancanza di risposte alle sue domande: tutte le domande che ha posto hanno ricevuto risposta in tempo reale.

Emergency ha riferito tutto quello di cui era a conoscenza in merito alla sua vicenda alle autorità competenti e non ritiene necessario aggiungere altro, soprattutto a mezzo stampa”.

Precisiamo che, nel momento in cui è giunta la comunicazione della ONG, nessuno dei loro responsabili aveva ancora letto l’articolo.

 

 

Il Papa al Family Day: “Guardate, c’è un asino che vola”

Papa: “I politici non facciano promesse che non possono realizzare”.

Già, perché quelle che fa lui, invece…

– Gesù Cristo è morto poi risorto.
– Gesù è nato da un parto verginale.
– A Lazzaro, morto: “Alzati e cammina”. E quello si è alzato ed ha camminato…
– Trasformazione di acqua in vino e pane in pesce.
– Le invenzioni di paradiso, purgatorio e inferno
– Adamo ed Eva, tuttora per taluni nostri progenitori
– L’arca di Noè, tuttora per qualcuno primo esempio di crociera

per altri esempi si legga il romanzo “La sacra bibbia”
 

 

 

 

E mentre noi discutiamo di grillini, parate, scommesse e family day da qualche parte, nel mondo…

Roma- Damasco distano 2.223,6 chilometri in linea d’aria. Palermo-Parigi distano 1.700 chilometri. Trieste-Lisbona 2.000 chilometri. La Siria, in fondo, è dietro casa…

Afghanistan: Obama vuole armare i Droni italiani. Via libera ai bombardamenti?

L’Italia bombarderà l’Afghanistan? Non lo sappiamo con certezza, ma sappiamo che gli Stati Uniti d’America in questi giorni stanno discutendo sulla possibilità di armare i nostri Droni Reaper. Lo ha reso noto due giorni fa il Wall Street Journal.

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Al momento i nostri droni vengono utilizzati esclusivamente per operazioni di ricognizione e sorveglianza del territorio afgano. Se venissero dotati di missili e bombe, come auspica il presidente Obama, l’Italia sarebbe l’unico Paese, oltre a Stati Uniti e Inghilterra, a far volare droni armati e pronti a colpire.

Ma veniamo ai dettagli: il Wall Street Journal ha rivelato che ad aprile Obama avrebbe espresso l’intenzione di vendere all’Italia sei kit d’arma per i droni Reaper: due di questi velivoli sarebbero stati utilizzati dal nostro Paese nella guerra in Libia, mentre altri 4 dovrebbero essere operativi a fine 2012. Naturalmente la decisione di armare i nostri aerei è stata discussa al Congresso: non risulta, al momento, che siano stati espressi pareri negativi in merito. Ciò lascerebbe pensare che l’operazione andrà a buon fine.

La portavoce del Pentagono Wendy Snyder ha dichiarato: “Il trasferimento di strumenti e servizi della difesa americana all’Italia, tra gli altri alleati, le permetterebbe di condividere parte dei costi e di contribuire alle operazioni che proteggono non solo le truppe italiane ma anche quelle degli Stati Uniti e di altri partner della coalizione”. . Servirà un anno – dichiarano gli esperti interpellati dal giornale americano – affinché i sistemi vengano perfezionati e gli italiani addestrati all’uso delle nuove armi.

Il Teal Group – un gruppo di analisti esperti in difesa aerospaziale – ha stimato che il giro di affari mondiale per i droni Reaper e Predator arriverà fino a 5,8 miliardi di dollari nel 2017, contro i previsti 4,3 del prossimo anno. Soldi a palate per l’industria bellica americana.

AgoraVox Italia ha richiesto un’intervista al ministro della difesa Giampaolo Di Paola perché venga chiarita la posizione del nostro Paese in merito a questa notizia. E’ chiaro che se c’è un venditore (gli Stati Uniti) deve esserci anche un acquirente. L’Italia acquisterà i sei kit di armamenti per droni? L’Italia si prepara a bombardare l’Afghanistan?


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