Archivi del mese: luglio 2012

Marcello Lonzi, morto di “forte infarto”. Intervista alla madre: “Processo mai fatto, voglio la verità”

L’11 luglio del 2003 Marcello Lonzi, 29 anni, muore di “forte infarto” nella cella numero 21 del carcere “Le Sughere” di Livorno: era stato arrestato il 3 marzo per tentato furto, soffriva di tossicodipendenza, aveva solo altri 4 mesi di detenzione da scontare poi sarebbe tornato in libertà.

Marcello muore per “cause naturali”. Garantisce l’autopsia, nonostante il ragazzo fosse stato sempre sano come un pesce. Il medico legale scriverà che si trattò di “un’aritmia maligna instauratasi su una ipertrofia ventricolare sinistra”. Maria Ciuffi, madre del ragazzo, verrà a sapere della sua morte solo dopo due giorni. Né la polizia, né i carabinieri si preoccupano di avvisarla del decesso, ma lo fa una zia che, nel frattempo, ha letto la notizia sui giornali. “Quando mi presentai al carcere di Livorno – racconta ad AgoraVox – un agente mi disse, con una freddezza che non dimenticherò mai, ‘Ma lei, Signò, cosa vuole dimostrare?’ All’epoca non pensai di chiamare un perito di parte, ero troppo sconvolta”. Infatti il 10 dicembre del 2004 il caso si chiude: il PMRoberto Pennisi chiede l’archiviazione: il giudice delle udienze preliminari, Rinaldo Merani, accoglie la richiesta . Nel frattempo si sono diffuse le foto, agghiaccianti, del luogo del decesso. Marcello ha il volto tumefatto, otto costole rotte, sterno, polso e mandibola fratturati, due denti spezzati, ferite ovunque e due “buchi” in testa. “In uno – racconta la madre – c’era della vernice blu. Da dove proveniva? Nessuno indagò. Io mio figlio non l’ho fatto con la vernice blu in testa”.

Maria scrive al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, livornese come lei: non otterrà risposta. L’avvocato di Maria, Vittorio Trupiano, scriverà: “In quelle foto ci sono i segni di vere e proprie vergate, striature viola sulla pelle gonfia e rialzata… ecchimosi che possono essere state fatte solo con un bastone, un manganello. Certo, non sono i segni di una caduta“.

La madre del ragazzo ha una sola opportunità per riaprire il caso: denuncia il pm di Livorno Roberto Pennisi (magistrato di turno la notte del decesso), il medico legale Bassi Luciani (che eseguì l’autopsia) e un agente di polizia penitenziaria il cui nome non risulta chiaro negli atti (Giudice Nicola o Nobile Nicola). La denuncia viene archiviata, ma vi si riscontrano elementi che potrebbero “avere una qualche rilevanza ai fini della riapertura delle indagini”. Il caso Lonzi viene riaperto.

E’ la madre del ragazzo a chiedere la riesumazione del cadavere allo scopo, si legge, di “verificare se sul tessuto osseo, ancora intatto, siano rilevabili tracce e segni di percosse”. E’ il 2006.

Ed è Marco Salvi, specialista in medicina legale, a effettuare una perizia sul corpo. La relazione evidenzia molti aspetti non presi in considerazione durante la prima autopsia. 

Salvi scriverà che “lo stato dei luoghi, la posizione del cadavere e la presenza di multiple lesioni traumatichenon depongono per un improvviso malore con caduta al suolo e decesso del paziente”. O ancora: “A modesto parere dello scrivente, non sembra siano state analizzate con la dovuta attenzione le innumerevoli macchie di sangue presenti, facilmente evidenziabili anche solo dai rilievi fotografici. Non risulta, infatti, che sia state riscontrate le strutture rigide dove il soggetto avrebbe urtato al momento della caduta al suolo. Stante la grossolanità delle lesioni non è possibile ipotizzare che non abbiano lasciato traccia sull’oggetto, struttura, manufatto o infisso che ha agito da mezzo contundente”.

Nella casistica personale del dottor Salvi, di alcune centinaia di morti improvvise con caduta al suolo nelle circostanze più disparate, e nella letteratura medico legale “non esistono casi di soggetti che perdono i sensi e cadono al suolo procurandosi tre distinte lesioni contusive, oltretutto di quella forma e profondità. Nel caso in esame, pertanto, a fronte di una evidente ed assoluta anomalia delle lesioni riscontrate sul soggetto, nulla è stato fatto per repertare e documentare sul luogo dei fatti la “struttura contusiva” priva di forza viva ma di forma così particolare, capace con “un solo urto” di cagionare tre distinte lesioni lacero contuse. A tali lesioni del volto dobbiamo aggiungere, inoltre, la frattura della II costa sinistra, che si trova in parte protetta dalla clavicola e che non può fratturarsi in quella posizione per una caduta al suolo o per un urto contro un qualcosa, così come non si frattura isolatamente nel corso di un massaggio cardiaco su soggetto giovane e quindi con gabbia toracica elastica”.

Troppe le incongruenze con la versione ufficiale, insomma. “Ma non basta: il 19 maggio del 2009 – spiega Maria – il Procuratore Capo chiede l’archiviazione del caso. Rinaldo Merani, ancora una volta, lo fece. Stavolta dichiarando che mio figlio avrebbe avuto un “forte infarto”. Ma che vuol dire forte infarto?”. Stessa sorte in Cassazione e, infine, lo scorso 18 aprile alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che dichiara irricevibile il ricorso: “La decisione della Corte – si legge nel provvedimento – è definitiva e non può essere oggetto di ricorsi davanti alla Corte, compresa la Grande Camera, o ad altri organi”. Perché?

Il caso di Marcello Lonzi, dunque, non ha mai avuto un regolare processo: per due volte il GUP (Giudice per l’udienza preliminare) e per una la Corte Europea hanno deciso che la morte del 29enne non meritasse maggiori approfondimenti, avallando la tesi del malore e ignorando le considerazioni del dottor Salvi. Eppure basta dare un’occhiata alle agghiaccianti foto di Marcello per rendersi conto di quanto sia stato anomalo quell’infarto…

Maria Ciuffi, tuttavia, non si arrende: “Io sono sola al mondo – racconta ad AgoraVox -: non ho un marito, non ho altri figli. Vivo ormai per trovare la verità sulla morte di Marcello: io credo che il caso abbia subìto troppi insabbiamenti, che ci siano troppe incongruenze nelle testimonianze. Marcello è stato ucciso? Ha subìto un’omissione di soccorso? Cosa è accaduto davvero quel giorno? Altro che forte infarto… Io voglio andare a processo”.

“Mio figlio non era un santo, ma stava pagando il suo conto. Marcello venne picchiato il giorno che venne catturato, fu la sua compagna a raccontarmelo. Lo sentiva urlare nell’altra stanza “Vi prego, basta”. Sentiva le botte. Mi hanno raccontato che il giorno della sua morte, l’11 luglio, discusse con un secondino: io credo che abbiano voluto fargliela pagare. Alle 14 sparì dalla sua cella, è agli atti degli interrogatori, e il PM Antonio Giacomini disse che era a colloquio. Impossibile: a quell’ora non c’erano colloqui. Dove era mio figlio?”.

E perché il compagno di cella di Marcello Lonzi (a cui vennero dati dei giorni di permesso premio dopo la morte del ragazzo) prima dichiarò: “Io dormivo ed ho sentito un tonfo in terra”, poi a Maria Ciuffi, fuori dal carcere, raccontò: “Mi trovavo nelle docce”. Dove si trovava il ragazzo: nelle docce o in branda? Sa qualcosa che non ha ancora detto?

Anche l’orario del decesso non è chiaro: è morto tra le 19.40 e le 20.14 come dichiarato dagli agenti oppure, come dichiarato da alcuni detenuti, intorno alle 15.30? E perché durante la prima autopsia furono riscontrate solo due costole rotte, anziché 8? “Quando lo chiesi al magistrato – spiega Maria – mi rispose: signora, è stata una svista”.

E chi erano gli uomini che a lungo seguirono Maria Ciuffi ogni volta che si metteva alla guida della sua auto: lei giura di saperlo. “Erano secondini, li ho riconosciuti”.

Insomma, a nove anni di distanza il caso di Marcello Lonzi è avvolto da troppi misteri, nonostante le archiviazioni che si sono susseguite negli anni. Neanche la recente sentenza che ha condannato gli agenti colpevoli dell’omicidio di Federico Aldrovandi è riuscita a dare speranza a Maria Ciuffi: “Un tempo avevo piena fiducia per la giustizia. Ora no, sono sola nella mia battaglia. Nonostante il caso Aldrovandi, ho capito che per avere giustizia in questo Paese occorrono molti soldi e molte conoscenze in alto. Questo è il mio pensiero”.

 

Ps: E’ possibile sostenere la battaglia di Maria Ciuffi anche economicamente, facendo un versamentosul conto postepay numero 4023600587163637, codice fiscale CFFMRA52H51G702E, intestataria Maria Ciuffi.

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Non li uccise la morte ma due guardie bigotte. Aldrovandi, Bianzino, Sandri, Uva, Cucchi…

“Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte”.

Fabrizio De André – Un Blasfemo (dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato)

Non al denaro, non all’amore né al cielo (1971)

Per cercare l’anima a Federico Aldrovandi ci si misero in 4. Luca Pollastri, Enzo Pontani, Paolo Forlani e Monica Segatto. Quattro poliziotti. C’era chi teneva e chi picchiava. Chi picchiava lo fece talmente forte che due manganelli si spezzarono sul corpo di Federico, che ostinatamente resisteva a quelle sferzate e tentava di ribellarsi, finché non venne immobilizzato. Morì verso l’alba per asfissia da posizione, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti.Successivamente i quattro poliziotti descrissero Federico come un “invasato violento in evidente stato di agitazione”.

Da ieri quello che per anni è stato chiamato “Caso Aldrovandi” potrà essere chiamato “omicidio Aldrovandi”. La Corte di Cassazione di Roma ha confermato le condanne a 3 anni e 6 mesi di reclusione a Pollastri, Pontani, Forlani e Segatto, responsabili di omicidio colposo per aver ecceduto nell’uso della forza.

La vita di un ragazzo di 18 anni vale 3 anni e 6 mesi di reclusione. Comprensibilmente in molti hanno giudicato la pena troppo tenera, ma va considerata anche la verità storica che finalmente è stata definita. Una sentenza stabilisce che un ragazzo è stato ammazzato da alcuni poliziotti. Per un paese come l’Italia, dove queste cose vengono spesso occultate, è un fatto importante.

Ma il caso di Federico Aldrovandi non è isolato. Come documentato dall’Osservatorio Repressione dal 1945 sono decine i cittadini uccisi per mano delle forze dell’ordine, che spesso hanno represso nel sangue manifestazioni di protesta. Senza considerare la repressione giudiziaria: oltre 15mila sono i denunciati dai fatti del G8 di Genova ad oggi: un tentativo, evidentemente, di trasformare lotte politiche in fatti di comune delinquenza.

Per ragioni di spazio ci concentreremo sugli uomini morti a seguito di un fermo di polizia. Se siano stati uccisi, o se la morte sia sopraggiunta per altre ragioni, a noi non è dato saperlo con certezza. Nel caso di Aldrovandi possiamo, sentenza alla mano, parlare di omicidio: la stessa cosa non si può dire (almeno, non con rigore giornalistico) per altre situazioni che però destano preoccupazione, tra tentativi di depistaggio e insabbiamenti. Sempre per ragioni di sintesi, partiremo da Genova 2001, dai giorni torridi del luglio di 11 anni fa che videro la morte del giovane Carlo Giuliani.

Carlo aveva 23 anni. Manifestava, insieme a migliaia di compagni, all’assemblea del G8 di Genova, in una città blindata e ferita da disordini e scontri continui. Carlo morì a Piazza Alimonda, ucciso da un colpo sparato dal carabiniere Mario Placanica, che si trovava all’interno di un Land Rover di servizio. Carlo venne colpito subito dopo aver afferrato da terra un estintore. Una ricostruzione affidabile della vicenda, con immagini da punti di vista differenti, è stata effettuata da Lucarelli nella trasmissione Blu Notte. Dopo aver esploso il colpo, diretto allo zigomi di Giuliani, il mezzo dei Carabinieri passò ben due volte sul corpo del ragazzo. Il carabiniere Placanica è stato prosciolto dall’accusa di omicidio colposo: avrebbe sparato, secondo i giudici, per legittima difesa.

L’11 luglio del 2003 all’interno del carcere Le Sugheri di Livorno venne ritrovato il corpo di Marcello Lonzi, 29 anni, in un lago di sangue. Secondo la giustizia italiana il ragazzo sarebbe morto per cause naturali (il caso è stato archiviato) ma le foto del carcere e all’obitorio mostrerebbero chiarissimi segni di pestaggio. La madre di Marcello, Maria Ciuffi, ha condotto per anni una battaglia per la verità sulla morte del figlio.

Riccardo Rasman morì il 27 ottobre del 2006 a Trieste. Nella sua casa di via Grego fecero irruzione le forze dell’ordine. Il ragazzo, affetto da sindrome schizofrenica paranoide, dovuta a episodi di nonnismo subìti durante il servizio militare, era in uno stato di particolare felicità: il giorno dopo avrebbe iniziato a lavorare come operatore ecologico. Ascoltava musica ad alto volume, lanciando un paio di petardi dal balcone. Qualcuno chiamò il 113 denunciando il baccano, arrivarono due volanti, gli agenti entrarono a casa dell’uomo, lo immobilizzarno e ammanettarono a seguito di una colluttazione. Come per Aldrovandi, Riccardo Rasman sarebbe morto per asfissia: benché fosse ancora ammanettato i poliziotti continuarono a schiacchiargli la schiena impedendogli la respirazione.

Il 14 ottobre del 2007 fu la volta di Aldo Bianzino, falegname, in una cella del carcere di Perugia. Venne arrestato due giorni prima insieme alla compagna per coltivazione e detenzione di piantine di canapa indiana. Aldo era in buona salute: morì, ufficialmente, per cause naturali (a seguito di una malattia cardiaca). Una perizia medico legale effettuata dal dottor Lalli e richiesta dalla famiglia rivelerà, invece, la presenza di 4 ematomi cerebrali, fegato e milza rotte, 2 costole fratturate. Ne seguì un processo conclusosi con l’archiviazione ma, grazie all’insistenza di amici e familiari e all’apertura di un blog, negli ultimi mesi si sta tentando di riaprire le indagini.

Neanche un mese dopo, l’11 ottobre 2007, nell’autogrill di Badia al Pino verrà ucciso Gabriele Sandri, tifoso della Lazio. Ad ammazzarlo un colpo di pistola esploso dall’agente di polizia Luigi Spaccarotella, che in quel momento si trovava dall’altra parte della carreggiata. Il poliziotto verrà condannato in tutti e tre i gradi di giudizio per omicidio volontario.

Giuseppe Uva morirà il 15 giugno del 2008. Venne fermato dai Carabinieri insieme ad un amico, che raccontò: “Avevamo bevuto. Mettemmo le transenne in mezzo alla strada. Una bravata”. Li portarono via, li misero in due stanze diverse. L’amico sente le grida di Giuseppe nell’altra stanza. Chiama il 118. Chiede aiuto. Poi sono gli stessi carabinieri a chiamare i sanitari e richiedono il trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Giuseppe muore in ospedale dopo essere rimasto oltre tre ore in caserma. Sotto processo è un medico accusato di avergli somministrato un farmaco che avrebbe fatto reazione con l’alcool che aveva in corpo. La sorella Lucia disse: “Era pieno di lividi. Aveva bruciature di sigaretta dietro il collo e i testicoli tumefatti”. “Mi hanno spiegato che Pino ha dato in escandescenze, che è andato a sbattere contro i muri, ma quelle ferite non si spiegano così”. “Giuseppe – rivela la sorella – aveva anche sangue nell’ano”. Venne violentato?

Il 24 giugno del 2008 Niki Aprile Gatti, 26 anni, muore nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano (Firenze). Era stato arrestato a seguito di un’indagine su una società di San Marino responsabile di una truffa informatica. Venne trovato impiccato a un laccio nel bagno del carcere. Tutto avrebbe fatto pensare a un suicidio, ma la mamma di Niki non ci sta e, ancora una volta, scrive su un blog: “L’utilizzo di un solo laccio è di per sé idoneo a causare la morte per strangolamento di una persona. Ma certamente non idoneo a sorreggere il corpo di Niki, del peso di 92 chili. Inoltre non si comprende come possa essere stata consumata l’impiccagione quando nel bagno non vi era sufficiente altezza tra i jeans e il piano di calpestio del pavimento”.

Il 25 luglio del 2008 muore nel carcere Marassi di Genova Manuel Eliantonio, 22 anni. Era stato in discoteca e, a seguito di un controllo di Polizia, gli rilevarono tracce di alcol e stupefacenti. Per questo venne fermano, tentò la fuga ma venne acciuffato e incarcerato. Dopo sette mesi de detenzione per resistenza a pubblico ufficiale e a meno di un mese dal rilascio muore. L’autopsia parla di intossicazione da butano ma non spiega i lividi sul suo corpo.

Carmelo Castro è morto in carcere il 28 marzo del 2009, a soli 19 anni. Era stato arrestato per aver fatto il palo in una rapina. Tre giorni dopo aver varcato il portone del carcere di Piazza Lanza si è suicidato legando un lenzuolo allo spigolo della sua branda. Cosi è stato scritto nella relazione di servizio e questo ha confermato anche il gip Alfredo Gari che ha già respinto una prima richiesta di riapertura delle indagini presentata dalla famiglia del ragazzo. Ma la madre Grazia La Venia non ci sta: “Mio figlio non può essersi suicidato, non era in grado nemmeno di allacciarsi le scarpe da solo, figuriamoci attaccare un lenzuolo alla branda e impiccarsi”. Al suo fianco ora si schiera l’associazione Antigone, che ha denunciato: “Nel corso delle indagini preliminari non è stato disposto il sequestro della cella, né del lenzuolo con il quale Castro si sarebbe impiccato a questo, si aggiunga che non è stato sentito nessuno del personale di polizia penitenziaria intervenuto, né il detenuto che avrebbe portato il pranzo a Castro e che sarebbe l’ultima persona ad averlo visto ancora da vivo”.

Il 21 luglio del 2009, Stefano Frapporti, operaio di 48 anni, sta tornando da lavoro in sella alla sua bicicletta quando viene fermato da due carabinieri in borghese per un’infrazione stradale. Portato in carcere perché sospettato di spaccio non uscirà mai vivo dalla cella. Ufficialmente morirà suicida, ma tra gli amici da anni è in vigore una battaglia per chiedere chiarezza.

Il 58enne Franco Mastrogiovanni morirà il 4 agosto del 2009 dopo 4 giorni di trattamento sanitario obbligatorio e dopo essere rimasto legato più di 80 ore a un lettino, alimentato solo di flebo e sedato con farmaci antipsicotici. Il video della sua agonia fece il giro del mondo. 

Tutti conoscono la storia di Stefano Cucchi, geometra di 31 anni morto nel reparto carcerario dell’Ospedale Pertini di Roma il 22 ottobre 2009. Stefano era accusato di detenzione di stupefacenti. Morì di edema polmonare dopo 8 giorni di agonia, nei quali perse 7 chili. Sul suo corpo, le cui foto sconvolsero l’Italia, venne rilevata una vertebra fratturata, la rottura del coccige, sangue nello stomaco e altri traumi sparsi ovunque. Gli agenti di polizia penitenziaria che lo ebbero in custodia sono tuttora indagati per lesioni e percosse (è caduta l’accusa di omicidio colposo), mentre i medici sono indagati per abbandono di incapace.

E la lista potrebbe essere ancora lunga, se contenesse anche i nomi dei detenuti che si sono tolti la vita negli ultimi anni, spesso a causa delle condizioni disumane in cui versano le carceri. La soluzione del caso Aldrovandi dovrebbe indurre a far chiarezza anche su tutti gli altri. Verso i quali, come abbiamo visto, troppo spesso è prevalsa la superficialità di giudizio quando non un assurdo spirito cameratesco.

Si ringrazia l’Osservatorio sulla Repressione.