Marcello Lonzi, morto di “forte infarto”. Intervista alla madre: “Processo mai fatto, voglio la verità”

L’11 luglio del 2003 Marcello Lonzi, 29 anni, muore di “forte infarto” nella cella numero 21 del carcere “Le Sughere” di Livorno: era stato arrestato il 3 marzo per tentato furto, soffriva di tossicodipendenza, aveva solo altri 4 mesi di detenzione da scontare poi sarebbe tornato in libertà.

Marcello muore per “cause naturali”. Garantisce l’autopsia, nonostante il ragazzo fosse stato sempre sano come un pesce. Il medico legale scriverà che si trattò di “un’aritmia maligna instauratasi su una ipertrofia ventricolare sinistra”. Maria Ciuffi, madre del ragazzo, verrà a sapere della sua morte solo dopo due giorni. Né la polizia, né i carabinieri si preoccupano di avvisarla del decesso, ma lo fa una zia che, nel frattempo, ha letto la notizia sui giornali. “Quando mi presentai al carcere di Livorno – racconta ad AgoraVox – un agente mi disse, con una freddezza che non dimenticherò mai, ‘Ma lei, Signò, cosa vuole dimostrare?’ All’epoca non pensai di chiamare un perito di parte, ero troppo sconvolta”. Infatti il 10 dicembre del 2004 il caso si chiude: il PMRoberto Pennisi chiede l’archiviazione: il giudice delle udienze preliminari, Rinaldo Merani, accoglie la richiesta . Nel frattempo si sono diffuse le foto, agghiaccianti, del luogo del decesso. Marcello ha il volto tumefatto, otto costole rotte, sterno, polso e mandibola fratturati, due denti spezzati, ferite ovunque e due “buchi” in testa. “In uno – racconta la madre – c’era della vernice blu. Da dove proveniva? Nessuno indagò. Io mio figlio non l’ho fatto con la vernice blu in testa”.

Maria scrive al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, livornese come lei: non otterrà risposta. L’avvocato di Maria, Vittorio Trupiano, scriverà: “In quelle foto ci sono i segni di vere e proprie vergate, striature viola sulla pelle gonfia e rialzata… ecchimosi che possono essere state fatte solo con un bastone, un manganello. Certo, non sono i segni di una caduta“.

La madre del ragazzo ha una sola opportunità per riaprire il caso: denuncia il pm di Livorno Roberto Pennisi (magistrato di turno la notte del decesso), il medico legale Bassi Luciani (che eseguì l’autopsia) e un agente di polizia penitenziaria il cui nome non risulta chiaro negli atti (Giudice Nicola o Nobile Nicola). La denuncia viene archiviata, ma vi si riscontrano elementi che potrebbero “avere una qualche rilevanza ai fini della riapertura delle indagini”. Il caso Lonzi viene riaperto.

E’ la madre del ragazzo a chiedere la riesumazione del cadavere allo scopo, si legge, di “verificare se sul tessuto osseo, ancora intatto, siano rilevabili tracce e segni di percosse”. E’ il 2006.

Ed è Marco Salvi, specialista in medicina legale, a effettuare una perizia sul corpo. La relazione evidenzia molti aspetti non presi in considerazione durante la prima autopsia. 

Salvi scriverà che “lo stato dei luoghi, la posizione del cadavere e la presenza di multiple lesioni traumatichenon depongono per un improvviso malore con caduta al suolo e decesso del paziente”. O ancora: “A modesto parere dello scrivente, non sembra siano state analizzate con la dovuta attenzione le innumerevoli macchie di sangue presenti, facilmente evidenziabili anche solo dai rilievi fotografici. Non risulta, infatti, che sia state riscontrate le strutture rigide dove il soggetto avrebbe urtato al momento della caduta al suolo. Stante la grossolanità delle lesioni non è possibile ipotizzare che non abbiano lasciato traccia sull’oggetto, struttura, manufatto o infisso che ha agito da mezzo contundente”.

Nella casistica personale del dottor Salvi, di alcune centinaia di morti improvvise con caduta al suolo nelle circostanze più disparate, e nella letteratura medico legale “non esistono casi di soggetti che perdono i sensi e cadono al suolo procurandosi tre distinte lesioni contusive, oltretutto di quella forma e profondità. Nel caso in esame, pertanto, a fronte di una evidente ed assoluta anomalia delle lesioni riscontrate sul soggetto, nulla è stato fatto per repertare e documentare sul luogo dei fatti la “struttura contusiva” priva di forza viva ma di forma così particolare, capace con “un solo urto” di cagionare tre distinte lesioni lacero contuse. A tali lesioni del volto dobbiamo aggiungere, inoltre, la frattura della II costa sinistra, che si trova in parte protetta dalla clavicola e che non può fratturarsi in quella posizione per una caduta al suolo o per un urto contro un qualcosa, così come non si frattura isolatamente nel corso di un massaggio cardiaco su soggetto giovane e quindi con gabbia toracica elastica”.

Troppe le incongruenze con la versione ufficiale, insomma. “Ma non basta: il 19 maggio del 2009 – spiega Maria – il Procuratore Capo chiede l’archiviazione del caso. Rinaldo Merani, ancora una volta, lo fece. Stavolta dichiarando che mio figlio avrebbe avuto un “forte infarto”. Ma che vuol dire forte infarto?”. Stessa sorte in Cassazione e, infine, lo scorso 18 aprile alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che dichiara irricevibile il ricorso: “La decisione della Corte – si legge nel provvedimento – è definitiva e non può essere oggetto di ricorsi davanti alla Corte, compresa la Grande Camera, o ad altri organi”. Perché?

Il caso di Marcello Lonzi, dunque, non ha mai avuto un regolare processo: per due volte il GUP (Giudice per l’udienza preliminare) e per una la Corte Europea hanno deciso che la morte del 29enne non meritasse maggiori approfondimenti, avallando la tesi del malore e ignorando le considerazioni del dottor Salvi. Eppure basta dare un’occhiata alle agghiaccianti foto di Marcello per rendersi conto di quanto sia stato anomalo quell’infarto…

Maria Ciuffi, tuttavia, non si arrende: “Io sono sola al mondo – racconta ad AgoraVox -: non ho un marito, non ho altri figli. Vivo ormai per trovare la verità sulla morte di Marcello: io credo che il caso abbia subìto troppi insabbiamenti, che ci siano troppe incongruenze nelle testimonianze. Marcello è stato ucciso? Ha subìto un’omissione di soccorso? Cosa è accaduto davvero quel giorno? Altro che forte infarto… Io voglio andare a processo”.

“Mio figlio non era un santo, ma stava pagando il suo conto. Marcello venne picchiato il giorno che venne catturato, fu la sua compagna a raccontarmelo. Lo sentiva urlare nell’altra stanza “Vi prego, basta”. Sentiva le botte. Mi hanno raccontato che il giorno della sua morte, l’11 luglio, discusse con un secondino: io credo che abbiano voluto fargliela pagare. Alle 14 sparì dalla sua cella, è agli atti degli interrogatori, e il PM Antonio Giacomini disse che era a colloquio. Impossibile: a quell’ora non c’erano colloqui. Dove era mio figlio?”.

E perché il compagno di cella di Marcello Lonzi (a cui vennero dati dei giorni di permesso premio dopo la morte del ragazzo) prima dichiarò: “Io dormivo ed ho sentito un tonfo in terra”, poi a Maria Ciuffi, fuori dal carcere, raccontò: “Mi trovavo nelle docce”. Dove si trovava il ragazzo: nelle docce o in branda? Sa qualcosa che non ha ancora detto?

Anche l’orario del decesso non è chiaro: è morto tra le 19.40 e le 20.14 come dichiarato dagli agenti oppure, come dichiarato da alcuni detenuti, intorno alle 15.30? E perché durante la prima autopsia furono riscontrate solo due costole rotte, anziché 8? “Quando lo chiesi al magistrato – spiega Maria – mi rispose: signora, è stata una svista”.

E chi erano gli uomini che a lungo seguirono Maria Ciuffi ogni volta che si metteva alla guida della sua auto: lei giura di saperlo. “Erano secondini, li ho riconosciuti”.

Insomma, a nove anni di distanza il caso di Marcello Lonzi è avvolto da troppi misteri, nonostante le archiviazioni che si sono susseguite negli anni. Neanche la recente sentenza che ha condannato gli agenti colpevoli dell’omicidio di Federico Aldrovandi è riuscita a dare speranza a Maria Ciuffi: “Un tempo avevo piena fiducia per la giustizia. Ora no, sono sola nella mia battaglia. Nonostante il caso Aldrovandi, ho capito che per avere giustizia in questo Paese occorrono molti soldi e molte conoscenze in alto. Questo è il mio pensiero”.

 

Ps: E’ possibile sostenere la battaglia di Maria Ciuffi anche economicamente, facendo un versamentosul conto postepay numero 4023600587163637, codice fiscale CFFMRA52H51G702E, intestataria Maria Ciuffi.

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