Imbracceremo i mitra (dicevano i contadini di Offida 65 anni fa). Le lotte mezzadrili, studentesche e la repressione

Facendo delle ricerche sulle lotte dei mezzadri, per trovare qualche affinità con le proteste che animano il mondo del lavoro e della scuola in questi giorni, mi sono imbattuto in questa splendida e lunga ricerca di Doriano Pela, corredata di aneddoti stupendi: quella volta che i contadini di Rotella minacciarono il prete (grosso proprietario terriero) con il bastone. Un’altra volta che a San Benedetto i mezzadri incendiarono e sabotarono la sede della Confida (organo che tutelava i padroni). A Montalto sequestrarono un noto proprietario terriero. A Porto Sant’Elpidio minacciarono di prendere il mitra “coi partigiani, che saranno al nostro fianco”.

Nella mia Offida  Guido Fioravanti ,  segretario della Camera del Lavoro Provinciale, durante un comizio, venne interrotto e offeso da elementi del MSI: l’uomo tentò allora di richiamare i carabinieri presenti affinché facessero osservare l’ordine e per tutta risposta ottenne una denuncia.

Ma gli aneddoti sono decine, tutti straordinari.

Insomma, le affinità con oggi ci sono eccome: cambiano i protagonisti, ma c’è un filo che ci collega alle lotte di oltre 60 anni fa. Gli oppressi che si ribellano per rivendicare sacrosanti diritti (che oggi ci sembrano scontati, come magari sembreranno scontati ai nostri nipoti quello che noi otterremo), i fascisti che si schierano coi padroni, la polizia che si schiera coi fascisti. Solito copione. Di seguito, la bella ricerca.

Con il Decreto Luogotenenziale del 23 novembre 1944 che sopprime tutte le organizzazioni sindacali fasciste, si assiste subito, nelle aree del territorio già liberate, al fiorire di una serie di iniziative volte alla formazione di nuovi sindacati. Tuttavia, allo scopo di conservare la tutela derivante dalle contrattazioni cosiddette ‘collettive’ del precedente periodo, il decreto dispone che restino in vigore le norme contenute nei contratti collettivi, negli accordi economici, nelle sentenze della Magistratura del Lavoro e nelle ordinanze corporative. Così i lavoratori della terra devono assistere al triste spettacolo del mantenimento in vigore del vecchio capitolato fascista del 13 novembre 1936.

Dal punto di vista della situazione fondiaria e produttiva la provincia di Ascoli presenta una miriade di piccole o piccolissime aziende tenute a mezzadria, in cui si addensa una popolazione agricola eccedente, ridotta a guadagni di pura sussistenza. La famiglia colonica, totalmente dipendente dal padrone e considerata solo come entità fornitrice di forza lavoro, è indotta ad una condizione che nel corso del tempo giunge a ‘forgiare’ il carattere del contadino piceno (diffidenza, riservatezza, ossequio dell’autorità e mancanza di spirito di ribellione). Inoltre i diritti umani fondamentali, come quello a una abitazione non insalubre, non fatiscente, non priva di infrastrutture di base come acqua e corrente elettrica, sono completamente ignorati, mentre la “disdetta” viene usata dai proprietari come vera e propria arma di ricatto. Infine, nel quadro degli aspetti propri del sistema mezzadrile, si deve segnalare il mantenimento in vita di alcune usanze dal malcelato odore di feudalesimo, tra cui le “regalie”, che rappresentano dei veri e propri tributi aggiuntivi.

A questo si deve aggiungere il peggioramento delle condizioni di vita dovute all’evento bellico, che si è manifestato anzitutto con la mancanza di manodopera in seguito ai richiami alle armi di molti contadini – fenomeno che porterà ad aggravare il carico di lavoro delle donne e degli anziani e dei più piccoli – quindi con la penuria di generi di prima necessità, quali i concimi, i carburanti, il sale; una penuria che si accompagna alla lievitazione dei prezzi di tutti i prodotti industriali, non controbilanciata da un aumento proporzionale del reddito mezzadrile. L’ aumento dei prezzi, d’altronde, non subirà ridimensionamenti a guerra finita, ma anzi continuerà a svilupparsi ulteriormente. Rispetto agli ultimi anni prebellici il prezzo di alcuni generi industriali di prima necessità, come il nitrato di calcio e il solfato di rame, lieviteranno in modo esorbitante: il primo passa da 97 lire nel 1938 a 7.000 lire il quintale nel 1948 (aumentando di ben 72 volte); il secondo passa da 110 lire a 10.250 (aumentando addirittura di ben 100 volte). A fronte di tali rincari, i prezzi dei prodotti agricoli all’ingrosso salgono in misura sensibilmente minore, producendo una perdita notevole per i contadini in termini di guadagno netto; il valore del grano aumenterà di circa 30 volte rispetto ai prezzi anteguerra e la media, considerando tutti i prodotti agricoli, toccherà al massimo le 50 volte (1).

Le leghe contadine

Il primo grosso scoglio da superare per i promotori delle leghe contadine è quello della diffidenza e della sfiducia dei vergari. I capifamiglia, infatti, rassegnati a una condizione di miseria e d’altro canto inclini a perpetuare il rapporto di servilismo nei confronti del padrone (anche in virtù di una certa condizione di ‘privilegio’ che li distingue da tutti gli altri componenti del nucleo mezzadrile), rappresentano un indubbio elemento di freno sociale e morale, costituendosi come figure conservatrici.

La svolta verrà grazie alla presenza, all’interno dei nuclei familiari contadini, di una nuova generazione che, passata attraverso l’esperienza della guerra, come militari, come fuggiaschi, come prigionieri, come partigiani, come fiancheggiatori della Resistenza, come disertori (ed essendo entrati in contatto con modalità nuove dell’esistenza in ogni suo aspetto: lavorativo, relazionale, personale), non sente più come inviolabili le leggi dell’ubbidienza e del rispetto gerarchico nei confronti del capofamiglia, né vedono più come immutabili le norme che regolano i rapporti di lavoro e le condizioni di vita in campagna.

Un sostegno verrà poi dagli attivisti del PCI che in questo periodo promuovono i primi incontri e le prime riunioni nelle case coloniche; incontri decisivi – nell’ottica di un cambiamento della mentalità contadina – anche da un punto di vista simbolico: per la prima volta l’individuo appartenente al mondo urbano, portatore di valori e comportamenti di matrice ‘cittadina’, entra nella casa contadina non solo ben accolto, ma addirittura trovandosi di fronte una sostanziale disponibilità ad essere seguito nei discorsi e negli intendimenti da parte di tutti (o quasi tutti) i soggetti della famiglia contadina(2). Per costituire una lega è necessario anzitutto un lavoro di ricognizione, casa per casa, contrada per contrada, da parte degli organizzatori del sindacato, discutendo con i contadini i problemi principali del momento e presentando le linee programmatiche della Federterra.

L’obiettivo principale, per il mezzadro, è la possibilità di giungere a un nuovo contratto colonico più favorevole, ma essendo questo traguardo non facile il primo obiettivo concreto intorno a cui si cerca di coagulare una azione di lotta è quello della “giusta causa” delle disdette, che in effetti rappresenterà il più valido ed efficace argomento per convincere i mezzadri ad aderire alle leghe. Accanto a questo emergono, dal seno stesso delle riunioni della lega, una serie di altre problematiche, le quali divengono poi argomenti forti da portare in altre case, in altre località della provincia. Tra queste ci sono: le disastrose condizioni delle case coloniche, il problema degli ammassi, la compartecipazione all’acquisto degli attrezzi usuali, le regalie, una più equa ripartizione degli utili di stalla, le prestazioni gratuite obbligatorie di opere in favore del concedente, la chiusura regolare dei conti colonici. La sensibilità del contadino è fortemente sollecitata dai fattori contingenti di ordine economico e sociale, più che di ordine politico e su questa base fa leva l’attivista, creando le premesse di un movimento che avrebbe ben presto preoccupato le associazioni padronali (3). Nel volgere di poco tempo l’intera campagna del Piceno, anche nelle sue zone più ‘retrive’, più lontane dai centri abitati e maggiormente in balia del rapporto di soggezione con i proprietari, vede il proliferare di leghe (vengono organizzate attorno alle Camere mandamentali del lavoro, che fungono da organi periferici di raccolta).

Dopo il lungo lavoro ricognitivo, per la costituzione della lega è necessario riunirsi in assemblea. Stabilito il luogo di riunione, cioè la casa colonica, sono gli stessi mezzadri ad organizzare praticamente l’incontro, durante il quale vengono spiegati gli scopi della lega: difesa delle singole categorie di lavoratori della terra, assistenza nelle vertenze sindacali, provvidenze varie a favore degli iscritti, tra cui la costituzione di cooperative agricole per dare lavoro ai contadini sprovvisti di terreno o che ne possedevano quantità insufficienti. Si ribadisce inoltre che la lega, resta indipendente, anche formalmente, da ingerenze politiche e che pertanto in essa viene garantita la massima libertà di espressione ad ogni aderente. Un particolare, questo, di non secondaria importanza se si tiene conto del fatto che, nonostante la larga preponderanza dei mezzadri, in essa trovano collocazione e spazio anche i fittavoli, i compartecipanti ed i piccoli proprietari. Successivamente si elegge democraticamente il Comitato Direttivo della lega, rappresentante diretto degli interessi individuali e collettivi dei contadini aderenti ed organo esecutivo ed amministrativo delle decisioni deliberate dalla lega.

In questo periodo – cioè dalla fine del ‘44 fino alla primavera del ‘48 – gli organismi sindacali sono animati da attivisti e dirigenti che provengono dai quadri del Partito Comunista e non vi è una distinzione precisa, né a livello di copertura di cariche, né a livello di immagine ed attività rivolta all’esterno, tra uomini del partito ed uomini del sindacato. Nelle assemblee di base per la costituzione delle leghe tale forte presenza dei comunisti è evidentissima: il 90% degli attivisti, infatti, risulta essere iscritto al Partito Comunista. Questo, se per un verso facilita l’azione di propaganda nelle campagne e l’opera di organizzazione attorno a obiettivi, interessi, e parole d’ordine univoche, diffondendo nel contempo tra i mezzadri un grado crescente di coscienza politica, d’altro canto, tuttavia, offre il destro alle organizzazioni padronali per sferrare duri attacchi alla stessa attività sindacale, alle rivendicazioni di categoria, tacciate di essere nient’altro che espedienti usati dal PCI per raggiungere i propri obiettivi politici ed in primo luogo per espropriare la terra ai legittimi proprietari.

La nascita della Federterra nell’Ascolano.

La Federazione Provinciale dei Lavoratori della Terra di Ascoli Piceno si costituisce nel novembre del 1944 e fin dai suoi primissimi atti opera per venire incontro alle esigenze dei mezzadri, che comprendono, nella provincia, circa 16.500 famiglie. Uno degli obiettivi fondamentali è rappresentato dalla liquidazione del vecchio capitolato colonico e la sostituzione con un nuovo contratto liberamente stipulato tra le parti, cioè tra le due organizzazioni sindacali che rappresentano i mezzadri e i proprietari.

Il 25 marzo 1945 si tiene il primo convegno provinciale delle leghe contadine, organizzato dalla Camera del lavoro ad Ascoli Piceno. E’ un convegno pieno di speranze, perché dalle altre regioni italiane proviene notizia dei successi ottenuti. L’ordine del giorno prevede una molteplicità di punti in discussione, tra cui “Le disdette, le regalie, le condizioni del bracciantato agricolo, la revisione dei patti colonici fascisti” (4).

Il 29 luglio i contadini convergono in massa da tutte le località della provincia al convegno di Montegiorgio, organizzato dalla Federterra provinciale: qui per la prima volta i lavoratori della terra del Piceno, attraverso i singoli capilega, ma anche attraverso i tanti partecipanti, si trovano ad essere protagonisti assoluti di un momento importante di vita sindacale (che proprio per questo diviene anche un evento con netta valenza politica), proponendo, discutendo ed approvando essi stessi l’elaborazione di un progetto organico di modifica dei patti colonici.

Le principali innovazioni rispetto al passato prevedono: l’istituzione di commissioni arbitrali comunali per la risoluzione delle vertenze in cui siano presenti rappresentanti delle leghe; la stipulazione del contratto sottoscritta da tutti i capifamiglia che compongono una convivenza mezzadrile; la disdetta motivata; la durata minima del contratto di cinque anni; la partecipazione del colono alla direzione tecnica dell’impresa; la tassa bestiame a carico del proprietario; una più equa ripartizione dei prodotti, che preveda la quota parte del colono compresa tra il 55% ed il 65%; la completa abolizione delle regalie e delle prestazioni di lavoro gratuito; la chiusura regolare dei conti colonici; l’estensione dell’assistenza medica nella stessa misura in cui è concessa ai lavoratori di altri settori(5).

In questo periodo lo sforzo della Federterra provinciale è quello di tenere costantemente sotto pressione le masse contadine; un nuovo convegno, che ricalca quello di Montegiorgio, viene indetto per il 19 agosto 1945 a San Benedetto del Tronto. La partecipazione dei contadini, anche in questo caso, è molto alta e alcuni interventi suonano particolarmente battaglieri: c’è chi richiama il contributo dato dalle campagne del Piceno alla lotta di liberazione e ricorda come i “guerrafondai” del ‘39 sono oggi “i sabotatori della ricostruzione” e i responsabili del perpetuarsi del disagio e della reazione nelle campagne; c’è chi auspica che la linea di pressione adottata per far procedere la vertenza a livello nazionale si innalzi per rilanciare la vertenza stessa in sede provinciale. Il segretario della Camera confederale, tuttavia, in questa occasione, pur auspicando la discussione fattiva dei contadini in merito ai problemi che li riguardano, ribadisce l’importanza del mantenimento di una stretta unità sindacale, evitando di giungere a iniziative prese autonomamente da singoli gruppi di contadini e non coordinate tra di loro (6).

Ma ormai le masse contadine stanno entrando in una fase di partecipazione in cui la volontà di cambiamento, la determinazione, l’entusiasmo, fanno aggio sui richiami dei dirigenti sindacali: la notizia che nelle provincie di Pesaro e di Ancona i mezzadri hanno già ottenuto il 10% in più dei prodotti e l’abolizione delle regalie, unitamente alla circolare del Ministro della Giustizia Togliatti nella quale si dispone che la nuova ripartizione dei prodotti non può essere colpita come appropriazione indebita, incita alcune leghe ad adottare un sistema di lotta diretta, sulle aie, al momento del riparto.

L’agitazione dei mezzadri per la raccolta dei prodotti autunnali si estende a tutta la provincia, anche se l’azione conseguente è limitata a episodi di carattere zonale; i contadini della valle del Tenna deliberano di dividere il prodotto olive al 60% in loro favore e di consegnare la parte contestata, cioè il 10% agli ammassi, in modo da evitare l’accusa di appropriazione indebita. La lega di Falerone dà piena attuazione alle risoluzioni del convegno del 29 luglio.

Numerosi sono gli interventi dei Carabinieri per diffidare i mezzadri dal procedere ad azioni contrarie ai patti colonici vigenti e numerose sono le denuncie a carico dei coloni della valle del Tenna (7). Il Pretore di Montegiorgio deciderà poi di rimettere le parti davanti all’Ufficio Provinciale del Lavoro per un tentativo di conciliazione e alla fine della vertenza, il 22 dicembre 1945, si stabilisce l’obbligo, da parte dei coloni denunciati, di riconsegnare le percentuali contestate, dietro impegno dell’Associazione Agricoltori a iniziare le trattative per la revisione del contratto. Ma nei giorni successivi, addivenuti nuovi motivi di disaccordo su casi specifici, l’accordo raggiunto per l’apertura delle trattative non avrà seguito.

Nella primavera del ‘46, l’azione della Federterra si rianima a partire da un convegno regionale che viene indetto a Fabriano per i giorni 13/16 maggio 1946, al quale prende parte anche Gino Boscherini, ispettore nazionale del sindacato. Viene elaborato un nuovo patto colonico da far valere in sede regionale; si tratta di uno schema contrattuale di 49 articoli che viene realizzato a partire dal materiale presentato dalle leghe di ogni provincia e che manifesta pertanto la più genuina espressione della volontà e delle esigenze dei mezzadri marchigiani. La proposta contrattuale viene subito inoltrata all’Associazione degli agricoltori, sia a livello regionale che provinciale. Ma ad Ascoli l’Associazione risponde con una controproposta di schema di patto colonico che praticamente non modifica affatto il vecchio capitolato e così si giunge a pochi giorni dal nuovo raccolto granario senza che si sia trovata alcuna soluzione.

Il 28 giugno, tuttavia, accade un fatto nuovo, che per un momento produce un allentamento della tensione: il Presidente del Consiglio De Gasperi rende noto il suo giudizio sulla vertenza mezzadrile, con il cosiddetto “Lodo De Gasperi”. Esso, pur non modificando la struttura contrattuale del patto colonico, risolve alcune pressanti questioni del momento, regola il compenso dovuto ai mezzadri per disagiata produzione indotta dalla guerra, sospende la corresponsione degli obblighi colonici per le annate agrarie ‘44-’45 e ‘45-’46 e dispone che il 10% del ricavato dei prodotti dell’annata in corso venga accantonato dalle amministrazioni allo scopo di eseguire lavori di ricostruzione e migliorie nei singoli poderi mediante l’impiego di manodopera bracciantile. Fissa infine al primo ottobre la data per l’inizio delle trattative tra le categorie interessate per esaminare la possibilità di introdurre deroghe al Patto che prevedano quote maggiori della metà a favore del mezzadro.

L’Associazione degli agricoltori rende nota a mezzo manifesto la propria netta posizione di contrarietà al Lodo, affermando che esso non può riguardare la provincia di Ascoli perché in questa provincia non esistono le premesse necessarie per l’applicazione previste dal Lodo ed inoltre sostenendo la sua non vincolatività giuridica, implicita nel fatto che il Presidente del Consiglio non ha ricevuto alcuna delega per comporre la controversia da parte della Confederazione Italiana degli Agricoltori.

In risposta le leghe contadine si mobilitano e il 7 luglio si svolgono in tutta la provincia centinaia di riunioni per programmare un’azione di protesta. Il Prefetto viene investito da decine di telegrammi, lettere e mozioni inviate dai capilega affinché interponga la sua mediazione nella controversia. Ma richiesto il parere dell’Ufficio Provinciale del Lavoro, il Prefetto si sente rispondere che “La corresponsione al mezzadro a titolo di indennizzo danni di guerra del 24% del prodotto lordo di parte padronale di un’intera annata agraria oltre che ingiustificata (risulta essere, nda) eccessiva” (8). Le stesse relazioni mensili “riservatissime” dei Carabinieri al Prefetto di Ascoli, riportano questo giudizio circa l’eccessività della quota riservata ai mezzadri come risarcimento danni di guerra dal Lodo De Gasperi, sottolineando una presunta mancanza, nel Piceno, dei presupposti per tale provvedimento. Il 22 luglio 1946 il Prefetto convoca le parti per un tentativo di mediazione, ma l’Associazione degli agricoltori rifiuta di presentarsi, giustificando la propria decisione con il fatto di ritenere inutile ogni altra discussione sull’applicazione del Lodo nella provincia.

La tensione e la sensazione di essere oggetto di una vera e propria beffa, produce in campagna una situazione estremamente delicata; in alcune zone si giunge ad episodi di scontro diretto tra le parti. In quasi tutto il territorio provinciale i mezzadri attuano lo sciopero dei lavori di trebbiatura ed i concedenti rispondono con l’impiego di manodopera bracciantile, che viene fatta lavorare sotto la tutela della forza pubblica.

A Rotella il segretario del PCI locale con un gruppo di coloni leghisti si presenta al parroco, grosso proprietario terriero della zona, al quale viene chiesta la firma di adesione alle indicazioni del Lodo, e quindi di accettare che la divisione del raccolto in corso sia divisa in ragione del 60% al colono e del 40% al proprietario. Al rifiuto del parroco i mezzadri annunciano la sospensione a tempo indeterminato della trebbiatura. Il giorno successivo il medesimo gruppo, armato di bastone, si reca in tutte le colonìe della zona e minacciando i macchinisti, ottiene la totale sospensione dei lavori. Nove di loro saranno poi denunciati alla Procura di Stato per violenza privata, ma intanto i proprietari cominciano ad avvertire che qualcosa sta mutando nelle campagne e la prospettiva di avanzata sociale delle masse contadine, fino a quel momento contenuta nelle piattaforme di lotta contrattuale a tavolino, si sta trasferendo sui luoghi di lavoro e pone in discussione gli stessi assetti di proprietà(9).

La risposta del padronato: le disdette di massa

L’arma della disdetta resta lo strumento più forte in mano ai concedenti per cercare di spezzare la compattezza delle organizzazioni di base contadine. Sono gli stessi quotidiani locali a doversi interessare quasi giornalmente di una situazione che si fa sempre più pesante e drammatica nelle campagne del Piceno: centinaia di contadini vengono letteralmente gettati sul lastrico e, come si legge su l’Unità del 22 ottobre di quell’anno “la tranquillità quasi non esiste più nelle campagne picene”, perché tutti i mezzadri vivono ormai nel timore di vedersi notificare in ogni momento la disdetta padronale. La prospettiva, per i mezzadri disdettati, non è affatto rosea: buttati fuori dal terreno e dalla casa colonica, senza possibilità di trovare un altro podere (sia per l’eccedenza delle famiglie coloniche, che si stanno scindendo, sia per l’ostracismo dei proprietari nei confronti dei disdettati), quindi senza lavoro, nella miseria e con il problema di affrontare l’inverno ormai imminente.

L’azione del sindacato si concretizza, tra l’altro, in tre convegni contadini: a Fermo ed Amandola il 15 settembre, ad Ascoli il 22 dello stesso mese. La richiesta essenziale che emerge è quella di tramutare subito in legge il Lodo De Gasperi, affinché possa essere applicato senza ulteriori dilazioni e opposizioni di parte padronale. Ma viene anche approvato un ordine del giorno significativamente inoltrato alle direzioni dei partiti e ai più alti organi istituzionali; un documento di ferma protesta nel quale, tra l’altro, si ricorda che le circa 1.000 disdette coloniche inviate dalle Preture della provincia ai mezzadri rappresentano un azione arbitraria, contraria al dettato del D.L.L. 5/4/45, che prevede la proroga di un anno dei contratti agrari a decorrere dalla cessazione dello stato di guerra.

In questa fase, tuttavia, di fronte alle ferme proteste dei contadini, che vedono calpestate anche delle norme di legge, allorché si tratta di non tener conto dei loro diritti, si profila un vero e proprio atteggiamento di avversione da parte dei rappresentanti delle istituzioni, in particolare della Magistratura e delle autorità di pubblica sicurezza. I rapporti dei Carabinieri e della Questura al Prefetto, che segnalano continue agitazioni non soltanto di mezzadri, ma anche di altre categorie di lavoratori (portuali, pastai, pensionati, reduci, edili), si premurano di riversare la completa responsabilità di tale situazione (che viene definita “tragica”) sul Partito comunista, accusato di voler imporsi “con la prepotenza ed il sopruso” e di star preparando “il terreno per fare scoppiare in Italia la rivoluzione”(10).

Contestualmente si va facendo strada, anche all’interno del sindacato, una prima riflessione sull’andamento delle rivendicazioni. Se da un lato si valuta assai positivamente la situazione organizzativa, che vede un proliferare di leghe in tutta la provincia e una forte attività di raccordo e di collegamento, d’altro canto si deve riconoscere che a livello della lotta e del conseguimento di risultati, i successi sono stati molto inferiori alle aspettative: alcuni momenti di lotta particolarmente intensi, come lo sciopero della trebbiatura nell’estate del ‘46, si sono conclusi con un nulla di fatto e anzi hanno prodotto la denuncia in sede penale dei partecipanti, rei di aver violato norme del Codice Penale. In questo senso si denota una insufficiente impostazione della lotta da parte del sindacato, il quale tuttavia a suo discapito deve riconoscere di non possedere alcun strumento ‘legale’ per far fronte alle prepotenze degli agrari. E’ d’altronde, questo, un problema cruciale che riguarda l’intero movimento contadino in ogni regione d’Italia e quindi l’intera organizzazione sindacale.

Nel mese di febbraio si assiste in varie località dell’Ascolano a manifestazioni imponenti delle masse contadine; il 16 è la “Giornata del Contadino”: migliaia di mezzadri, radunati nelle piazze delle principali città, chiedono al Governo l’immediata proroga delle disdette e l’applicazione del Lodo. La manifestazione più imponente sarà a Fermo, dove migliaia di mezzadri della Valle del Tenna e del circondario si raccolgono per formulare a gran voce le loro richieste e per gridare la rabbia contro l’ingiustizia che si sta perpetrando nei loro confronti.

Intanto ha luogo una importante chiarificazione (a livello provinciale) sia in sede di partito che in sede sindacale, rispetto ai compiti e soprattutto alle cariche ricoperte all’interno dei due organismi. La maggior parte dei dirigenti del sindacato appartiene al Partito comunista e spesso ricopre contemporaneamente cariche nell’ufficio sindacale della Federazione comunista e nella Confederterra. Questo porta inevitabilmente a una certa confusione dei ruoli e a una identificazione eccessiva del sindacato nella strategia e negli obiettivi del partito; un’identificazione che, tra l’altro, rende il sindacato stesso oggetto di facili strumentalizzazioni da parte del padronato, che lo accusa di essere nient’altro che un ‘braccio’ del partito. Così il Primo Congresso provinciale della Confederterra, vagliata anche una non buona funzionalità della condirezione paritetica politica all’interno del sindacato, decide di porre fine a tale prassi, che prevede designazioni dall’alto, e di procedere, senza alcuna considerazione di partito, all’elezione democratica dei dirigenti sindacali, osservando il principio della proporzionale, così che anche le minoranze possano partecipare alla direzione. Il nuovo comitato direttivo confederale, eletto democraticamente, raccoglierà in effetti tutte le rappresentanze di categoria e tutte le correnti dell’unità sindacale; verranno eletti otto comunisti, quattro socialisti e tre democristiani. Il congresso servirà, in questo senso, a rinsaldare la solidarietà tra contadini di diversa tendenza politica e, attraverso la sostituzione di numerosi quadri organizzativi, a promuovere una maggiore articolazione sindacale tra le varie sezioni mandamentali.

E’, del resto, il momento di una nuova forma di lotta basata proprio sulla solidarietà tra i contadini; nel mese di marzo le leghe provvedono alla semina primaverile – a nome della Confederterra – nei poderi dei mezzadri che hanno ricevuto la disdetta. E’ un fenomeno che si verifica in numerose località della provincia e che i carabinieri provvedono a individuare e segnalare minuziosamente alla Prefettura. Si tratta di una forma di lotta che deriva da un nuovo metodo offensivo escogitato dai proprietari, i quali rifiutano la loro parte di sementi e di concimi al mezzadro disdettato che non vuole abbandonare il podere, allo scopo di indebitarlo e di sabotare la produzione. Il sintomo di una maturazione della coscienza di classe tra i contadini si evince anche dal fatto, emerso con prepotenza nel corso del primo convegno provinciale, che la lotta sindacale viene sempre più identificata anche con un significato più profondo, ovvero con la lotta contro le condizioni di arretratezza in cui da sempre i contadini sono stati costretti a vivere.

Il “Lodo” De Gasperi diventa legge

Il primo aprile del ‘47 giunge un primo importante successo per i mezzadri in lotta: la promulgazione del DLP 1/4/47 n. 273 che sancisce la proroga dei contratti agrari. Centinaia di disdette sono bruciate sulle piazze e i mezzadri vedono realizzata una delle loro principali aspirazioni: la stabilità sul fondo. Da questo momento si iniziano, nelle aziende più grandi della provincia, a stabilire i primi contatti tra le parti per giungere a nuovi accordi che prevedano miglioramenti economici per i contadini. Un segnale di ‘sfaldamento’ della rigida posizione assunta dall’Associazione Agricoltori del Piceno, la quale pubblicherà sul proprio organo di informazione, L’Agricoltore piceno, un richiamo a quegli associati che stanno aderendo agli inviti loro rivolti dagli organi di categoria dei mezzadri per trattare singole vertenze, esortandoli a non scendere a patti con i rappresentanti della Confederterra provinciale o zonale.

E sempre nel corso della primavera ‘47, i mezzadri vedono riconosciuta la più importante delle richieste per cui si stanno battendo da mesi: il 7 maggio del ‘47 il Lodo De Gasperi viene trasformato in legge. Lo strumento giuridico su cui basare un’azione energica e precisa di lotta nei confronti della parte padronale, auspicato in tutte le assise del sindacato, è ora codificato e immediatamente le Confederterre della regione si mobilitano.

L’Associazione degli Agricoltori continua a mantenere una posizione intransigente ed ostruzionistica, declinando l’invito della Confederterra per l’apertura di un tavolo di trattative in merito alla discussione del nuovo patto colonico. Per l’ennesima volta gli agrari rifiutano ogni tentativo di conciliazione e se si tiene conto che tale atteggiamento di irremovibilità e di chiusura totale si protrae da tre anni, si può capire la determinazione del sindacato a dare una risposta forte e visibile.

Così il 25 maggio più di quattromila contadini sfilano per protesta lungo le vie di Ascoli Piceno e una sua delegazione chiede ed ottiene di essere ricevuta dal Prefetto, al quale vengono ricordate le richieste del sindacato, la pericolosità di una posizione di intransigenza come quella assunta dagli agrari e l’attuazione di alcuni provvedimenti già emanati dal Governo ma ancora in attesa di trovare concreta applicazione nella provincia. In particolare la Confederterra chiede ed ottiene che la Commissione prevista dal DLP 1/4/47 per decidere sulle controversie in merito alla proroga dei contratti agrari, venga insediata e cominci a funzionare, cioè cominci a definire le centinaia di disdette in attesa di essere convalidate o respinte, che altrimenti resterebbero di competenza decisionale del giudice ordinario. Il Prefetto nomina i componenti della Commissione il 27 maggio, chiamando a parteciparvi rappresentanti degli agrari e delle diverse categorie di lavoratori della terra, insieme ad un membro della Magistratura. Tuttavia una volta insediata la Commissione, il passaggio successivo – quello di farla funzionare – presenterà ancora notevoli ostacoli.

Il mese di giugno vede il riacutizzarsi delle agitazioni mezzadrili; in molte località si attua lo sciopero della trebbiatura, reclamando la spartizione del prodotto in ragione del 60% al mezzadro. Spesso intervengono sulle aie le forze di Polizia e i Carabinieri, chiamati dai proprietari, per controllare sulla ripartizione del prodotto; diversi coloni verranno denunciati per “inosservanza delle norme contrattuali” (11).

Il 27 giugno segna il passaggio a una nuova fase della vicenda, allorché si concludono le trattative a livello nazionale tra padronato e sindacati dei lavoratori. Viene sottoscritto un accordo di “Tregua mezzadrile” con validità 1947-48 (in seguito prorogata più volte) che, pur con notevoli limiti, rappresenta un primo traguardo per i mezzadri sulla strada del raggiungimento di una nuova regolamentazione contrattuale. Infatti la tradizionale ripartizione al 50%, baluardo su cui si è arroccato da sempre il padronato, viene superato, seppure in misura molto lieve, con l’assegnazione al mezzadro del 53% del prodotto. Inoltre vengono abolite le regalie e le prestazioni gratuite di lavoro e viene sancito l’obbligo per il proprietario di accantonare una parte (4%) della produzione lorda della sua quota per apportare migliorie al fondo. Ma nonostante la “Tregua” vincoli tutti gli agricoltori associati alla Confida al rispetto delle norme convenute, l’Associazione Agricoltori di Ascoli, da sempre distintasi per una mentalità particolarmente retriva, dopo aver definito l’accordo un “capestro”, solleva una serie di dubbi sull’interpretazione dell’accordo stesso, che di conseguenza non può trovare una immediata attuazione nella provincia (12).

Il 9-10 dicembre 1947 si tiene ad Ascoli il primo congresso provinciale della categoria dei mezzadri. Le notazioni più importanti di questa riunione plenaria, a cui partecipano delegati di 69 comuni della provincia sono sia di natura organizzativa (ampio consenso dei contadini piceni alla corrente comunista nell’elezione dei delegati congressuali e nascita della Federazione Provinciale Mezzadri e Coloni, ovvero la Federmezzadri), sia di natura strategica (viene sottolineato il perdurare del ricorso alle disdette da parte degli agrari e viene proposta la costituzione, per le aziende più grandi, dei Consigli di Gestione, un organo che dovrebbe condurre gradualmente alla conduzione paritetica del fondo).

Intanto a Bologna, come ogni anno, dicembre segna l’acuirsi dei conflitti e conduce con sé uno spettacolo assai triste per i mezzadri del Piceno: quello delle Preture affollate da centinaia di proprietari disdettanti e di altrettanti coloni disdettati. La disdetta colpisce quasi sempre il mezzadro che si è iscritto al PCI e alla lega, o quello che ha osato rivendicare qualche diritto riconosciutogli dal patto colonico fascista; ma talvolta anche quelle famiglie mezzadrili le cui donne si sono rifiutate di eseguire gratuitamente umilianti lavori domestici alla ‘padrona’, o chi ha tagliato un albero senza il permesso del concedente, o per motivi ancora più futili, che sempre vengono fatti ricadere dai proprietari nella “violazione delle norme contrattuali”.

A San Benedetto del Tronto i mezzadri, particolarmente combattivi, protestano vivacemente presso la Pretura contro il sistema delle disdette non motivate e minacciano, oltre al respingimento delle disdette, di rivolgersi in massa contro singoli proprietari per il ritiro delle disdette e l’applicazione del Lodo, gettando sulle spalle delle autorità la responsabilità per “ciò che potrà avvenire”. Ed in effetti di lì a poco un episodio abbastanza grave si verifica realmente.

1948. L’inasprimento della lotta e la reazione padronale

I mezzadri sono sempre più esasperati dalla lentezza e dai rinvii con cui l’Associazione degli Agricoltori conduce le trattative per l’attuazione dell’accordo di Roma, sempre più indignati dal fatto che i concedenti continuano a pretendere le regalie, a cui si aggiunge la ‘truffa’ del pagamento dei Contributi Unificati, che la legge del 2 aprile del ‘46 aveva posto a carico dei proprietari ma che questi continuano ad addebitare ai coloni appellandosi ad una legge del 1938 non ancora formalmente abrogata. Inoltre i conti colonici continuano a restare non regolati per anni, le case coloniche non vengono riparate nonostante l’ingiunzione prefettizia, il decreto ministeriale sull’ammasso dei cereali per contingente, che permetterebbe al colono di vendere una parte del prodotto al mercato libero, è ancora allo stadio di bozza.

Così i contadini di San Benedetto, stanchi e adirati, non intendono aspettare oltre per veder rispettati i loro diritti e il 20 gennaio 1948 un folto gruppo, dopo aver incendiato sulla piazza le disdette, invade e devasta la sede della Confida. Anche in altre località si verificano, in quei giorni, atti di violenza: a Montalto, ad esempio, gli aderenti alla lega invadono la sede comunale e sequestrano temporaneamente un noto proprietario terriero (un’azione che frutta il ritiro delle disdette da parte di tutti i proprietari della zona, impauriti dalla determinazione dei contadini).

Il primo febbraio migliaia di contadini si riuniscono a Porto Sant’Elpidio e uno degli oratori, Guido Fioravanti, giunge a minacciare che a fronte del perpetuarsi dei soprusi da parte degli agrari e delle autorità, asservite agli interessi della parte padronale, i lavoratori della terra devono unirsi in un fronte compatto e lottare sapendo “che i partigiani saranno al loro fianco pronti ad imbracciare nuovamente il mitra”. Una frase che attirerà l’attenzione preoccupata addirittura del Ministro dell’Interno Scelba il quale inviterà il Prefetto a prendere provvedimenti a carico del Fioravanti accusato di “minacce ed istigazione all’illegalità”(13).

Nella prima decade di febbraio, in seguito alle sempre più ampie agitazioni contadine, si raggiunge finalmente l’accordo sulla “Tregua Mezzadrile” per la parte riguardante la divisione del prodotto: 53% in favore del colono. E’ questa certo una delle vittorie più importanti ottenute dal sindacato nella provincia in questo periodo. Il mese di febbraio, tuttavia, segna anche l’inizio della campagna elettorale in vista delle elezioni del 18 aprile. Molti contadini del Piceno aderiscono al Fronte Democratico Popolare, ma si mette in moto anche la macchina del fronte opposto; gli agrari trovano un fortissimo alleato nel clero (d’altronde alcuni dei più grossi agrari della zona sono proprio le Curie Vescovili): dai numerosi pulpiti a sua disposizione la Chiesa non lesina attacchi e calunnie a tutti coloro che aderiscono al Fronte, mentre le riunioni nelle parrocchie si susseguono e i parroci intensificano le visite alle famiglie coloniche presso le loro abitazioni al fine di influenzare soprattutto le donne.

Anche le forze politiche di destra, il Movimento Sociale in primo luogo, tendono la mano agli agrari, riproponendo nei comizi elettorali il mantenimento e l’esaltazione dell’istituto della mezzadria come “perfetto tipo di società tra proprietario e contadino” e come strumento ottimale per la realizzazione del massimo profitto per entrambe le parti, in virtù di una “comunanza di interessi in cui i due fattori produttivi sono inscindibilmente legati ed uniti ad un’unica sorte”(14).

In piena campagna elettorale giunge un primo parziale giudizio della Commissione Arbitrale per l’applicazione del Lodo nella provincia di Ascoli Piceno: nella seduta del 2 marzo viene deliberato infatti che in linea generale il Lodo sarà esteso a tutto il territorio della provincia, ma viene avanzata riserva sulla specificazione della misura di applicazione per le diverse zone.

Dopo la sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni del 18 aprile, due sono i fenomeni osservabili già negli immediati giorni successivi: la recrudescenza della reazione padronale (attraverso un aumento indiscriminato delle disdette convalidate) e un attenuarsi del movimento contadino che vede una flessione della partecipazione di massa.

Alla data del 4 giugno ‘48 le disdette mezzadrili rese esecutive nella provincia assommano a 1.420, crescendo quasi di un terzo rispetto ai due anni precedenti. Del resto, anche il mutato clima politico a livello nazionale crea le premesse per un certo cedimento delle organizzazioni contadine: l’unità sindacale si sta sgretolando in seguito al progressivo assenteismo della corrente democristiana, preludio alla rottura definitiva che si avrà il 14 luglio, dopo l’attentato a Togliatti; la forza pubblica interviene con sempre maggior decisione per ostacolare o interdire ogni iniziativa delle leghe e del sindacato; gli stessi esponenti della Confederterra agiscono adesso in un atmosfera in cui non è assente l’aperta intolleranza. Esemplare in questo senso l’episodio di Offida, dove il segretario della Camera del Lavoro Provinciale, Guido Fioravanti, durante un comizio, viene interrotto da elementi del MSI che lo fanno oggetto di frasi ingiuriose; il Fioravanti tenta allora di richiamare i carabinieri presenti affinché facciano osservare l’ordine e per tutta risposta ottiene da questi di essere denunciato all’autorità giudiziaria.

Gli effetti della scissione sindacale hanno ricadute evidenti anche a livello delle leghe, dove dovranno essere sostituiti diversi capilega e al tempo stesso si renderà necessario un lavoro di ricompattazione dell’intera organizzazione attraverso un capillare lavoro di tesseramento e reclutamento, al fine di non creare, anche tra le masse contadine, quegli elementi di divisione che hanno condotto alla frattura con la corrente democristiana.

In agosto, in seguito ad una nuova battuta di arresto nelle trattative fra Confida e Confederterra, si ha il varo della legge di proroga della “Tregua Mezzadrile” e dei contratti agrari per il ‘47-’48, mentre il Ministro dell’Agricoltura presenta due disegni di legge riguardanti la disciplina dei contratti agrari e la riforma fondiaria. Progetti di legge che hanno lo scopo, tra l’altro, di realizzare la difesa della stabilità sul fondo per i mezzadri; ma la poca volontà dei democristiani di attuare vere riforme e la ferma opposizione della Confida fanno sì che le discussioni in Parlamento si protrarranno per oltre due anni e la legge sarà approvata, con diverse modifiche, solo alla fine del ‘50. Anche in questo caso l’associazione padronale oppone una strenua battaglia di opposizione ad ogni tentativo di riforma basando i sui assunti sulla negazione di una “questione mezzadrile” da risolvere, in quanto “le agitazioni agrarie nella nostra provincia sono provocate per scopi politici ed elettorali e non economici , perché (…) il benessere dei mezzadri è una realtà indiscutibile”(15). Una affermazione che però si scontrerà con gli accertamenti tecnici compiuti dagli esperti dell’Ispettorato Agrario Provinciale, che in una relazione chiesta dal Prefetto, dall’Associazione degli Agricoltori e dalla Commissione arbitrale, verificano la disagiata produzione durante gli anni di guerra e la necessità di risarcire i mezzadri per i danni subiti ed i sacrifici compiuti.

La trattativa si chiuderà in dicembre, con risultati al di sotto delle aspettative dei coloni: le quote stabilite dal Lodo vengono notevolmente ridotte e toccano un massimo del 4% nelle zone maggiormente colpite dalla guerra, ed un minimo dell’1% (il “Lodo” aveva stabilito 14% per l’annata ‘44-’45 e 10% per l’annata successiva).


* Con questo articolo si riprende, utilizzandone la documentazione, sintentizzandone i contenuti e proponendo alcune riflessioni, la tesi di laurea di Giuseppe Luzi, Il movimento contadino nell’ascolano,1944-1948, Univ. di Urbino, Fac. di Magistero, a. a. 1973-74, attualmente depositata presso l’archivio dell’Ist. Reg. Storia Mov. Liberaz. Marche. Oltre alle fonti giornalistiche, particolare interesse riveste la documentazione d’archivio, sia di quelli sindacali (Federmezzadri Nazionale), sia di quelli giudiziari (Tribunale di Ascoli Piceno), sia dei Gabinetti della Prefettura e della Questura.

(1) Cfr. Il Corriere di Ascoli, Anno II, n. 7, 4 aprile 1947; Stella Rossa, Anno IV, n. 13, nuova serie, 27 marzo 1948. Sul rapporto tra le campagne e il fenomeno della guerra la bibliografia esistente è ormai vasta, anche se la ricostruzione, a livello marchigiano, risulta ancora lacunosa. Per una bibliografia aggiornata si rimanda al recente volume dell’Istituto Cervi, Le campagne italiane e la resistenza, Bologna, 1995. Per quel che riguarda le Marche cfr. M. Conti, I comunisti e la questione agraria nella provincia di Ancona (1945-1951) in “Quaderni di Resistenza Marche” n.5, aprile 1983 e P. Verdolini, La sfiducia come strumento di espulsione dei mezzadri dalle campagne maceratesi inLe Marche nel secondo dopoguerra, Il lavoro editoriale, Ancona 1986.

(2) Sulla memoria dei militanti comunisti impegnati a organizzare le leghe contadine nell’Ascolano cfr. F. Cavatassi, Comunisti nel dopoguerra, Quaderni dell’Istituto Gramsci Marche, n. 15/16, 1996. V. anche L. Montanari, Cesare Marcucci e l’organizzazione comunista nell’ascolano (1945-1948) in “Quaderni di Resistenza Marche” n.2, 1981.

(3) CGIL, Ricostruzione delle lotte nel periodo 1944-1955, Roma, 1956.

(4) Cfr. Stella Rossa, Anno I, n. 2, 24 marzo 1945.

(5) Cfr. Stella Rossa, Anno I, n. 16, 5 agosto 1945 e n. 17, 12 agosto 1945.

(6) Cfr. Stella Rossa, Anno I, n. 19, 2 settembre 1945.

(7) Cfr. Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Gruppo di Ascoli Piceno, Situazione politico-amministrativa del Comune di Falerone – Lega dei contadini, rapporto alla Regia Prefettura di Ascoli Piceno, n. 116/67 – 1937, 27 novembre 1945.

(8) Ufficio Provinciale del Lavoro, Vertenza mezzadrile – Lodo emesso dal Presidente del Consiglio dei Ministri, al Prefetto di Ascoli Piceno, 4266 EC/ec, 19 luglio 1946.

(9) Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Tenenza di Ascoli Piceno, Rotella: trebbiatura grano – ripartizione prodotto, alla Prefettura di Ascoli Piceno, n. 24/21-3 di p/lli, div. 3, 27 luglio 1946.

(10) Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Gruppo di Ascoli Piceno, Relazione mensile riservatissima, 25 settembre 1946.

(11) Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Gruppo di Ascoli Piceno, Relazione mensile riservatissima, al Prefetto di Ascoli Piceno, n. 1/60, 25 giugno 1947.

(12) Cfr. Tribunale Civile di Ascoli Piceno, III^ memoria difensiva per l’Associazione Provinciale degli Agricoltori contro la Confederazione Provinciale dei lavoratori della terra, 15 ottobre 1948.

(13) Cfr. Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Compagnia di Fermo, Comizio Federterra a Porto Sant’Elpidio, alla Questura, alla Prefettura, al Comando Gruppo Carabinieri di Ascoli Piceno, n. 44/8, div. 3, 2 febbraio 1948.

(14) “Blocco nazionale”, 9 marzo 1948.

(15) Cfr. Tribunale Civile di Ascoli Piceno, III^ memoria difensiva…, citato.

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