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Io ero con i No Tav arrestati. Vi racconto come sono andate davvero le cose

                                                                                                                                                                       Questa mattina la Digos di Torino ha fatto scattare arresti e perquisizioni nei confronti di cittadini impegnati nella lotta No Tav, in quattro regioni: Piemonte, Lazio, Lombardia e Trentino. In un articolo, il giornalista diRepubblica Meo Ponte spiega:

Due persone sono state messe agli arresti domiciliari per l’aggressione ad una troupe di giornalisti e altre 17 misure (7 arresti domiciliari, 4 divieti di dimora a Torino e 6 obblighi di firma) per l’episodio della Geostudio, in cui sono coinvolti per la maggioranza esponenti dei due centri sociali torinesi Askatasuna e Gabrio. 

Anche i quotidiani La Stampa e il Corriere riportano la notizia. In particolare, quella dell'”occupazione” (durata in realtà solo un’ora) alla ditta Geovalsusa viene raccontata come un’irruzione violenta di un gruppo di facinorosi appartenenti a centri sociali.

Io c’ero. Mi trovavo in Val di Susa come giornalista, per raccontare l’esperienza di lotta popolare dei No Tav. Di quella settimana a Chiomonte ho scritto in un articolo.

Ho assistito anche alla cosidetta “irruzione” alla ditta Geovalsusa: unico giornalista presente, insieme al collega Alessandro Fiorillo. Al momento dell’ingresso nella sede dell’azienda non c’erano uomini della Digos, né altri testimoni, e neppure i cronisti di Repubblica, Corriere e La Stampa.

Dipinta come un’azione violenta realizzata dei soliti “facinorosi” dei centri sociali torinesi, in realtà ha visto la partecipazione pacifica di decine di persone di ogni età ed organizzazione politica o sociale. L’azione si è svolta a volto scoperto, suonando il citofono e facendosi aprire. Una volta entrati, è stato srotolato uno striscione ed accesi un paio di fumogeni rossi. Nessun danno è stato arrecato agli oggetti dello studio. Nessuna minaccia ai dipendenti che, anzi, hanno amabilmente chiacchierato con i militanti No Tav presenti. Sono stato personalmente invitato da un’ingegnere della ditta a “lasciar perdere la Val di Susa”: “Ma perché non vai nella palestra sotto: c’è un gruppo di donne cinquantenni single che non vede l’ora che gli facciate un’incursione”. Evidentemente non c’era nessuna tensione. Polizia e carabinieri sono arrivati dopo una quarantina di minuti ed hanno fotografato e ripreso con una telecamera tutti i presenti. Da quelle immagini sono state fatte le identificazioni che hanno prodotto i provvedimenti legali nei confronti dei No Tav.

Il Movimento No Tav ha immediatamente rivendicato l’azione con un comunicato sul suo sito, in cui tra l’altro si legge:

La contestazione di oggi alla Geovalsusa Srl ha diverse ragioni, una delle quali è quella per cui essa è complice della militarizzazione e della devastazione del territorio che a partire del 27 giugno 2011 continua ed essere imposta alla Val di Susa. Per “territorio militarizzato” intendiamo la presenza in Valle di centinaia di uomini delle forze dell’ordine, lautamente pagati, a controllare e asfissiare gli abitanti della valle, impedendo l’accesso alle loro terre e la libera circolazione sul territorio. Militarizzazione è la creazione di un sito strategico nazionale laddove è in corso la protesta legittima di una popolazione intera, ma lo è anche la nuova strategia adottata della questura dei “fogli di via”, provvedimenti del prefetto con i quali a numerosi No Tav viene impedito l’accesso alla Val di Susa per motivi di ordine pubblico.

All’indomani dell’azione non si sono fatti attendere i commenti di esponenti politici di spicco. Stefano Esposito, deputato piemontese del PD, tuonò: “Non è solo un’azione dimostrativa, ma un’autentica intimidazione in stile mafioso nei confronti di un’impresa per il solo fatto di aver espresso interesse a partecipare a un appalto relativo alla Tav, cosa del tutto normale in un momento di crisi come quello attuale”. Il segretario regionale del partito, Gianfranco Morgando, commentò: “Ancora una volta siamo di fronte a un’azione che travalica la legittima manifestazione di dissenso e si traduce in un comportamento violento e intimidatorio“. Per il deputato del Pdl Osvaldo Napoli “le intimidazioni di questi professionisti dell’anti-istituzione sono ormai un vero attacco allo Stato“. Per questi signori l’azione alla Geovalsusa, pacifica e a volto scoperto, rappresenta un “attacco allo stato, in stile mafioso”.

E tra i “sobillatori” votati all’eversione contro lo Stato Democratico che stamattina hanno subito provvedimenti c’è anche Patrizia Soldati, signora sessantenne, cuoca in un asilo: “Sono venuti a prelevarmi a casa stamattina alle 7, in cinque: tre uomini della Digos e due poliziotti in divisa. Io faccio la cuoca in un asilo, gli ho spiegato che sarebbe stato un problema per in bambini non ricevere il pranzo se io fossi stata trattenuta tutto il giorno. Sono stata portata in questura e identificata: mi sono state fatte foto segnaletiche e prese le impronte digitali. Ho letto velocemente su un foglio che sarei accusata – come tutti gli altri presenti quel giorno – di “violenza”. Mi è stato dato un provvedimento di “divieto di dimora” a Torino, ma ad altre persone addirittura gli arresti domiciliari. Naturalmente sono serena. Rivendico di aver partecipato all’azione pacifica alla Geovalsusa”.

Non è un caso che tra pochi giorni, il 3 dicembre, si terrà una grande manifestazione a Lione. Secondo il Movimento No Tav gli arresti sono un chiaro atto intimidatorio, volto a criminalizzare chi dissente dalla costruzione della linea ad alta velocità.

La lutte No Tav : stratégie et histoire d’une lutte populaire

Ritroverai parole Tu retrouveras des mots
oltre la vita breve au délà de la vie breve
e notturna dei giochi, et nocturne des jeux,
oltre l’infanzia accesa. au delà de la force de l’enfance.
Sarà dolce tacere. ça sera doux se taire.
Sei la terra e la vigna. Tu es la terre et le vignoble.
Un acceso silenzio Un silence intense
brucerà la campagna brulera la campagne
come i falò la sera. comme des feux le soir

Cesare Pavese Cesare Pavese

Nous sommes allés au camping Notav installé depuis deux mois et demi à Chiomonte. Nous avons participé à des assemblées, appuyé ou proposé des initiatives, cuisiné, nettoyé et marché coude à coude à des centaines de femmes et hommes, jeunes et vieux de la vallée. Chaque geste du quotidien s’est déroulé sous le signe de la participation collective. Nous avons rencontrés des camarades qui ont tout quittés et sont venus vivre ici, des jeunes qui ont traversé l’Europe en vélo pour venir ici, des anciens qui luttent depuis des années pour défendre cette terre magnifique et profanée. Nous avons vécu en première ligne le miroir déformant des médias, le gouffre entre réalité et récit. Nous avons décidé d’interviewer Patrizia Soldati (pour les camarades juste Pat), splendide dame – résidente en Val de Suse, cuisinière dans une maternelle et à domicile – qui lutte pour sa terre et nous a enseigné à quel point l’on peut être (et l’on doit être) jeune et combatif à toute âge.

Quand as-tu commencé à t’intéresser à la question de la Tav et à participer à la lutte ?

J’ai assisté à la première assemblée en 1996 en tant que villageoise, mais c’est à partir de 2004 que j’ai commencé à participer activement au sein des associations et comités de la Val Suse.

Est-ce que tu peux nous raconter ces deux mois et demi de camping autogéré No Tav? Quelles ont été les difficultés majeures et quelles satisfactions ?

Ces deux mois et demi ont été certes très fatigants physiquement, mais ils ont surtout été extrêmement riches. Richesse (non monétisable évidement) amenée par le très grand nombre de personne qui ont voulu participer à la lutte, ne serait-ce que dans la pure et simple gestion du camping. Un extraordinaire et continu échange de compétence et créativité.

Le moment de l’assemblée générale est, à l’intérieur du camping, le plus important de la journée. On s’assoit en cercle, on se regarde, on y organise les actions, on y discute ce qui ne va pas et nécessite une amélioration, on y planifie les tours de cuisine et nettoyage. Cette vie communautaire est sans doute un des meilleurs collants pour le mouvement, c’est ainsi que l’on conquiert la confiance du voisin, que l’on part et l’on revient tout ensemble. Est-ce tu pourrais nous raconter l’importance de cette pratique au sein du camping ?

Tous les après-midi au camping se tient une assemblée, c’est un moment fondamental de discussion. C’est l’occasion pour expliquer aux nouveaux arrivants les règles, mais c’est aussi le lieu pour lancer des initiatives, de manière ouverte et non hiérarchique. Chacun peut y participer, dire ce qu’il pense. Les décisions sont prises de manière consensuelle. Sans l’ombre d’un doute il s’agit du moment le plus important de la journée. Et c’est aussi la preuve qu’une communauté autogérée et composée des typologies les plus disparates de personnes peut d’organiser de manière efficace.

En effet au camping il suffit de regarder autour de soi pour y rencontrer des personnes de tous les âges, provenant de l’Italie tout entière et même de l’étranger. Il y a ceux qui participent depuis des années, il y a ceux qui amènent leur propre contribution peut-être que depuis quelques jours et pourtant ce qui est le plus frappant c’est que chacun est écouter de la même manière, que les idées de tous sont discutées et évaluées avec la même attention, il n’y a pas de hiérarchie à l’intérieur du mouvement. Malgré cela de nombreux choix sont effectués quotidiennement de nombreux, sans recourir au vote, sans une majorité qui écraserait une minorité, des décisions qui réussissent à tenir tout le monde tous ensemble. Est-ce que cela te semble un aspect particulier du mouvement No Tav, un de ces points forts?

Nous considérons que l’opinion de la majorité ne doit pas écraser celle de la minorité : c’est une méthode que nous nous sommes fixés depuis le début et qui nous a permis de rester unis, d’éviter les scissions. Nous pensons que l’assemblée est le moment pour discuter et trouver un accord qui respecte et englobe dans les décisions les instances de chacun, ceci en respectant certaines « règles » de base qu’il est indispensable de partager.

La fin de l’été annonce la fermeture du camping, quelles sont les perspectives et les stratégies pour maintenir le mouvement fort et uni pendant cet automne et hiver qui s’annoncent très mouvementés ?

Il est certain que nous continuerons avec les campagnes déjà lancées, c’est-à-dire celle contre la militarisation de la Val de Suse, celle contre les entreprises qui ont gagné l’appel d’offre du chantier de la Tav et y travaillent. Sans oublier la présence physique aux abords du chantier et notamment en Clarea pour empêcher l’activité à l’intérieur du chantier.

A sarà düra”1 est un des slogans du mouvment NoTav … en effet les travaux du chantier avancent au ralenti, la répression militaire au lieu d’affaiblir le mouvement (à travers par exemple le « fogli di via »2) semble le renforcer. Les initiatives et les projets fleurissent et le mouvement semble s’internationaliser toujours plus. Les No Tav ont réussi à se transformer et se renouveler avec le temps, comment voyez-vous le futur de la lutte No Tav? Pourquoi allez-vous vaincre ?

La principale transformation qui est en cours est une amplification de la lutte. Celle-ci ne regarde plus spécifiquement la ligne grande vitesse Lyon-Turin, mais en général tous les grands projets fondés sur le gaspillage de l’argent publique – et l’on parle de dizaine de milliards d’euros – sans aucune utilité pratique pour les citoyens. Je crois que ce développement est en ce sens inévitable malgré une répression toujours plus forte, et je crois que les personnes prendront toujours plus conscience de la manière dont ces grands projets sont décidés.

A ce propos, qu’est ce que le Patto di Mutuo Soccorso3?

Il s’agit d’une sorte d’union entre les différents mouvements de lutte en Italie qui permet à chacun de s’aider et de demander du soutien dans les moments difficiles. Ainsi si un mouvement contre une décharge publique demande de l’aide au pacte d’entraide, il trouvera partout des mouvements pour lui prêter main forte et participer à la lutte.

Qu’est ce que vous répondez à ceux qui accusent le mouvement No Tav d’être conservateur puisqu’il empêche le progrès amené par une nouvelle voie ferrée à grande vitesse?

Je leur réponds qu’ils devraient se demander quel est le sens de la parole “développement” et “progrès”. Nous ne donnons aucun crédit à ces deux concepts s’ils sont catapultés du haut, car pour nous le développement n’est pas le pillage des biens communs en vue de l’enrichissement de quelques privilégiés.

Comment avez-vous discutez la question de la violence et non-violence qui a si souvent divisé d’autres mouvements de lutte populaire ?

Nous avons toujours renvoyé à l’expéditeur chaque tentatives de nous diviser entre “méchants” et “bons”. Il est évident que les modalités de lutte évoluent, changent de niveau, mais c’est un changement imposé par la « contrepartie » qui réprime à coup de matraques et de gaz CS. Nous avons toujours demandé d’ouvrir une discussion publique sur la question de l’utilité de ce projet. Mais cela n’a jamais été le cas. Un problème politique a été transformé en une question d’ordre publique allant de paire avec la militarisation massive du territoire. Cela étant dit, il est inacceptable de comparer le jet de pierre ou de peinture aux lacrymogènes tirés à hauteur d’homme. Il est clair que plus les forces de l’ordre élèveront le niveau du conflit et plus nous réagiront. Au fond nous n’avons pas beaucoup d’armes : l’information – à travers internet, le tractage et les initiatives en toute Italie – et parfois lorsque nous sommes attaqués, le jet de quelques pierres. Mais tout cela nous ne le considérons pas violent.

Ces derniers jours se sont succédés des initiatives importantes pour le mouvement : des trous dans les barbelés coupés, des occupations des entreprises Si Tav. Comment la décision a-t-elle été prise ?

Ces actions sont simplement proposées par quelqu’un, puis éventuellement acceptées par ceux qui décident d’y participer – à visage découvert, de manière pacifique dans le cas de l’occupation de la Geovalsusa. Il s’agit d’actions politiques et non de pur vandalisme ou “terrorisme” comme le narre les journaux. Elles nous servent pour dénoncer la situation telle qu’elle est aujourd’hui réellement. Par exemple dans le cas de la Geovalsusa, leur complicité avec le front SiTav.

Ces dernières ont été dépeintes comme des actions “squadriste”4, mafieuses par les journaux nationaux tels que La Repubblica et La Stampa. Qu’en penses-tu ?

Le mouvement ne se reconnaît pas du tout dans ces définitions, notamment parce que toutes ses actions ont toujours été explicitées et revendiquées. Cela fait 20 ans que nous demandons de nous confronter publiquement sur les données scientifiques en notre possession. Données démontrant que le Tav est une folie. Ces dernières proviennent des très nombreuses études et recherches menées par économistes et techniciens qui gratuitement ont mis leur énergie et leur savoir-faire à disposition du mouvement. Nos requêtes ont été systématiquement ignorées, c’est pourquoi à ce stade il ne nous reste plus qu’à agir tel que nous le faisons aujourd’hui. Quant aux journaux du type de La Repubblica et La Stampa, leur seul réaction possible est la diffamation étant donnée que leur position ne tient pas sur le plan technique.

Les journalistes des grands titres de presse ne sont jamais entrés au camping ? Il ne se sont jamais intéressés à votre point de vue ?

Il ne me semble pas que cette dernière année des journalistes mainstream italiens soient venus découvrir ce qu’est vraiment le mouvement No Tav. Ou du moins s’il sont venus ils ne se sont pas fait reconnaître. L’année dernière en revanche, durant la Libre République de la Maddalena, certains journalistes étaient venus visiter ; et ils ont eu carte libre et une totale liberté d’action et de mouvement.

Quelle est la stratégie médiatique du mouvement? De quelle manière une lutte populaire peut se communiquer avec l’extérieur, en contrastant les médias officiels?

Le communiqué de presse est le seul instrument pour l’instant que nous avons à disposition lorsque des informations mensongères et diffamatoires circulent à notre égard. Toutefois nous nous efforçons aussi d’exploiter au mieux les possibilités offertes par internet, afin que toute personne intéressée par nos initiatives puisse avoir des informations sans difficulté. Clairement, une discussion sur les stratégies à adopter pour contrecarrer les fausses nouvelles est en cours.

Il y a deux jours le chantier de la tav a été attaqué avec des jets de pierre et de peintures contre les militaires et les ouvriers. Comment un mouvement de gauche a pu en arriver à s’opposer au travail des ouvriers. Que répondez-vous à ceux qui expliquent qu’ils « travaillent pour manger » ?

C’est une question très épineuse, surtout pour ceux, très nombreux, qui comme moi pensent que les travailleurs doivent être défendus et soutenus. Toutefois le mouvement a décidé d’attaquer, avec des actions symboliques et non violentes (tel que le jet d’œufs et de peinture), ceux qui prêtent main forte à la construction de la Tav, en considérant que chacun est complice de la dévastation en cours et que les exigences personnelles (le besoins de manger) ne doit pas prendre le dessus sur les besoins de la collectivité. Nous sommes conscients qu’il s’agit de méthodes drastiques, mais nous croyons en une prise de conscience des travailleurs.

1 « Ca va être dur » en français.

 

2 Interdiction d’accès à un territoire (qui peut être aussi sa propre ville de résidence) décider par la préfecture sans nécessité l’autorisation préalable d’un juge.

 

3 Pacte d’entraide.

 

4 A modalité fasciste.

 

Il Nobel Obama e le guerre segrete: 24 ore dopo la sua rielezione un drone uccide tre uomini nello Yemen

Non erano trascorse neppure 24 ore dalla sua rielezione a Presidente degli Stati Uniti, che Barack Obama (premio Nobel per la pace) ha ripreso con vigore le operazioni di “secret war” che l’esercito americano sta tenendo in Pakistan, Yemen e Somalia con l’ausilio dei droni. AgoraVox ne raccontò i retroscena in questo articolo.

In particolare, dopo un periodo di relativa calma (probabilmente legato alla campagna elettorale) i Predator statunitensi hanno portato a segno un attacco in Yemen mercoledì 7 novembre, causando tre morti e tre feriti (tra i quali un bambino).

L’aereo senza pilota ha aperto il fuoco su un veicolo nel quale viaggiava Adnan al-Qadi, militante già conosciuto agli Stati Uniti perché sospettato di essere uno degli attentatori dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Sanaa nel 2008. Insieme a lui c’erano e le presunte guardie del corpo – Rabiee Lahib e Radwan al Hashidi. Nei paraggi si trovavano anche dei civili, che sono rimasti feriti nell’esplosione.

La notizia non è stata confermata dalla casa Bianca, coerentemente con quanto avvenuto finora rispetto a queste operazioni di “secret war”. Tuttavia poche ore dopo l’attacco – avvenuto di notte – proprio alcuni media yemeniti riportavano la notizia (qui qui).

Quello di Adnan al-Qadi sarebbe stato dunque un omicidio mirato a un uomo sospettato di essere legato a cellule di Al-Qaeda: se è vero, perché non è stato sottoposto a un regolare processo? E perché non è stato consegnato alle autorità yemenite?

L’attacco del 7 novembre potrebbe essere la dimostrazione che la Presidenza Obama non intende “cambiare marcia”, rinunciando alle operazioni militari più o meno segrete in tutto il mondo. Proprio pochi mesi fa il Premio Nobel era stato fortemente criticato per la sua decisione di ridefinire il termine “civili”, escludendo da questa categoria tutti gli uomini in età militare: solo un’indagine postuma avrebbe dovuto certificarne lo status di “non combattenti”. Naturalmente questo provvedimento ha visto scendere il numero di “vittime civili” delle operazioni dei droni, che improvvisamente hanno scovato centinaia di guerriglieri e terroristi in Pakistan, Yemen e Somalia.

Un dossier di The Bureu Investigates (composto da un team di giornalisti investigativi) sta costantemente monitorando l’andamento delle “guerre segrete” degli Stati Uniti. In Pakistan, dal 2004 ad ora, gli attacchi dei droni sono stati 350: l’ultimo il 24 ottobre scorso. Il numero di vittime non è chiaro, ma variabile tra un minimo di 2.586 a un massimo di 3.375, dei quali sicuramente 176 bambini.

In Yemen le operazioni segrete sono iniziate nel 2002 e, benché in numero nettamente inferiore rispetto al Pakistan, gli attacchi sono stati tra 53 e 63, con 163 morti civili. Per quanto riguarda laSomalia gli attacchi (da 10 a 23) hanno causato non meno di 58 morti.

Quand’anche si trattasse di “vendetta” verso Al-Qaeda dopo l’attentato dell’11 settembre, il numero di vittime (calcolando solo quelle causate da attacchi di droni) sarebbe ormai quasi il doppio rispetto agli americani morti nel crollo delle Torri Gemelle. Una vera e propria rappresaglia.

Proprio il 29 maggio scorso il Wall Street Journal rivelava il tentativo di Obama di vendere all’Italia armamenti per i droni utilizzati dal nostro Paese in Afghanistan. Non se ne è saputo più niente, né l’opinione pubblica italiana o i candidati premier del centrosinistra sembrano interessati alla guerra in corso in quella terra lontana.

Primarie: quello che il PD non dice di Bersani, Renzi e Vendola

Curiosamente – ma a ben guardare neanche tanto – tra le regole di partecipazione alle primarie del centrosinistra ne mancano due che, nel clima di “antipolitica” imperante, ci sarebbero state molto bene. La prima è che un indagato non può candidarsi alla guida del Paese; la seconda è la totale trasparenzanei finanziamenti che si ricevono.

Sarebbero due regoline di buon senso che darebbero anche un segnale di cambiamento importante nella bistrattata politica nostrana: gli elettori delle primarie, chiamati a eleggere un candidato premier con alte probabilità di vittoria alle elezioni politiche, avrebbero il pieno diritto di votare una persona non coinvolta in inchieste, specie se “pesanti”. Allo stesso modo, sapere chi finanzia cospicuamente una campagna elettorale permette di intuire quali “grandi interessi” il candidato premier sarà tenuto a “tutelare”.

Prendiamo i tre principali contendenti: BersaniRenzi Vendola.

Il primo non ha indagini pendenti a suo carico e, anche sul piano comunicativo, si presenta come un semplice e onesto galantuomo: basti pensare che inizierà la sua campagna elettorale dalla pompa di benzina appartenente al padre (a Bettola, Emilia Romagna). Eppure i suoi sostenitori storici, da Comunione e Liberazione alle coop rosse, sono tutt’altro che popolani indigenti. Lui stesso l’ha ammesso scherzando: “Se votassero solo i ricchi, vinceremmo sempre noi. Ci ha fregati il suffragio universale”. Sarà per questo Bersani ha avuto a che vedere, negli anni, con tutte le più grandi operazioni finanziarie d’Italia, anche le più torbide.

A cominciare dall’operazione che nel ’99 ha portato Telecom nelle mani di Colaninno, di cui Bersani è stato un grande sposor verso D’Alema, allora a capo del Governo di cui il nostro faceva parte. “Evvai!”, esultò quando, dopo che il governo impedì a Telecom di poter resistere all’Opa lanciata da Olivetti, i “capitani coraggiosi” si impadronirono dell’azienda.

Nel 2004 Bersani andò con Fassino dall’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, a proporgli la fusione tra la Bnl e il Montepaschi, che salta e a cui subentra Unipol. La voce di Bersani non è stata registrata nelle intercettazioni, ma le sue telefonate e i suoi rapporti con i “furbetti” si trovano annotati nelle agende del segretario di Fiorani. Più tardi, è stato anche con l’appoggio di Consorte che Bersani è diventato segretario del PD.

Un altro amico di Bersani che in vita non ha mai avuto bisogno di fare la fila alla Caritas è Marcello Gavio, l’imprenditore (già latitante nel ’92 per accuse di corruzione da cui è stato assolto, socio di Ligrsti e delle Autostrade e proprietario di aziende con manager condannati per finanziamento illecito) – con cui il segretario del PD “ha da sempre un ottimo rapporto” – che appena due anni prima della nomina di Bersani a ministro dello Sviluppo Economico tenta la scalata alla Serravalle, sotto l’occhio vigile dei magistrati che, in cerca di tangenti, mettono i telefoni sotto controllo. Scoprendo che Gavio è riuscito ad averla vinta grazie soprattutto all’intervento di Filippo Penati, sponsor di Bersani alle primarie che lo hanno consacrato segretario del partito.

Penati, allora presidente della Provincia di Milano, in aperta opposizione col sindaco Albertini usò le casse della Provincia per aiutare Gavio nell’impresa. Tutto merito di Bersani: è stato lui, come risulta dai brogliacci delle intercettazioni, a mettere Penati in contatto con Gavio. Prima facendo pressione sul primo affiché telefonasse all’altro, poi addirittura organizzando un’incontro “in modo riservato”, in un albergo di Roma.

Più tardi fu coinvolto anche nel caso Parmalat, il cui reponsabile della tesoreria, Franco Gorrreri (già presidente della Banca del Monte di Parma e vicesegretario Provinciale del Psi) – ha raccontato Calisto Tanzi – avrebbe finaziato Bersani “per conto del gruppo”. Lui, interrogato dai magistrati nel 2005, ha smentito “con riserve”: “Posso affermare di non aver mai rinvenuto il nome di Gorreri tra i contributori. Non posso essere altrettanto categorico per le precedenti campagne elettorali”. Alla fine il pm fa archiviare le accuse relative ai finanziamenti illeciti, nonostante dalle casse di Parmalat siano usciti 12 milioni di euro destinati ai partiti.

Non ha invece potuto smentire di avere accettato, tra il 2006 e il 2007, 98 mila euro da Emilio Riva, patron dell’Ilva di Taranto. Tutto lecito e documentato. Ma all’epoca Bersani era Ministro dello Sviluppo Economico. Quei soldi – intascati personalmente – possono aver influenzato Bersani, al tempo principale responsabile di un settore strategico come quello industriale?

Il “generoso regalo” di Riva ha alzato il velo su una pratica – quella dei “finanziamenti privati” – che andrebbe regolata. E se è vero che quel dono venne fatto ormai sei anni fa, è vero anche che siamo autorizzati a domandarci se ci siano altri industriali – o manager di grandi aziende – che pagano centinaia di migliaia di euro una campagna elettorale. Questo vale per Bersani come per tutti gli altri, ovviamente. Chi finanzia le primarie di questi signori? Chi paga viaggi, palchi, ospiti, cene, catering e quant’altro?

 

Veniamo a Renzi. Il sindaco di Firenze – autonominatosi “rottamatore” della vecchia politica – nell’estate del 2011 è stato condannato in primo grado, insieme ad altre venti persone, dalla Corte dei Conti toscana per danno erariale e al pagamento di 14mila euro. Il procedimento si riferisce a quando era presidente della Provincia di Firenze, ed è oggettivamente poca roba.

Tuttavia il quotidiano Stampa Toscana riportava un mese fa la notizia di nuovi, e ben più seri, guai riguardanti sempre la gestione della Provincia di Firenze: il consigliere provinciale del PdL Guido Sensi ha infatti diffuso i documenti ufficiali della Corte e del Ministero dell’Economia con i quali l’attuale candidato alle primarie del centro-sinistra è stato “messo in mora” per alcune irregolarità nella gestione finanziaria dell’ente. E stavolta le cifre si gonfiano di zeri:

Gli ispettori del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Luciano Cimbolini e Quirino Cervellini –riporta il quotidiano – sono stati inviati dal vice procuratore generale Acheropita Mondera Oranges a visionare le carte della Provincia e hanno operato dal 10 gennaio all’11 febbraio 2011. Dai rilievi dei due funzionari sono emerse 15 ipotesi di responsabilità amministrativa per un valore complessivo di 3.864.935 euro, dei quali 1,5 direttamente imputabili al sindaco di Firenze (secondo quanto estrapolabile dai documenti resi pubblici da Sensi). In particolare, Renzi sarebbe responsabile di «gravi illegittimità nell’attribuzione di alcuni compensi a carattere indennitario» e «dell’illegittima attribuzione di quattro incarichi di direzione generale». Sostanzialmente, si tratterebbe di stipendi illecitamente gonfiati e assunzioni irregolari.

Per questi fatti al momento Renzi non è indagato, né vi sono ipotesi di reato. Tuttavia è lecito domandarsi se questa generosa gestione del denaro pubblico sia compatibile con il ruolo che Renzi vuole ricoprire. E a ciò si aggiungano le accuse del dipendente comunale fiorentino Alessandro Maiorano, che ha reso pubbliche molte fatture (guardale) della giunta provinciale guidata da Renzi: tra i quasi 20milioni di euro spesi emergono anche biglietti aerei, vini pregiati, pasticcini, bouquet di fiori e notti in hotel di lusso.

Non è migliore la situazione di Nichi Vendola. Il governatore pugliese, ex comunista e beneficiario dello stipendio più alto tra quelli dei presidenti di regione, è indagato per concorso in abuso d’ufficio per una vicenda legata al concorso per la nomina a primario di Paolo Sardelli, responsabile del reparto di chirurgia toracica all’ospedale San Paolo di Bari. Come se non bastasse è indagato anche per abuso d’ufficio, peculato e falso per una transazione di 45milioni di euro non conclusa tra Regione Puglia e l’ospedale “ecclesiastico” Miulli. Vendola ha dichiarato ieri alla trasmissione Agorà: “Se vengo condannato, è chiaro che mi ritiro dalla vicenda delle primarie. Tra qualche giorno andrò a giudizio con rito abbreviato chiesto da me, e lo faccio con la coscienza totalmente serena”.

Questo è quanto. Mentre si discute sulla leadership del centrosinistra, le regole delle primarie sorvolano su fatti anche piuttosto gravi. E così, mentre i cittadini chiedono un’inversione di marcia alla politica e una gestione più etica del bene comune, tra i tre candidati emergono storie non sempre limpide.

Perché il Partito Democratico non ha regolamentato i profili giudiziari dei candidati alla guida del Paese? E perché, in barba alla trasparenza, non è dato sapere chi finanzia le campagne elettorali dei tre uomini del centrosinistra?

Movimento No Tav: strategia e storia di una lotta popolare

Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese

Siamo stati una settimana a Chiomonte, nel campeggio No Tav messo in piedi da due mesi e mezzo. Abbiamo seguito le assemblee, appoggiato e proposto iniziative, cucinato, lavato e passeggiato insieme a centinaia di ragazzi, uomini ed anziani della valle. Ogni pratica quotidiana si è svolta sotto il segno della partecipazione, abbiamo conosciuto compagni che hanno deciso di lasciare tutto e vivere nella valle, ragazzi che hanno attraversato l’Europa in bici pur di esserci, anziani che lottano da anni per difendere questa terra stupenda e profanata. Abbiamo vissuto in prima persona anche lo specchio deformante dei giornali, l’enorme abisso tra realtà e racconto. Abbiamo deciso di intervistare Patrizia Soldati (“ma per i compagni Pat”), splendida signora nata e cresciuta nella valle, cuoca in un asilo nido e a domicilio, che lotta per la sua terra e che ci ha insegnato quanto giovani e combattivi si può (e si deve) essere, a qualsiasi età.

Quando ha iniziato ad interessarsi attivamente della questione Tav?

Ho partecipato alla prima assemblea nel 1996 come cittadina comune, mentre dal 2004 ho iniziato a partecipare più attivamente con associazioni e comitati della Val di Susa.

Vuole raccontarci i due mesi e mezzo di campeggio autogestito No Tav? Quali sono state le difficoltà maggiori e quali le soddisfazioni?

Sono stati due mesi e mezzo molto faticosi dal punto di vista fisico, ma anche straordinari in quanto a ricchezza – chiaramente quella non monetizzabile. E’ stata un’esperienza umanamente ricca per la quantità di persone che hanno voluto partecipare alla lotta, fosse anche per la pura e semplice gestione del campeggio. E’ stato uno straordinario e continuo scambio di competenze e creatività.

Il momento dell’assemblea è, all’interno del campeggio, il più importante della giornata; ci si siede in cerchio e ci si guarda in faccia, si organizzano azioni, si discute di cosa non va e cosa bisogna migliorare, si organizzano i turni di pulizia e cucina. Questa vita comunitaria è forse uno dei collanti migliori per il movimento, così si conquista la fiducia del vicino, così si parte e si ritorna insieme. Le andrebbe di provare a raccontarci lo spirito che anima le discussioni e l’importanza di questa pratica comunitaria all’interno del campeggio?

Tutti i pomeriggi nel campeggio si tiene un’assemblea: è un momento fondamentale di discussione. E’ l’occasione per spiegare ai nuovi arrivati le regole, ma anche per decidere le iniziative da intraprendere in modo aperto, non gerarchico. Tutti possono partecipare, dire la loro. Le decisioni vengono prese in modo consensuale. Senza ombra di dubbio il momento dell’assemblea è il più importante della giornata: è anche la dimostrazione che una comunità autogestita e composta dalle tipologie più disparate di persone può organizzarsi in modo efficiente.

In effetti nel campeggio, basta guardarsi intorno, si trovano persone di età diverse, provenienti da tutta Italia ed anche dall’estero, c’è chi partecipa al movimento da anni e chi porta il proprio contributo magari solo da pochi giorni. Ciò che colpisce è che tutti vengono ascoltati allo stesso modo, le idee di tutti vengono discusse e valutate, non esiste gerarchia all’interno del movimento: eppure vengono prese quotidianamente scelte e decisioni comunitariamente, senza riccorrere a votazioni, senza che le idee di una maggioranza schiaccino quelle della minoranza, ma tenendo tutto “insieme”. Le sembra questo un aspetto peculiare dei No Tav e forse uno dei suoi punti di forza?

Noi non consideriamo che l’opinione della maggioranza debba prevaricare ed escludere le minoranze: è un metodo che ci siamo dati fin dall’inizio e che ci ha permesso di rimanere uniti ed evitare “scissioni”. Crediamo che l’assemblea sia il momento per discutere e trovare alla fine un accordo che rispetti ed inglobi nelle decisioni le istanze di tutti, fermo restando alcune “regole” basilari che è obbligatorio condividere e rispettare.

La fine dell’estate porterà alla chiusura del campeggio, quali sono le prospettive e le strategie per mantenere forte ed unito il movimento durante un autunno ed un inverno che si preannunciano caldissimi?

Sicuramente continueremo nelle varie campagne già messe in piedi, che sono quelle contro la militarizzazione della Val di Susa, o sul lavoro delle ditte appaltatrici (leggi il dossier “C’è lavoro e lavoro”, ndr), senza dimenticare la presenza fisica vicino al cantiere, specificatamente alla Clarea, per contrastare l’attività che si svolge all’interno

“A sarà dura” è uno degli slogan del movimento: i lavori nel cantiere vanno al rallentatore, la repressione militare, invece che indebolire il movimento (tramite ad esempio i fogli di via), sembra rafforzarlo, fioriscono iniziative e progetti all’interno del campeggio ed il movimento sembra sempre più internazionalizzarsi. I No Tav sono riusciti a trasformarsi e rinnovarsi con il passare del tempo, come vede il futuro della lotta in Val Susa? Perché i No Tav vinceranno?

La principale trasformazione che sta avvenendo è un allargamento della lotta, che non riguarderà più solamente il Tav Torino-Lione e la Val di Susa, ma in generale tutte le grandi opere che hanno come fondamento lo sperpero di denaro pubblico per decine di miliardi di euro, dando in cambio ai cittadini nessuna utilità pratica. Credo che l’allargamento delle lotte in tal senso sia inevitabile, nonostante la repressione sempre maggiore, e credo che le persone prenderanno sempre più coscienza del sistema con cui queste opere vengono decise.

A tal proposito, cosa è il Patto di Mutuo Soccorso?

Si tratta di una sorta di unione tra le istanze presenti in tutta Italia, che permetta ad ognuna di aiutarsi e chiedere sostegno alle altre in momenti critici. Ad esempio, se un movimento contro una discarica chiede aiuto al patto di mutuo soccorso, troverà ovunque realtà pronte ad offrire una mano e partecipare alla lotta.

Cosa risponde a chi accusa il Movimento No Tav di essere conservatore, visto che impedisce la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità?

Rispondo che dovrebbero analizzare il significato delle parole “sviluppo” e “progresso”. Noi a questi due concetti fatti “calare dall’alto” non diamo nessun credito, perché non riteniamo che lo sviluppo debba essere la predazione dei beni comuni finalizzato all’arricchimento di pochi soggetti.

In che modo avete discusso il “nodo” violenza sì e violenza no, che spesso ha diviso altri movimenti popolari di lotta?

Noi abbiamo sempre rispedito al mittente ogni tentativo di dividerci tra “buoni” e “cattivi”. E’ chiaro che le situazioni di lotta talvolta cambiano di livello, ma è un cambiamento dettato dalla “controparte” che ci reprime a suon di manganellate e gas al CS. Noi abbiamo sempre chiesto di discutere pubblicamente dell’utilità di questa opera, ma non ci è mai stato possibile e un problema politico è stato trasformato in una questione di ordine pubblico, con la militarizzazione massiccia del territorio. Dopo di che equiparare il lancio di pietre o gavettoni di vernice ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo è folle, ed è chiaro che più le forze dell’ordine alzeranno il livello dello scontro più noi reagiremo. In fondo noi abbiamo poche armi: l’informazione – attraverso internet, il volantinaggio e le iniziative in tutta Italia – e talvolta, quando veniamo assaliti, il lancio di qualche pietra. Ma noi tutto ciò non lo consideriamo violento.

Negli ultimi giorni si sono susseguite iniziative importanti del movimento: dal taglio delle reti alle occupazioni di società coinvolte nella costruzione del Tav. Come sono state decise queste azioni?

Queste azioni vengono semplicemente proposte da qualcuno e poi, eventualmente, accettate da chi decide di partecipare: nel caso dell’occupazione alla Geovalsusa anche mettendoci la faccia, a volto scoperto, in modo pacifico. Queste sono azioni politiche, non di puro vandalismo o “terrorismo”, come hanno descritto i giornali: a noi servono per denunciare lo stato delle cose. Ad esempio, nel caso della Geovalsusa, la loro complicità con il fronte del Sì Tav.

Esse sono state bollate come azioni squadriste, mafiose, dai giornali come Repubblica La Stampa. Cosa rispondi?

Il Movimento non si riconosce minimamente in quelle definizioni, anche perché le azioni sono state sempre spiegate e rivendicate. Da vent’anni chiediamo di confrontarci pubblicamente sui dati scientifici in nostro possesso, dati che dimostrato che il Tav è una follia, dati estrapolati da studi di fior di economisti e tecnici che in modo gratuito si sono messi a disposizionedel Movimento. Le nostre richieste di confronto sono state sistematicamente ignorate, quindi arrivati a questo punto non ci resta che muoverci come stiamo facendo. A giornali come Repubblica e La Stampa non resta che diffamarci, visto che neppure loro reggerebbero il confronto sul piano tecnico.

Giornalisti di grandi testate sono mai entrati nel campeggio? Si sono mai interessati al vostro punto di vista?

Nell’ultimo anno non mi risulta che giornalisti di importanti testate siano entrati a guardare cosa è davvero il Movimento No Tav. O almeno: se qualcuno l’ha fatto non si è fatto riconoscere. Lo scorso anno invece nell’esperienza della Libera Repubblica della Maddalena qualche giornalista chiedeva di entrare, ed ha sempre avuto carta bianca e massima libertà di movimento e azione.

Qual è la strategia mediatica del movimento? In che modo una lotta popolare può relazionarsi con l’esterno, contrastando i media mainstream?

L’unico strumento che al momento ci siamo dati è la diffusione di comunicati stampa quando vengono scritte falsità e diffamazioni. Tuttavia sappiamo di dover sfruttare al massimo le potenzialità offerte da internet, sicché chi vuole informarsi sulle nostre iniziatie non avrà nessuna difficoltà a farlo. Chiaramente è in atto anche una discussione sulle stretegie future per contrastare le notizie false…

Due giorni fa è stato attaccato il cantiere con il lancio di uova e vernice ai dipendenti e ai militari: come è stato possibile per un movimento di sinistra arrivare ad ostacolare il lavoro degli operai? Cosa rispondete a chi spiega di “lavorare per mangiare”?

E’ stato faticoso, soprattutto per i tanti che come me credono che i lavoratori vadano tutelati. Tuttavia il Movimento ha deciso di attaccare, con azioni simboliche e non violente (come il lancio di uova e vernice) chi presta la sua opera per la costruzione del Tav, considerando che ognuno è complice della devastazione in atto e che le esigenze personali (“devo mangiare”) non possono avere la meglio sui bisogni della collettività. Siamo consapevoli che sono metodi drastici, ma confidiamo in una presa di coscienza dei lavoratori.

La carta di intenti del PD “ITalia. Bene comune” spiegata ai comuni mortali


Può essere utile fornire ai lettori una “traduzione” della Carta di Intenti presentata martedì da Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico. La carta di intenti è stata intitolata – con un imponente sforzo creativo – “Italia. Bene comune”: un modo come un altro per tentare di strizzare l’occhio agli elettori di sinistra del PD, appropriandosi del concetto di “Beni Comuni” e di una battaglia che, allo stato attuale, è tra le più distanti dalla linea politica del Partito Democratico, che praticamente ovunque ha dato il là alle più selvaggie privatizzazioni (a Torino come a Genova, per fare due esempi). Altro che beni comuni…

La carta di intenti si apre con “L’Italia ce la farà se ce la faranno gli italiani. Se il paese che lavora, o che un lavoro lo cerca, che studia, che misura le spese, che dedica del tempo al bene comune, che osserva le regole e ha rispetto di sé, troverà un motivo di fiducia e di speranza”. Che è esattamente come dire che la pace è bella, la guerra è brutta, le margheritine profumano, l’acqua è bagnata. Ma vabbè, serviva un modo per introdurre i noccioli programmatici del patto tra “democratici e progressisti”.

Veniamo dunque alla traduzione per “comuni mortali” di “Italia. Bene comune”. Le parti scritte in corsivo sono stralci del documento originale redatto dagli strateghi del Partito democratico, a cui seguiranno alcuni chiarimenti fondati su dati oggettivi. Naturalmente procederemo per “stralci”, concentrandoci sui punti cruciali e ignorando quelli maggiormente “retorici” o discorsivi.

1. VISIONE 

“Noi non crediamo all’ottimismo delle favole, quello venduto nel decennio disastroso della destra. Crediamo, invece, in un risveglio della fiducia e soprattutto nel futuro degli italiani, a cominciare dai più giovani e dalle donne. I problemi sono enormi e il tempo per aggredirli si accorcia. Le scelte da compiere non sono semplici né scontate”. 

In realtà il PD e il PDL sostengono insieme, come è noto, il Governo Monti. I due partiti, apparentemente avversari, stanno di fatto governando insieme il Paese: hanno infatti votato a favore tutte le più significative misure approvate dal Governo. A titolo esemplificativo: il 30 novembre vi è stato il sì unanime della Camera in prima lettura al ddl costituzionale contenente il pareggio di bilancio in Costituzione approvato con 464 sì, nessun contrario e 6 astenuti. Il testo era già stato approvato unanimemente dal Senato con 255 sì nessun contrario e 14 astenuti. Ma PD e PDL si sono trovati d’accordo anche su tutti gli altri provvedimenti: dalla riforma del mercato del lavoro alla spending review, passando per la recentissima approvazione del fiscal compact. Tutte misure spacciate per “risolutive della crisi” che, tuttavia, hanno incrementato povertà e disoccupazione.

“La realtà è che mai come oggi nessuno si salva da solo. E nessuno può stare bene davvero, se gli altri continuano a stare male: è questo il principio a base del nostro progetto, sia nella sfera morale e civile che in quella economica e sociale.
Bello, bellissimo, se non fosse che il PD ha recentemente approvato la modifica dell’articolo 18, che di fatto facilita la libertà di licenziamento, anche in assenza di giusta causa. Giorgio Cremaschi spiegò i risvolti in un chiarissimo articolo, mentre il “rottamatore” Matteo Renzi, laconicamente, dichiarò: “Per usare un tecnicismo, a me dell’articolo 18 non me ne pò frega’ de meno”. E’ in questo modo che il PD intende appiattire il dislivello tra chi sta bene e chi sta male? Strano modo.
Vogliamo che il destino dell’Italia sia figlio della migliore civiltà dell’Europa e che insieme riscopriamo la necessità di sentirci vicino a chi nel mondo si batte per la libertà e l’emancipazione di ogni essere umano. Lo scriviamo nella coscienza che la grandezza e la tragedia del ‘900 in Europa si misurano in una sola parola: la pace. La conquista faticosa di un continente che, con la tragica eccezione dei Balcani, ha conosciuto nella seconda metà del secolo la sua riconciliazione”. 
Anche qui, Bersani e soci non dicono che in realtà l’Italia è un Paese in guerra, che ha bombardato la Libia dell’ex amico Gheddafi e oggi sta bombardando l’Afghanistan, come rivelato a Il Giornale proprio da un pilota di Caccia. La pace a casa nostra è la guerra in casa di altri, con il suo contorno di vittime civili. Per non parlare dell’acquisto dei Caccia F-35, nei confronti del quale il PD ha talvolta, ma solo blandamente, levato qualche protesta.
2. DEMOCRAZIA

Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. E’ una strada che l’Italia ha già percorso, e sempre con esiti disastrosi. In democrazia ci sono due modi di concepire il potere. Usare il consenso per governare bene. Oppure usare il governo per aumentare il consenso. La prima è la via del riformismo. La seconda è la scorciatoia di tutti i populismi e si traduce in una paralisi della decisione.

Vero. Solo che possiamo prendere la Val di Susa come esempio di un’opera costosissima e priva del benché minimo consenso popolare, imposta dall’alto e per niente discussa con il territorio. I No Tav, nel frattempo, hanno allargato la loro base di sostenitori in tutta Italia e soprattutto prodotto documenti con il sostegno di importanti studiosi che dimostrano come il progetto dell’alta velocità sia oggettivamente assurdo e ingiustificato. Bersani, mesi fa, riassunse così la posizione del suo partito: Il PD è pronto a discutere con tutti, ma poi si fa come diciamo noi. Bell’esempio di democrazia.

Per noi il populismo è il principale avversario di una politica autenticamente popolare. In questi ultimi anni esso è stato alimentato da un liberismo finanziario che ha lasciato i ceti meno abbienti in balia di un mercato senza regole. La destra populista ha promesso una illusoria protezione dagli effetti del liberismo finanziario innalzando barriere culturali, territoriali e a volte xenofobe. Anche quando questo populismo ha pescato il suo consenso all’interno di un disagio diffuso e reale, il suo esito è sempre stato antipopolare.
La critica al liberismo finanziario è apprezzabile. Ma giova ricordare che il PD ha appena provato il Fiscal Compact, la più importante misura economica – di stampo liberista – varata dal Governo Monti che, di fatto, impone all’Italia manovre finanziarie da 45-50 miliardi di euro all’anno per i prossimi 20 anni. Dove verranno trovati quei soldi? La strada è stata segnata: riduzione dello stato sociale e privatizzazioni. Alla faccia dei beni comuni: più “finanza” di così si muore…
3. EUROPA

La crisi che scuote il mondo mette a rischio l’Europa e le sue conquiste di civiltà. Ma noi siamo l’Europa, nel senso che da lì viene la sola possibilità di affrancare l’Italia dai guasti del collasso liberista, e quindi le sorti dell’integrazione politica coincidono largamente col nostro destino. Insomma non c’è futuro per l’Italia se non dentro la ripresa e il rilancio del progetto europeo. La prossima maggioranza dovrà avere ben chiara questa bussola: nulla senza l’Europa.

Per riuscirci agiremo in due direzioni. In primo luogo, rafforzando la piattaforma dei progressisti europei. Se l’austerità e l’equilibrio dei conti pubblici, pur necessari, diventano un dogma e un obiettivo in sé – senza alcuna attenzione per occupazione, investimenti, ricerca e formazione – finiscono per negare se stessi. Adesso c’è bisogno di correggere rotta, accelerando l’integrazione politica, economica e fiscale, vera condizione di una difesa dell’Euro e di una riorganizzazione del nostro modello sociale.
Ma il rigore dei conti pubblici chi l’ha votato, se non il PD, arrivando a imporre il Pareggio di Bilancio in Costituzione?
4. LAVORO
(…) La battaglia per la dignità e l’autonomia del lavoro, infatti, riguarda oggi il lavoratore precario come l’operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore o artigiano non meno dell’impiegato pubblico, il giovane professionista sottopagato al pari dell’insegnante o del ricercatore universitario.
Il primo passo da compiere è un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull’impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari. Quello successivo è contrastare la precarietà, rovesciando le scelte della destra nell’ultimo decennio e in particolare l’idea di una competitività al ribasso del nostro apparato produttivo, quasi che rimasti orfani della vecchia pratica che svalutava la moneta, la risposta potesse stare nella svalutazione e svalorizzazione del lavoro. Il terzo passo è spezzare la spirale perversa tra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti, aiutando le produzioni a competere sul lato della qualità e dell’innovazione, punti storicamente vulnerabili del nostro sistema.
Sulla prima parte nulla da obiettare. Non ci sono in Italia formazioni politiche che non considerino “classe subalterna” non solo gli operai, ma anche impiegati, piccoli artigiani, lavoratori precari di tutti i settori. Ma sulla seconda parte appare quantomeno scorretto dare la colpa dell’eccessiva precarizzazione ai governi di centro-destra: basta ricordare che il “pacchetto Treu” fu ideato in un governo di centro-sinistra e che negli ultimi 10 anni il Governo Prodi ha avuto le sue responsabilità. Per non parlare della già menzionata manomissione dell’articolo 18, o della “compressione dei diritti” voluta dal ministro Fornero e votata dal PD. La Fornero, per giunta, fu quella che qualche settimana fa dichiarò: “Il lavoro non è più un diritto”. 
6. SAPERE
 
Abbiamo letto per intero questo capitolo, e a fianco alle parole scuola, istruzione o ricerca non compare mai l’aggettivo “pubblica“. Sarà una svista? Difficile che lo sia: intanto, mentre il PD denuncia lo scontento di un personale docenti sottopagato, parecchi presidenti di Provincia hanno lamentato la drammatica condizione in cui versano alcuni istituti, molti dei quali rischiano di non essere agibili in autunno: uno, recentemente, è statoAntonio Saitta (Partito Democratico), della provincia di Torino, che ha dichiarato: “Con i tagli previsti dalla spending review non siamo nelle condizioni di assicurare l’apertura dell’anno scolastico”. Okay, ma la spending review chi l’ha votata? Indovinate…
8. BENI COMUNI
La difesa dei beni comuni è la risposta che la politica deve a un bisogno di comunità che è tornato a manifestarsi anche tra noi. I referendum della primavera del 2011 ne sono stati un’espressione fondamentale. È tramontata l’idea che la privatizzazione e l’assenza di regole siano sempre e comunque la ricetta giusta. 
Vorremmo credergli, ma i recenti fatti di Torino e Genova, i cui sindaci intendono vendere importanti quote azionarie delle società di trasporti ad aziende private, non rassicurano. Certo, si dirà: “A Torino venderemo il 49%, il restante 51 rimane in mano pubblica”, ma sullo strapotere dei privati, anche in minoranza, si è discusso abbondantemente anche l’anno scorso prima del Referendum ed è inutile ripetersi.
Intanto è utile sapere che il premier Monti ha dichiarato recentemente: “Non solo non escludiamo la cessione di quote dell’attivo del settore pubblico, ma la stiamo preparando come abbiamo già annunciato e presto seguiranno degli atti concreti: abbiamo predisposto dei veicoli, fondi immobiliari e mobiliari attraverso i quali convogliare in vista di cessioni attività mobiliari e immobiliari del settore pubblico, prevalentemente a livello regionale e comunale”. E in fondo è normale: hanno approvato il fiscal compact, devono per forza di cose fare cassa e devono svendere patrimonio pubblico. Abbiamo già spiegato che il PD ha votato favorevolmente a questo provvedimento.
Insomma, ancora una volta, l’ennesima, il partito Democratico sembra giocare con i cittadini. Con una mano ha scritto una carta di intenti apparentemente “di sinistra” – a partire dal richiamo ai Beni Comuni nel titolo; con l’altra mano negli ultimi mesi ha votato favorevolmente a tutte le misure di rigore e austerity del Governo Monti, contribuendo a cancellare decenni di conquiste sociali (si pensi all’articolo 18). Ma non solo: il patto tra moderati e progressisti non è minimamente in discussione. Ed è nota la posizione di Casini su diritti civili, mercato del lavoro e beni comuni…

Marcello Lonzi, morto di “forte infarto”. Intervista alla madre: “Processo mai fatto, voglio la verità”

L’11 luglio del 2003 Marcello Lonzi, 29 anni, muore di “forte infarto” nella cella numero 21 del carcere “Le Sughere” di Livorno: era stato arrestato il 3 marzo per tentato furto, soffriva di tossicodipendenza, aveva solo altri 4 mesi di detenzione da scontare poi sarebbe tornato in libertà.

Marcello muore per “cause naturali”. Garantisce l’autopsia, nonostante il ragazzo fosse stato sempre sano come un pesce. Il medico legale scriverà che si trattò di “un’aritmia maligna instauratasi su una ipertrofia ventricolare sinistra”. Maria Ciuffi, madre del ragazzo, verrà a sapere della sua morte solo dopo due giorni. Né la polizia, né i carabinieri si preoccupano di avvisarla del decesso, ma lo fa una zia che, nel frattempo, ha letto la notizia sui giornali. “Quando mi presentai al carcere di Livorno – racconta ad AgoraVox – un agente mi disse, con una freddezza che non dimenticherò mai, ‘Ma lei, Signò, cosa vuole dimostrare?’ All’epoca non pensai di chiamare un perito di parte, ero troppo sconvolta”. Infatti il 10 dicembre del 2004 il caso si chiude: il PMRoberto Pennisi chiede l’archiviazione: il giudice delle udienze preliminari, Rinaldo Merani, accoglie la richiesta . Nel frattempo si sono diffuse le foto, agghiaccianti, del luogo del decesso. Marcello ha il volto tumefatto, otto costole rotte, sterno, polso e mandibola fratturati, due denti spezzati, ferite ovunque e due “buchi” in testa. “In uno – racconta la madre – c’era della vernice blu. Da dove proveniva? Nessuno indagò. Io mio figlio non l’ho fatto con la vernice blu in testa”.

Maria scrive al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, livornese come lei: non otterrà risposta. L’avvocato di Maria, Vittorio Trupiano, scriverà: “In quelle foto ci sono i segni di vere e proprie vergate, striature viola sulla pelle gonfia e rialzata… ecchimosi che possono essere state fatte solo con un bastone, un manganello. Certo, non sono i segni di una caduta“.

La madre del ragazzo ha una sola opportunità per riaprire il caso: denuncia il pm di Livorno Roberto Pennisi (magistrato di turno la notte del decesso), il medico legale Bassi Luciani (che eseguì l’autopsia) e un agente di polizia penitenziaria il cui nome non risulta chiaro negli atti (Giudice Nicola o Nobile Nicola). La denuncia viene archiviata, ma vi si riscontrano elementi che potrebbero “avere una qualche rilevanza ai fini della riapertura delle indagini”. Il caso Lonzi viene riaperto.

E’ la madre del ragazzo a chiedere la riesumazione del cadavere allo scopo, si legge, di “verificare se sul tessuto osseo, ancora intatto, siano rilevabili tracce e segni di percosse”. E’ il 2006.

Ed è Marco Salvi, specialista in medicina legale, a effettuare una perizia sul corpo. La relazione evidenzia molti aspetti non presi in considerazione durante la prima autopsia. 

Salvi scriverà che “lo stato dei luoghi, la posizione del cadavere e la presenza di multiple lesioni traumatichenon depongono per un improvviso malore con caduta al suolo e decesso del paziente”. O ancora: “A modesto parere dello scrivente, non sembra siano state analizzate con la dovuta attenzione le innumerevoli macchie di sangue presenti, facilmente evidenziabili anche solo dai rilievi fotografici. Non risulta, infatti, che sia state riscontrate le strutture rigide dove il soggetto avrebbe urtato al momento della caduta al suolo. Stante la grossolanità delle lesioni non è possibile ipotizzare che non abbiano lasciato traccia sull’oggetto, struttura, manufatto o infisso che ha agito da mezzo contundente”.

Nella casistica personale del dottor Salvi, di alcune centinaia di morti improvvise con caduta al suolo nelle circostanze più disparate, e nella letteratura medico legale “non esistono casi di soggetti che perdono i sensi e cadono al suolo procurandosi tre distinte lesioni contusive, oltretutto di quella forma e profondità. Nel caso in esame, pertanto, a fronte di una evidente ed assoluta anomalia delle lesioni riscontrate sul soggetto, nulla è stato fatto per repertare e documentare sul luogo dei fatti la “struttura contusiva” priva di forza viva ma di forma così particolare, capace con “un solo urto” di cagionare tre distinte lesioni lacero contuse. A tali lesioni del volto dobbiamo aggiungere, inoltre, la frattura della II costa sinistra, che si trova in parte protetta dalla clavicola e che non può fratturarsi in quella posizione per una caduta al suolo o per un urto contro un qualcosa, così come non si frattura isolatamente nel corso di un massaggio cardiaco su soggetto giovane e quindi con gabbia toracica elastica”.

Troppe le incongruenze con la versione ufficiale, insomma. “Ma non basta: il 19 maggio del 2009 – spiega Maria – il Procuratore Capo chiede l’archiviazione del caso. Rinaldo Merani, ancora una volta, lo fece. Stavolta dichiarando che mio figlio avrebbe avuto un “forte infarto”. Ma che vuol dire forte infarto?”. Stessa sorte in Cassazione e, infine, lo scorso 18 aprile alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che dichiara irricevibile il ricorso: “La decisione della Corte – si legge nel provvedimento – è definitiva e non può essere oggetto di ricorsi davanti alla Corte, compresa la Grande Camera, o ad altri organi”. Perché?

Il caso di Marcello Lonzi, dunque, non ha mai avuto un regolare processo: per due volte il GUP (Giudice per l’udienza preliminare) e per una la Corte Europea hanno deciso che la morte del 29enne non meritasse maggiori approfondimenti, avallando la tesi del malore e ignorando le considerazioni del dottor Salvi. Eppure basta dare un’occhiata alle agghiaccianti foto di Marcello per rendersi conto di quanto sia stato anomalo quell’infarto…

Maria Ciuffi, tuttavia, non si arrende: “Io sono sola al mondo – racconta ad AgoraVox -: non ho un marito, non ho altri figli. Vivo ormai per trovare la verità sulla morte di Marcello: io credo che il caso abbia subìto troppi insabbiamenti, che ci siano troppe incongruenze nelle testimonianze. Marcello è stato ucciso? Ha subìto un’omissione di soccorso? Cosa è accaduto davvero quel giorno? Altro che forte infarto… Io voglio andare a processo”.

“Mio figlio non era un santo, ma stava pagando il suo conto. Marcello venne picchiato il giorno che venne catturato, fu la sua compagna a raccontarmelo. Lo sentiva urlare nell’altra stanza “Vi prego, basta”. Sentiva le botte. Mi hanno raccontato che il giorno della sua morte, l’11 luglio, discusse con un secondino: io credo che abbiano voluto fargliela pagare. Alle 14 sparì dalla sua cella, è agli atti degli interrogatori, e il PM Antonio Giacomini disse che era a colloquio. Impossibile: a quell’ora non c’erano colloqui. Dove era mio figlio?”.

E perché il compagno di cella di Marcello Lonzi (a cui vennero dati dei giorni di permesso premio dopo la morte del ragazzo) prima dichiarò: “Io dormivo ed ho sentito un tonfo in terra”, poi a Maria Ciuffi, fuori dal carcere, raccontò: “Mi trovavo nelle docce”. Dove si trovava il ragazzo: nelle docce o in branda? Sa qualcosa che non ha ancora detto?

Anche l’orario del decesso non è chiaro: è morto tra le 19.40 e le 20.14 come dichiarato dagli agenti oppure, come dichiarato da alcuni detenuti, intorno alle 15.30? E perché durante la prima autopsia furono riscontrate solo due costole rotte, anziché 8? “Quando lo chiesi al magistrato – spiega Maria – mi rispose: signora, è stata una svista”.

E chi erano gli uomini che a lungo seguirono Maria Ciuffi ogni volta che si metteva alla guida della sua auto: lei giura di saperlo. “Erano secondini, li ho riconosciuti”.

Insomma, a nove anni di distanza il caso di Marcello Lonzi è avvolto da troppi misteri, nonostante le archiviazioni che si sono susseguite negli anni. Neanche la recente sentenza che ha condannato gli agenti colpevoli dell’omicidio di Federico Aldrovandi è riuscita a dare speranza a Maria Ciuffi: “Un tempo avevo piena fiducia per la giustizia. Ora no, sono sola nella mia battaglia. Nonostante il caso Aldrovandi, ho capito che per avere giustizia in questo Paese occorrono molti soldi e molte conoscenze in alto. Questo è il mio pensiero”.

 

Ps: E’ possibile sostenere la battaglia di Maria Ciuffi anche economicamente, facendo un versamentosul conto postepay numero 4023600587163637, codice fiscale CFFMRA52H51G702E, intestataria Maria Ciuffi.