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Solidarietà a Barbara D’Urso

Schermata 11-2456259 alle 14.07.07-2Solidarietà a Barbara D’Urso, attaccata dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio Bruno Tucci per l’intervista di ieri a Silvio Berlusconi. Intervista brutta, grezza, con domande  a dir poco imbarazzanti: la più scomoda dev’essere stata quel “Presidente, mi si è fidanzato” al quale Papi ha risposto “Sì”, senza esitare.  Silvio ha finalmente messo la testa a posto.

Solidarietà a Barbara D’Urso, improvvisamente diventata agli occhi dell’ODG un cattivo esempio di giornalismo. “Quanti sono – chiede Tucci – i giornalisti di Mediaset? Voglio dire tra Canale 5, Rete 4 e Italia 1? Piu’ di cento, piu’ di duecento? Non lo so. Comunque tanti e tutti bravi, se non eccellenti. E molti di questi iscritti all’Ordine del Lazio che ho l’onore di presiedere. Ebbene, come mai l’ex premier Silvio Berlusconi è stato intervistato lungamente nel pomeriggio di domenica da una presentatrice, bravissima nel suo lavoro, ma assolutamente estranea al nostro mondo?“. Come fosse la prima volta che un “estraneo al mestiere” realizza un’intervista.

E ancora, Tucci prosegue: “Che cosa ne pensano i colleghi, come ad esempio Clemente Mimun, direttore del Tg5, e cioè della testata che spesso riesce a superare negli ascolti persino il Tg1? Non ritiene che questo sia uno schiaffo non solo a lui, ma a tutti i redattori del suo telegiornale? Come presidente dell’Ordine del Lazio (che insieme con la Lombardia ha il maggior numero di iscritti) protesto in modo vibrato rivolgendomi anche al segretario ed al presidente della Federazione della Stampa (il nostro sindacato), affinché violazioni del genere non si ripetano mai più in futuro, alla vigilia di un’aspra e delicata campagna elettorale”.

Solidarietà a Barbara D’Urso, perché l’Ordine dei Giornalisti la considera incapace al cospetto dei “draghi” di Mediaset: come non inchinarsi di fronte alle inchieste di Studio Aperto o del TG5? Come non invidiare a queste testate il lavoro “scomodo” alla ricerca di balene spiaggiate, tanga brillantinati, cani  parlanti. Oppure le coraggiose interviste finora fatte a squali del calibro di Mario Monti, Mario Draghi, Pierluigi Bersani. Bene, solidarietà a Barbara D’Urso perché io non la considero meno “graffiante” di Clemente Mimun, Mario Giordano e Paolo Liguori. Cani da guardia di questo brandello di carne che è diventato la democrazia. Cani che al brandello ogni tanto staccano un pezzo.

Solidarietà a Barbara D’Urso, quindi, anche perché il suo lavoro è stato encomiabile al confronto di quello di tanti altre reporter “embedded”. In fondo l’ha ammesso lei stessa: “Sono una di famiglia”. Un applauso alla sincerità. Solidarietà, perché c’è qualcuno che pensa che Bruno Vespa, giornalista professionista, sarebbe stato più professionale in un’intervista a Berlusconi. E anche perché l’altro lato della medaglia ci propone, magari, quel Floris antiberlusconiano Doc, ma ligio alla logica del bipolarismo, che mai in una sua trasmissione si è scomodato ad invitare qualche voce radicalmente fuori dal coro. Se non sei del Pdl, sei del Pd. Per non parlare del giornalista professionista  Claudio Pagliara, che da un lussuoso hotel di Tel Aviv ci ha fatto sapere che Israele innaffiava con fosforo bianco i cittadini di Gaza per “legittima difesa”.

Solidarietà a Barbara D’Urso, perché almeno qualche domanda l’ha fatta. Oltre un anno fa il quotidiano La Repubblica ci propinò le virtù salvifiche di un signore  di nome Mario Monti, che in meno di 400 giorni è riuscito ad abbattere, insieme allo spread, molti diritti dei cittadini, conquistati in un secolo di lotte. Così curarsi costerà di più, studiare anche. Lavorare in fabbrica a 1200 euro al mese sarà un lusso. Si potrà godere della pensione a 70 anni, già vecchi e malati, mentre i giovani continueranno a spedire curriculum inutilmente ovunque. E anche il debito pubblico è aumentato, perché Super Mario ha dovuto finanziare le banche greche e spagnole coi nostri soldi. Ma da Ezio Mauro quante critiche a Monti avete letto sul suo quotidiano?

E chissà chi sono i giornalisti professionisti, iscritti all’Ordine, di cui l’ex dirigente dell’Eni Scaroni dice: “Da quel che ho potuto verificare di persona l’Eni paga molti giornalisti attraverso le consulenze ed alcuni addirittura li aiuta a sistemarsi, a fare carriera nei giornali ed in televisione in modo che poi abbiano un occhio di riguardo”. E poi: “Pensi che i più importanti quotidiani italiani inviano anticipatamente all’ufficio stampa dell’Eni gli articoli che riguardano l’azienda”. 

Insomma, solidarietà a Barbara D’Urso. Al confronto con certa gente, che l’Ordine dei Giornalisti difende a spada tratta, è una con due palle così.

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Non erano nel Pantheon dei “fantastici cinque” delle primarie…

Come scrive Alessandro Gilioli sul suo blog:

si è poi appreso che il Pantheon dell’alleanza è composto da Alcide De Gasperi, Giovanni Marcora, Tina Anselmi, Nilde Iotti, Nelson Mandela, Lina Ben Mhenni, Carlo Maria Martini e Angelo Roncalli. Tutte belle figurine, ma l’odore di incenso era un po’ troppo forte per i miei gusti.

Condivido. Non andrò a votare alle primarie, ma un po’ mi scoccia constatare che il centrosinistra abbia rinnegato il suo passato e si vergogni delle sue radici, che prima di tutto stanno nel Movimento Operaio. Ma tant’è, fortunatamente non siamo obbligati ad aderire al pensiero unico…

Allora stamattina, con l’amico Antonio Moscato – unico titolare di una cattedra in Storia del Movimento Operaio dell’Università italiana – (oltre che Storia Contemporanea e Storia dei Paesi Afroasiatici, nonché di un seguito blog), ci siamo divertiti (io da allievo, lui da maestro) a stilare il pantheon delle figure di riferimento della sinistra, quella vera. Ve lo proponiamo:

Sì, mancano papi, cardinali e compagnia bella.

Riporto di seguito il testo integrale del documento “Un secolo di conquiste operaie”, scaricabile anche dal blog del professore a questo link.

Le conquiste di un secolo di lotte operaie

Difficile elencare nello spazio di un articolo tutte le conquiste del movimento operaio che si sono avute nel giro di un secolo, che sono molte e su diversi terreni. Occorre precisare comunque che quando parliamo di “un secolo”, questo non coincide esattamente con il Novecento, dato che molte lotte sono cominciate negli ultimi due decenni del XIX secolo, e che negli ultimi due decenni una parte di esse sono state cancellate o attaccate.

Non tutte hanno avuto la stessa importanza: ad esempio quelle salariali sono state in molti periodi consistenti, ma sono state più facilmente vanificate: soprattutto nei periodi di crisi economica e di forte inflazione sono state rimangiate rapidamente dal padronato che ha ridotto con vari meccanismi il salario reale. Ad esempio in Francia negli anni Trenta: la grande ondata di scioperi dilagati a macchia d’olio e culminati nell’occupazione di moltissime fabbriche del giugno 1936, dopo la vittoria del Fronte Popolare, aveva ottenuto grandi aumenti salariali, la settimana di quaranta ore, le ferie per la prima volta pagate, ecc. Ma quelle conquiste furono erose dapprima e poi cancellate, una volta modificato il clima politico: quando dopo oltre due anni di immobilismo dovuto alla concertazione i sindacati tentarono uno sciopero generale nel novembre 1938, la risposta fu debole e il governo (il cui asse si era spostato progresivamente a destra) poté cancellare con una nuova legge quel che aveva dovuto concedere sotto la pressione della mobilitazione operaia. Soprattutto sul piano salariale ciò è accaduto sistematicamente in breve tempo, tranne nei periodi e nei paesi in cui c’era un meccanismo automatico di difesa, come la nostra scala mobile, la migliore d’Europa, conquistata come “sottoprodotto” del grande spostamento a sinistra seguito alla caduta del fascismo, in cui la classe operaia aveva avuto un ruolo determinante sia con i grandi scioperi del marzo 1943, sia con la sua partecipazione determinante alla resistenza.

Anche le leggi che hanno regolato le condizioni di lavoro, perfino quando sembravano concesse dall’alto, erano sempre il riflesso di una crescita della combattività operaia: il caso più recente è lo Statuto dei diritti dei lavoratori in Italia: il progetto era in discussione da anni, ma trovava sempre resistenze in molti settori del governo, e non sarebbe mai stato concepito in quei termini se non in un contesto di straordinaria conflittualità, di cui si ricorda oggi solo l’Autunno caldo, ma che era iniziata con le vivacissime lotte aziendali che nel 1967 e 1968 avevano fatto saltare le pastoie inserite nei contratti di categoria del 1966. Pur essendo stato pensato inizialmente per regolare e arginare i conflitti, lo Statuto dei diritti dei lavoratori finì per registrare i nuovi rapporti di forza, e assicurare una protezione legale fino a quel momento inconcepibile. La radicalizzazione dei giovani magistrati nel corso degli anni Settanta fece il resto, permettendone un’applicazione integrale e perfino estensiva. Ma esperienze del genere sono state fatte – in diversi periodi – in molti paesi.

Altre conquiste come il controllo sulla nocività e le condizioni di lavoro (ritmi, ecc.), la lotta contro il cottimo, ecc. sono state condotte dal basso in vari periodi: in Italia, soprattutto nel primo dopoguerra, quando sorse il movimento dei delegati di reparto con epicentro Torino, e poi negli anni Sessanta e Settanta, per recuperare quanto era stato perduto per la scelta sindacale nel secondo dopoguerra di privilegiare le rivendicazioni salariali rispetto all’intervento sulle questioni dell’organizzazione del lavoro. La svolta che portò alla correzione, per quanto riguarda la CGIL, fu fortemente voluta da Giuseppe Di Vittorio, che seppe reagire rapidamente ed efficacemente alla pesante sconfitta della FIOM nelle elezioni alla FIAT del 1955 con una riflessione autocritica dura e sincera.

Perfino il sistema previdenziale, oltre ad essere stato migliorato nel corso di molti momenti di crescita della forza operaia, è stato di per sé stesso una conquista operaia almeno indiretta. Agli albori del capitalismo non c’era infatti nessuna forma di assistenza, né in caso di infortunio o malattia (chi si ammalava o rimaneva menomato anche gravemente a causa del lavoro poteva contare solo sulla solidarietà dei compagni di lavoro o dei familiari). Lo stesso accadeva in caso di morte dovuta a un incidente sul lavoro. Chi era licenziato per vecchiaia o arbitrio padronale non riceveva nulla. Per questo le prime forme di associazioni dei lavoratori furono le Società di mutuo soccorso, organizzate per conto proprio o con l’aiuto di società filantropiche religiose o laiche.

Tuttavia queste associazioni permettevano anche una prima elevazione della coscienza di classe, e assumevano spesso tra i propri compiti quello di assistere economicamente i licenziati o gli scioperanti (fondi di resistenza, ancor oggi presenti nei sindacati tedeschi o nordamericani). Così uno dei più accaniti nemici della classe operaia, il cancelliere tedesco Otto von Bismarck, mentre rendeva difficile la vita del partito socialdemocratico con leggi eccezionali (rimaste in vigore tra il 1878 e il 1890), introduceva con una serie di leggi l’assicurazione contro gli infortuni e le malattie, a cui sarebbe seguito poi un vero e proprio sistema pensionistico. L’obiettivo era quello di strappare quei settori all’autorganizzazione operaia, e di combattere l’influenza tra di loro del partito socialista e dei cattolici (oggetto anch’essi di una campagna discriminatoria), ma intanto consentiva l’estensione a tutti i lavoratori di una copertura previdenziale (osteggiata ferocemente dal padronato più miope). Il sistema fu poi introdotto in tutti gli altri paesi europei.

Ancora oggi rimane qualche traccia del sistema mutualistico diretto in alcune categorie (in Italia tra i ferrovieri, i giornalisti, ecc.), attaccato quando consente una copertura maggiore dei rischi. Nulla a che vedere con gli attuali progetti padronali e governativi di sostituire il sistema previdenziale e sanitario pubblico con assicurazioni private, che non sarebbero un ritorno a un passato glorioso di autorganizzazione, ma solo un mezzo per drenare risparmi operai a beneficio di fondi pensione speculativi collegati ai grandi gruppi finanziari e assicurativi, magari utilizzando i TFR (trattamenti di fine lavoro), cioè somme accantonate e spettanti di diritto a chi ha lavorato per tutta una vita. Il modello è quello privatistico degli Stati Uniti, costosissimo, e che quindi esclude gran parte della popolazione da ogni possibilità di assistenza, e che nel migliore dei casi restituisce solo quanto è stato versato senza nessun beneficio aggiuntivo, anche se le ingenti somme raccolte sono state investite in operazioni fruttuose.

Gli stessi diritti democratici, come il diritto di voto (suffragio universale esteso dapprima a tutti gli uomini, poi dopo lotte lunghissime anche alle donne), sono stati una conquista dei lavoratori, che si sono battuti duramente per ottenerli, e non furono certo concessi spontaneamente dai detentori del potere. Nel secolo scorso in tutti i paesi d’Europa il diritto di voto era legato al censo, e riservato a piccole minoranze di possidenti. Solo intorno alla prima guerra mondiale (in Italia nel 1919), in un clima di grandi agitazioni e con lo spettro di un’estensione della rivoluzione russa, si ottenne il suffragio universale maschile, ma per molto tempo ogni parziale concessione era stata subordinata a varie condizioni: ad esempio era necessario dimostrare di saper leggere e scrivere, cosa che spinse molti socialisti a impegnarsi in uno sforzo per l’alfabetizzazione (che lo Stato non si preoccupava certo di estendere alle classi subalterne).

La lunga lotta intorno all’orario di lavoro

La più importante delle conquiste operaie è stata comunque la riduzione d’orario a 8 ore, strappata dopo decenni di durissime e tenaci lotte. Nelle società pre-capitalistiche ogni contadino o artigiano libero lavorava in genere solo il tempo strettamente necessario alla produzione dei mezzi di sostentamento, mentre il capitalismo fin dalla sua nascita tende a prolungare al massimo l’orario di lavoro.

Per decenni, i critici di Marx hanno deriso la sua tesi che parlava di una tendenza costante del capitale al prolungamento dell’orario di lavoro, affermando che era stata smentita dai progressi continui della condizione operaia, tra cui una consistente riduzione dell’orario di lavoro. In realtà, bastava guardare fuori delle grandi metropoli imperialiste per trovare tutt’altra situazione. E oggi la tendenza del capitalismo ad allungare la giornata lavorativa (magari attraverso ore di straordinario) è visibile anche all’interno dei paesi più sviluppati.

Per capire se Marx si sbagliava veramente, dobbiamo vedere come e perché si sono determinate alternativamente riduzioni e prolungamenti dell’orario di lavoro nei diversi periodi.

Nei secoli che precedono la rivoluzione industriale, ogni norma stabilita dai regnanti tendeva ad allungare la giornata lavorativa, rispetto alle consuetudini consolidate fin dal periodo medievale, basate sui cicli naturali. Per secoli infatti si era lavorato senza orari rigidi, orientandosi sulla durata della luce diurna, ma anche lasciando molto spazio per pause nella giornata e soprattutto nel corso dell’anno, grazie alle numerosissime festività religiose.

Quando, dopo secoli di sforzi per prolungarlo per legge, nei primi decenni del secolo XIX sono cominciati i decreti per ridurre l’orario di lavoro, almeno per le donne e i bambini, non c’era ancora un movimento operaio organizzato. Erano gli stessi governi più lungimiranti ad essere preoccupati per il continuo deterioramento della salute operaia, e quindi per la stessa riproduzione della forza lavoro: la causa era soprattutto l’inizio del lavoro molto prima della pubertà, con orari prolungatissimi e ritmi tremendi.

Due fattori avevano portato, tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del successivo, a un allungamento abnorme dell’orario di lavoro: la necessità per i capitalisti di recuperare rapidamente quanto avevano investito in costosi macchinari, e la sovrabbondanza di manodopera creata, ad esempio, dai filatoi e dai telai, che producevano con un solo operaio quello che appena pochi decenni prima veniva prodotto da quindici o venti persone. È allora che cominciano le giornate di quindici o diciotto ore lavorative, e i capitalisti riescono a imporre, con lo spettro del licenziamento, l’eliminazione delle tradizionali pause per mangiare o riposarsi. E se ne vedono presto le conseguenze, in termini di aumento vertiginoso della mortalità sul lavoro, delle malattie professionali, delle malformazioni dei giovani proletari, dovute sia al lavoro precoce, sia alla cattiva alimentazione, sia a fattori ereditari, dato che da genitori malnutriti e ammalati difficilmente nascono figli sani.

La prima vera legge che tenta di regolamentare e porre un limite all’orario di lavoro viene promulgata in Inghilterra nel 1833. In base ad essa, la “giornata lavorativa ordinaria di fabbrica nel settore tessile” doveva “cominciare alle cinque e mezzo di mattina e finire alle otto e mezzo della sera”; il lavoro dei fanciulli dai nove ai tredici anni venne limitato a otto ore al giorno, ma nell’arco delle quindici ore. Tra il 1802 e il 1833 erano già stati emanati dal parlamento inglese ben cinque Acts sul lavoro ma – dato che non era stato stanziato neanche un soldo per la loro esecuzione legale, per un corpo efficiente di ispettori, ecc. – erano rimasti lettera morta. In realtà, neppure la legge del 1833 venne applicata sistematicamente, dato che gli stanziamenti per gli ispettori del lavoro, che finalmente c’erano, non erano sufficienti a garantire un controllo sistematico, al sicuro da ogni tentativo di corruzione.

Un’abbondante documentazione conferma che, grazie alla fortissima concorrenza della massa dei lavoratori espulsi dalle campagne o immigrati dall’Irlanda, gli orari effettivi superavano di molto quelli fissati ripetutamente sulla carta (ad esempio, ancora nel 1844 e nel 1847). Infatti, se nei secoli precedenti restavano vani i decreti per il prolungamento dell’orario, ora erano quelli per ridurlo entro limiti sopportabili dall’organismo umano a essere disattesi.

La realtà era ben diversa da quella prevista dalla legislazione: ancora nel 1860, si doveva presentare una “petizione affinché il tempo degli uomini sia limitato a diciotto ore quotidiane”. Dalle denunce fatte allora risultò che anche fanciulli di nove o dieci anni venivano svegliati molto prima dell’alba e fatti lavorare fino a notte inoltrata. Le proteste degli industriali comunque erano state violentissime. Avevano preannunciato il fallimento di ogni attività industriale e denunciato “con alte grida il bill delle dodici ore del 1833 d’essere un regresso verso i tempi delle tenebre”, cioè alle condizioni esistenti prima dell’intensificazione dello sfruttamento capitalistico.

I fabbricanti del settore della seta, peraltro, avevano chiesto subito una deroga sull’età minima, asserendo che “la delicatezza del tessuto esige nelle dita una leggerezza di tocco” che si perde con gli anni (i bambini pakistani che cuciono i palloni o quelli turchi che lavorano per Benetton non sono una novità!). La legislazione inglese dal 1833 al 1864 impose, tra nuove grida di disperazione degli industriali, successive limitazioni all’orario legale, sistematicamente aggirate perché il parlamento votava la legge ma non stanziava fondi sufficienti a creare un efficace ispettorato del lavoro. Ecco perché la deroga era “normale”.

Su proposta di Marx, nel I Congresso dell’Internazionale (Ginevra 1866) era stata votata una risoluzione che sosteneva che “la limitazione dell’orario di lavoro è la condizione indispensabile perché gli sforzi per emancipare i lavoratori non falliscano. Di conseguenza, veniva proposto che il limite legale per l’orario di lavoro fosse di 8 ore.

Una vera e propria lotta organizzata su scala internazionale per le otto ore cominciò tuttavia solo quasi venti anni dopo, con il Congresso internazionale socialista tenutosi a Parigi nel 1883. In questa fase, l’elemento trainante era rappresentato dai delegati degli Stati Uniti e dell’Australia, dove la sensibilizzazione sulle otto ore era da tempo molto forte e si erano ottenuti risultati notevoli, anche se solo in certe categorie e non definitivi. Negli Stati Uniti, già nel 1861 si erano formate le Leghe per le otto ore, poi l’iniziativa passò all’American Federation of Labor, che nel 1888 lanciò una nuova campagna per le otto ore, basata sull’idea che ogni anno bisognava concentrare le energie in un solo settore industriale, in modo che gli scioperanti sarebbero stati aiutati finanziariamente dai sindacati delle altre categorie (l’idea era quella di scioperi a oltranza e non puramente dimostrativi, come in genere si proponeva in Europa). Per effetto delle notizie portate dai delegati d’oltreoceano, si rafforzò anche in Francia una tendenza a porre la rivendicazione subito e in modo deciso. Nel corso dei due congressi che si tennero a Parigi nel 1889 (uno anarchico, l’altro socialista) tutti si pronunciarono a favore di una giornata internazionale di lotta per le otto ore. Entrambi i congressi accettarono la data del 1° maggio 1890 proposta dall’AFL nel congresso di St. Louis del dicembre 1888. Quanti se ne ricordano ancora, che il 1° maggio è nato come giornata internazionale di lotta per la riduzione d’orario?

Nell’agosto 1891 un nuovo congresso socialista internazionale riunito a Bruxelles, in cui erano presenti 337 delegati di 15 paesi, tracciò un bilancio delle mobilitazioni del 1° maggio di quello stesso anno e di quello precedente, trasformando la celebrazione in una scadenza fissa annuale, pur concedendo ai molti burocrati recalcitranti che in quel giorno i lavoratori dovevano scioperare “dappertutto eccetto dov’è impossibile”: una frase lapalissiana, che sottintendeva che ogni organizzazione locale aveva la libertà di decidere che era impossibile, senza violare le decisioni comuni.

Per ottenere le otto ore ci sarebbero voluti ancora decenni di lotte e di sangue. I primi risultati in tutto il mondo furono frutto di lotte di categoria in situazioni di pieno impiego: in Inghilterra edili e meccanici strappano nel 1872 le nove ore, mentre in Russia bisogna aspettare il 1882 per imporre almeno le prime limitazioni al lavoro minorile e femminile. Solo nel 1896-1897 i tessili di Mosca conquistano le undici ore e mezzo. Eppure, sarebbero stati i lavoratori russi a ottenere per primi le otto ore, con la Rivoluzione del 1917!

È significativo che la giornata di otto ore, nella primavera del 1917, non fu richiesta al padronato o al governo provvisorio, ma imposta dal basso: gli operai rivoluzionari, al termine delle otto ore, suonavano la sirena per dare il segnare di uscire, e tutti uscivano. In pochi giorni, i padroni che avevano necessità di produrre dovettero fare buon viso a cattivo gioco e assumere operai sufficienti per istituire un terzo turno (si lavorava allora in due turni di dodici ore!).

Durante la prima guerra mondiale, in tutta l’Europa – Italia compresa – si era tornati alle dodici ore (dalle 6 del mattino alle 6 di sera e viceversa) nel lavoro a turni, con orari ancor più pesanti nella piccole manifatture. L’impatto della Rivoluzione russa fu enorme anche su questo terreno (oltre ad avere dimostrato che fare cessare la guerra era possibile) e, nel giro di pochi anni, la maggior parte dei paesi europei stabilirono la giornata di 8 ore. La “grande paura” del contagio della Rivoluzione russa aveva spinto a concessioni sostanziali quegli stessi capitalisti che avevano sempre gridato che un’ora in meno alla settimana li avrebbe mandati in rovina.

Dove può e quando può, il capitalismo tenta ancora di prolungare l’orario di lavoro, col ricatto della disoccupazione, ma anche facendo leva sul bisogno di salario per trasformare gli “straordinari” in una norma almeno settimanale se non quotidiana. Per questo, proprio quando c’è sovrabbondanza di manodopera disoccupata, e la forza contrattuale degli operai è minore, gli orari si allungano.

Non parliamo solo della Corea del Sud, o dell’Indonesia (che comunque, nonostante gli orari di 60 o 72 ore settimanali sono entrare ugualmente in crisi). Accade tuttora anche in Italia, con evidenti danni alla salute dei lavoratori, e soprattutto ai livelli di occupazione. L’ideale per il capitalismo è fare lavorare il minor numero di operai, magari pagandoli qualcosa in più, per tenere fuori gli altri, come riserva che per disperazione un domani può accettare di rinunciare ad altre conquiste acquisite. E utilizzando inoltre manodopera straniera senza diritti per abbassare ulteriormente i salari e allungare l’orario, da un lato, introducendo elementi di divisione per scagliare i “privilegiati” contro gli altri.

Durante la fase ascendente del capitalismo, nel primo paese in cui si è sviluppato su larga scala durante la “rivoluzione industriale”, un ruolo particolare nella formazione del cosiddetto “esercito industriale di riserva” lo avevano i proletari irlandesi, soprattutto quando furono sospinti in massa verso l’Inghilterra (ma anche gli Stati Uniti) dalla grande carestia del 1847, provocata da una malattia che aveva distrutto le patate, da oltre un secolo quasi unico alimento dei poveri. Derisi dalla piccola borghesia per la loro sporcizia (ma come potevano essere puliti nei tuguri in cui vivevano, gli unici alla loro portata?) e odiati dagli operai inglesi meno coscienti perché la loro miseria li spingeva ad accettare salari bassissimi, servivano tuttavia ai capitalisti, che grazie a loro potevano puntare al ribasso generale dei salari.

È lo stesso ruolo che oggi hanno in Italia e in Europa gli extracomunitari, ai quali si negano i più elementari diritti e di cui si parla malissimo, ma che vengono lasciati venire in navi che non hanno nulla da invidiare a quelle dei negrieri, negando loro il permesso di soggiorno anche temporaneo, per poterli sfruttare meglio, perché non possono ricorrere a nessuna autorità. È il ruolo che hanno avuto gli italiani negli Stati Uniti, in Argentina, e anche in diversi paesi europei. Peccato che la maggior parte degli italiani sembrano aver dimenticato le umiliazioni e lo sfruttamento feroce subiti da milioni di connazionali nel mondo, e soprattutto che “solo uniti si vince”!

Lecce 7 dicembre 1999

Antonio Moscato

I Cazzi amari di Silvia Deaglio, figlia per niente choosy di Elsa Fornero

 

Qualche simpaticone ha inviato una lettera di minacce alla figlia della Fornero, scrivendo “‘Quando arriverà il furore del popolo saranno cazzi amari”.

Silvia Deaglio, figlia della ministra, è quella che a 30 anni insegna all’università di Torino, la stessa dove lavorano mamma Elsa e papà Mario; la ragazza che DA SOLA è riuscita a ottenere finanziamenti ministeriali per 500mila euro nel 2008 e p

iù di 400mila nel 2009. Quella che la Compagnia San Paolo (cui vice presidente era mamma) finanziò un progetto di ricerca 120mila euro. Quella che la “Human Gentics Foundation”, creatura della Compagnia stessa, ha garantito il posto da responsabile di unità di ricerca affidandole un progetto da 190mila euro.

Silvia mica è choosy come noi: lei non è stata schizzinosa affatto quando si è intascata quasi un milione e mezzo di euro in pochi anni.

Dai Silvietta, un po’ di “cazzi amari” non potranno che farti bene.

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il 5 settembre di un anno fa iniziavo a lavorare come operaio in una importante cantina della mia zona, la Moncaro. Turni da 17 ore massacranti, compresi di sabati e domeniche, e successivamente turni di notte per 28 giorni consecutivi, senza mai riposare. Mi sono valsi qualche stipendio decente, un gruzzoletto buono per la lunga – e cara – permanenza a Parigi. Mi sono valsi però anche l’umiliazione dello sfruttamento, visto che l’azienda mi fregò 1000 euro dalla busta (non pagandomi il dovuto i turni di notte) e poi mi licenziò via sms, con grande “eleganza”. “Non servi più, addio”.

Nel frattempo ho lavorato come giornalista a Parigi per 7 mesi. Ho scritto di temi importanti: una 60ina di pezzi firmati e qualche centinaio sotto pseudonimo. Ho scritto di Caccia F-35, guerre segrete degli USA, repressione, diritti umani, Alta Velocità, ho fatto interviste interessanti.

Mi dicevo: basterà per ottenere qualche colloquio al ritorno in Italia con dei giornali. Solo per proseguire su un cammino iniziato nel 2006 nel giornalismo. Invece col cazzo: tutto tace. Mi rimetto alla ricerca di qualcos altro, mentre si avvicina a passi da gigante il giorno in cui davvero mollerò tutte le speranze. Adelante…

Anonymous sottrae dati sensibili all’Ilva di Taranto. L’AZIENDA HA MANIPOLATO I DATI SU DIOSSINA E FURFURANO

INCHIESTA PUBBLICATA SUL BLOG UFFICIALE DI ANONYMOUS ITALIA
#Italy & #OperationGreenRights sta indagando sul database ILVA
A seguito delle nostre ricerche, emerge che i grafici dei valori delle polveri sono stati manipolati. Ancora una volta, gli interessi economici e l’avidità di padroni e Istituzioni, relegano in secondo piano i Diritti umani e ambientali. In nome del profitto, la menzogna e l’inganno divengono routine.
Nella grande maggioranza dei casi, i valori riportati rimangono molto al di sotto delle soglie di legge ma la variazione è minima.
In altre parole, rilevazioni compiute a settimane di distanza l’una dall’altra, in condizioni atmosferiche diverse, non presentano variazioni significative degli agenti inquinanti.
Ciò chiaramente induce a pensare ad una manipolazione dei rilevamenti effettuati.
Nel caso della valvola CK2NO2 , invece, vediamo che la rilevazione della concentrazione ambientale di contaminanti sale di giorno in giorno fino ad arrivare a quota 561.3 il 31 di Maggio 2012.
Il limite è fissato a 600.
Dai dati estrapolati, inoltre, si evince come Ilva abbia deliberatamente aumentato il valore della soglia di tolleranza iniziale, che passa da 640 a 800
L’andamento dei dati rende plausibile analoghi incrementi delle emissioni dell’inquinante anche nei mesi successivi (superando, in data attuale, i valori limite di molti punti).
A tal proposito segnaliamo che ILVA ha cancellato dal propio database la cronologia dei rilasci di contaminanti (furfurani) rilevati dalla valvola CK2SO2 a giugno.
Tutto ciò costituisce un indizio  del fatto che Ilva ha volutamente cancellato dai database dati compromettenti.
Possiamo quindi asserire non solo che Ilva ha avvelenato operai e cittadini di Taranto, ma persino che ha anche agito in modo tale da oscurare la verità a spese della salute pubblica e dell’ambiente.

Le valvole in questione servono a misurare le concentrazioni di diossine, in particolare di furano. Il furano o furfurano (nome comune dell’ossido di divinilene) è un contaminante ambientale persistente di tipo organico che decade naturalmente in benzofurani policlurati, i quali son associabili alle diossine.

Già naturalmente, il furfurano è volatile a temperatura ambiente e le concentrazioni rilevate sono comparabili a quelle di un disastro ambientale.
L’azione del furfurano non è solo cancerogena: la sola concentrazione del prodotto volatile basta ad incrementare di una considerevole percentuale il presentarsi di malattie pneumologiche croniche, disordini immunologici atipici o persino malattie neoplastiche, ma è anche teratogena, ovvero causa problemi fetali.
Invitiamo gli operai dell’ILVA a meditare sulla teratogenia dei furani, poiché mettono a rischio anche i loro futuri figli, oltre che loro stessi; il genoma corrotto può dare origine a deformità, malattie immunologicamente congenite e persino incrementare la probabilità di contrarre malattie neoplastiche nei nascituri.
Lottare per difendere non solo il posto di lavoro ma anche la salubrità, è un diritto e un dovere allo stesso tempo.
Chi ricatta i propri dipendenti obbligandolia scegliere fra salario o malattie è solo un deplorevole profittatore accecato dal denaro.
Continueremo a scagliarci contro i fautori di inganno ed estorsioni, e rivendichiamo a gran voce, insieme ai lavoratori, il diritto di ogni persona a poter esecitare la propria professione nel rispetto dei diritti.
We are Anonymous
We are Legion
We do not Forgive
We do not Forget
Expect US
Press ENG
As result of our research shows that the graphs of the values of the powders were manipulated.
Again, the economic interests and greed of employers and institutions, relegate to the background the human rights and environmental issues.
In the name of profit, lies and deception become routine.
In the great most cases, the values ​​remain far below the thresholds of the law but
the change is minimal.
In other words, measurements made ​​in weeks apart from one another, and in different weather conditions, don’t show significant changes of contaminants. This clearly suggests a manipulation of survey data.
In the case of the valve CK2NO2, we see that the detection of ambient concentrations of contaminants up day by day until you reach a height of 561.3 May 31, 2012.
The limit is set at 600.
Extrapolated data show also how Ilva has increased the value of the initial threshold of tolerance, which rose from 640 to 800
The trend of the data makes it plausible to similar increases in of the pollutant emissions in the months following (exceeding, in the present date, the limits of several points).
In this connection we note that ILVA has deleted from the database propio history of releases of contaminants (furfurals) recognized by the valve CK2SO2 in June.
All this is an clue that Ilva has deliberately deleted incriminating data from the database.
We can therefore assert not only that Ilva has poisoned workers and citizens of Taranto, but even that has also acted in such a way as to obscure the truth at the expense of public health and the environment
The valves concerned are used to measure the concentrations of dioxins, in particular of furan. Furan or furfural (common name vinylene oxide) is a contminante environmental persistent organic type that decays naturally in benzofural polyclurates, which are attributable to dioxins.
Already naturally, the furfural is volatile at room temperature and the measured concentrations are comparable to those of an environmental disaster.
The action of furfural is not only carcinogenic: the only product concentration volatile is enough to raise a considerable percentage of the occurrence of chronic diseases pneumologic, immunology atypical syndromes, or even neoplastic diseases, but is also teratogenic, or cause fetal problems.
We encourage the workers ILVA to meditate on the danger of furans, as put at risk their future children as well as themselves; corrupt the genome can lead to deformities, congenital diseases, immunologically and even increase the probability of neoplastic diseases in unborn.
Fight to defend not only their jobs but also healthiness is a right and a duty at the same time.
Who is blackmailing their employees forcing them to choose between pay or illness is just a profiteer deplorable blinded by money.
We will continue to hurl ourselves against the supporters of deception and extortion, and claim a loud voice, with the workers, the right of every person to be able to exerting their jobs in accordance with the rights.
We are Anonymous
We are Legion
We do not Forgive
We do not Forget
Expect US
GRAFICI
 Questa diffusione di informazioni sensibili è il primo attacco che si avvicina a Wikileaks per anonymous ITA, mediante sottrazione telematica di dati sensibili e successivamente censurati. Con questo, vogliamo sostenere i duri momenti che Julian Assange e Wikileaks stanno sostenendo.

Esclusivo. Emergency e il sequestro Torsello. “Strada ha mentito sulla mia liberazione. Perché?”

Gabriele Torsello è un fotoreporter indipendente. Si fa chiamare Kash. Un freelance abituato ad organizzarsi il lavoro in autonomia: fare foto, venderle ai giornali, incassare. I suoi scatti finiscono sui più importanti media del mondo: The Guardian, Washington Post, Liberation, Bbc e molti altri. Anche Onu, Amnesty International, Reporter Without Borders illustrano le loro campagne con scatti di Torsello.

Nel 2001, dopo aver raccontato conflitti in Kashmir, India, Pakistan e Nepal, Kash sbarca in Afghanistan. Ci tornerà anche nel 2006: il suo intento è quello di raccontare la vita dei civili nel contesto di terrore e distruzione generato dalla nostra “missione di pace”.

La guerra della coalizione Isaf è in corso, pochi giornalisti hanno accesso al Paese, stretto tra bombardamenti e attentati kamikaze, assassinii e rapimenti. Tra i target ci sono anche molti giornalisti. Gabriele Torsello è uno di loro: il 12 ottobre del 2006 viene rapito a Lashkar-Gah mentre si dirige a Kabul. È il primo reporter italiano ad essere sequestrato in quel Paese. Seguiranno 23 giorni di prigionia. L’Ong Emergency, tra i fautori della sua liberazione, nel raccontare la vicenda avrebbe, in alcuni casi, omesso parte dei fatti. “Ci sono state troppe ombre – spiega Torsello ad AgoraVox -, troppe omissioni nel racconto della mia liberazione”. Questa intervista intende dar voce a Kash, offrire spazio alla sua verità che, come vedremo, discosta talvolta non poco da quella ufficiale diffusa in questi anni. A Emergency, naturalmente, offriamo il pieno diritto di replicare.

Alle 5 del mattino del 12 ottobre del 2006 Gabriele Torsello lascia l’hotel nel quale alloggia, a Lashkar-Gah. Deve dirigersi a Kabul: intende rimanere nella capitale per un paio di settimane. Lì, dove la connessione internet è efficiente, lavorerà all’editing delle sue fotografie e tenterà di vendere ai giornali il reportage esclusivo nelvillaggio talebano di Musa Qala.

La notte prima della partenza è stata infestata da strani presagi. Kash non si sente sicuro: racconta, nel suo libro “Afghanistan Camera Oscura”, che il giorno prima ha acquistato il biglietto dell’autobus che lo condurrà a Kabul, cedendo all’invito insistente di Rahmatullah Hanefi responsabile della sicurezza dell’Ospedale di Emergencydi Lashkar-Gah. È la prima volta che acquista un biglietto di autobus in anticipo e non considera una decisione saggia far sapere della sua presenza in giro. Non si sa mai…

Infatti, pochi minuti dopo la partenza, l’autobus si ferma. È da poco sorto il sole. Kash ora è un po’ più sereno, ma quando vede l’uomo seduto al suo fianco nascondere un mazzo di denaro nel posacenere del sedile, un’ombra di paura cala sul suo volto. Nell’autobus entrano uomini con il volto coperto e armati di Kalashnikov. Uno di loro gli punta lo sguardo addosso e con tono minaccioso lo invita a scendere. Kash dapprima finge di non aver capito, ma ben presto i modi dell’uomo si fanno più espliciti. Torsello scende dal bus. Aggrappata al collo ha la macchina fotografica, dalla quale fa partire una raffica di scatti “alla cieca”. Il “commando” è composto da cinque uomini armati fino ai denti. Uno punta un lanciagranate verso l’autobus. Altri quattro imbracciano dei mitra. Kash viene fatto salire in un’auto, lo zaino fotografico gli viene sequestrato e sulla sua testa viene calato un mantello. I suoi aguzzini, intanto, gli urlano “Musa Qala, Musa Qala”.

È l’inizio di 23 giorni di inferno. In Italia i giornali non parlano d’altro.Torsello è il primo reporter italiano rapito in Afganistan e, tra l’altro, nessuno si spiega perché sia stato preso proprio lui, uomo di fede musulmana somigliante in tutto a un cittadino afghano. Barba lunga, carnagione olivastra e l’abitudine ad indossare abiti locali.

Verrà liberato il 3 novembre grazie anche alla preziosa mediazione di Emergency, Ong italiana presente con un ospedale a Lashkar-Gah.

In questi ultimi mesi c’è stato un fitto botta e risposta tra Torsello e Cecilia Strada. Il reporter ritiene che Emergency non abbia sempre detto la verità in merito alla sua liberazione. Di contro, l’Ong ha replicato: Cecilia Strada, presidente, ha ribadito la sua versione dei fatti. La nuova risposta di Torsello non si è fatta attendere: “Ho più volte provato a incontrare Gino Strada, ma si è sempre rifiutato. Volevo spiegargli come sono andate davvero le cose, perché sembrerebbe che voi non ne siate a conoscenza”. Emergency a quel punto non ha più replicato.

In questa intervista Kash rivela nuovi, inediti, dettagli sul suo rilascio.

 Gabriele Torsello: foto di Alessandro De Matteis

Kash, lei è stato liberato il 3 novembre del 2006 dopo 23 giorni di prigionia. Sono seguiti anni di silenzio, poi la scrittura di un libro (Afghanistan Camera Oscurandr) e la richiesta, sempre più pressante, di chiarimenti a Gino Strada. Chiunque altro probabilmente tirerebbe un sospiro di sollievo, sarebbe felice di essere salvo dopo un rapimento. Lei, invece, ha ancora molto da raccontare e da chiarire. Perché?

Dopo la mia liberazione passai un lungo periodo difficile: capirà cosa accade dopo un rapimento nella mente di un uomo. Poi ho iniziato ad indagare, a raccogliere molto materiale. Ho cercato a lungo il confronto con Gino Strada, dapprima in privato, poi in pubblico. Ho inviato email e lettere, ma non ha mai risposto né tantomeno accettato di incontrarmi e chiarire le mie perplessità. Quando Gino Strada tirò fuori la storia del riscatto, pagato dall’Italia per la mia liberazione, disse tra le altre cose a un giornalista: “Ho gettato un sassolino nell’acqua, ora vediamo cosa succede”. Voglio rispondergli: di cose ne sono successe molte. Io questo sassolino l’ho ripescato e intendo osservarlo e studiarlo. Voglio che venga fatta chiarezza. Anche perché, tra l’altro, la rivelazione del pagamento del riscatto mise in pericolo la vita di molti italiani e occidentali in genere da quel momento in poi: Strada pose su ogni nostro connazionale un’etichetta con il prezzo “2 milioni di dollari”.

Emergency ha fatto da mediatore per la sua liberazione. Dovrebbe essere grato all’Ong di Gino Strada…

Io credo che dal punto di vista medico Emergency sia impeccabile. Però credo anche che, nella mia vicenda, ci siano delle ombre che prima o poi devono essere chiarite. Gino Strada ha raccontato talvolta mezze verità: non è chiaro il ruolo di Rahmatullah Hanefi, responsabile della sicurezza a Lashkar-Gha; non sono chiare le modalità del pagamento del riscatto e in generale i responsabili di Emergency hanno raccontato un’altra storia, in certi casi differente da quella vera, che io ho vissuto in prima persona. La mia domanda è: perché? Cosa ne guadagnano? Cosa c’è dietro?

Lei dice di aver indagato a lungo sul suo rapimento, dopo un periodo di silenzio e riflessione. Quali sono state le fonti a cui ha attinto?

Sì, ho indagato a lungo e in diversi modi. Le mie fonti principali sono tante e differenti: giornalisti occidentali e afghani; diplomatici e funzionari afghani e italiani; atti della Procura di Roma.

Stralcio del verbale dell’interrogatorio a Gino Strada

Partiamo dal rapimento, avvenuto il 12 ottobre 2006 all’interno di un pullman che avrebbe dovuto condurla a Kabul. Il mezzo venne fermato, entrarono degli uomini e la rapirono. Lei non voleva prendere quel mezzo. Ha più volte raccontato che fu Hanefi, responsabile sicurezza dell’Ospedale di Emergency, a insistere perché lo prendesse. Lei parla di “pressante insistenza” da parte dell’uomo afgano.

Più di una volta Hanefi mi consigliò di prendere quell’autobus. Non voglio dire che mi ha consegnato nelle mani dei rapitori, non ho elementi per affermarlo. Ma fu tutto molto strano: fu fermato proprio il pullman in cui viaggiavo e i rapitori vennero direttamente da me. Sequestrarono tutta l’attrezzatura. Erano uomini della polizia afgana, lo scoprii successivamente, lì per lì non capii. Io ero stato l’unico giornalista a riuscire a fotografare la roccaforte talebana di Musa Qala, erano fotografie esclusive. Credo che Hanefi avesse da qualcuno l’ordine preciso di seguire i miei movimenti, infatti durante tutte le nostre conversazioni dei giorni precedenti era molto curioso di conoscere cosa avessi fatto, dove fossi stato. Quando tornai da Musa Qala mi chiese di vedere le foto, prima che io mi collegassi a internet per inviarle al mio server: quando le vide, improvvisamente, mi vietò l’uso del computer. Perché?

Lei aveva una grande esperienza nello scegliere i mezzi di trasporto, privilegiava in linea di massima quelli “privati”. Aveva anche un ottimo fiuto per il pericolo. Come mai l’insistenza di Hanefi nel farle prendere quel bus non l’ha fatto desistere? Come organizzava solitamente i suoi spostamenti in quel paese in guerra? Di chi si fidava e di chi non si fidava?

In quei luoghi tendo a fidarmi del prossimo, ma ci vado molto cauto. È come camminare in un campo minato, ogni passo può essere letale e non puoi stare fermo a lungo. Occorre decidere dove posare il piede, con molta attenzione e con velocità. In pratica cerchi di porre piena fiducia nel prossimo ma nello stesso istante sei consapevole dell’alto rischio. Normalmente organizzavo gli spostamenti interni all’improvviso, prendendo l’ultimo posto disponibile in un taxi o minibus pieno di passeggeri e pronto per partire. Le uniche due volte che ho viaggiato acquistando il biglietto il giorno prima è accaduto in India nel 1994 e in Afghanistan nel 2006. Nel primo caso il titolare di un agenzia viaggi voleva solo assicurarsi una commissione 10 volte superiore al prezzo del biglietto, nel secondo un responsabile di Emergency voleva assicurarsi che avrei lasciato la città in un modo facilmente rintracciabile.

Perché non organizzava mai con largo anticipo i suoi spostamenti?

Per ragioni di sicurezza: non puoi sapere se chi ti vende il biglietto racconterà a qualcuno della presenza di un occidentale su un autobus. Ho sempre preferito i taxi, contrattando al momento con l’autista e sentendomi libero di scendere, se avvertivo di essere in pericolo.

Perché è stato rapito? È stato scambiato per una spia, come accadeva talvolta ai reporter sequestrati?

Non è raro in paesi in guerra, come in Afghanistan, che delle spie siano camuffate da giornalisti. A lungo ho pensato di essere stato scambiato per un agente dei servizi segreti che poteva fornire informazioni utili a qualcuno. Informazioni contenute nelle foto di Musa Qala, roccaforte talebana che nessuno, fino ad allora, era riuscito a fotografare. Tuttavia è possibile anche che i miei rapitori abbiano sequestrato quel materiale fotografico per consegnarlo ad apparati dei servizi segreti. Nulla è da escludere. L’unico ad essere a conoscenza del contenuto di quelle foto era l’uomo di Emergency, Rahmatullah Hanefi.

Foto di Gabriele Torsello

Il nome di Hanefi ricorre spesso. Fu lui il mediatore tra i sequestratori e le autorità italiane e fu a lui che fu consegnato in giorno della liberazione. Fu anche lui a consegnare il denaro del riscatto.

Quando fui rilasciato venne detto, dalla Farnesina e da Gino Strada, che non era stato pagato nessun riscatto. Per l’esattezza Strada dichiarò a Repubblica: “Del riscatto non ne so nulla, noi ci siamo occupati di tenere aperto il dialogo, non della mediazione”. Successivamento però, con il sequestro del giornalista Mastrogiacomo e il conseguente arresto di Hanefi da parte dei servizi segreti afghani (che lo ritenevano coinvolto nel rapimento: Strada fece pressione perché venisse scarcerato), egli disse ben altro. “Il governo ha pagato 2 milioni di dollari per ottenere il rilascio di Torsello. Quanto Rahmatullah sia affidabile il governo italiano dovrebbe saperlo bene, visto che in occasione del sequestro precedente, quello di Torsello, gli affidarono due milioni di dollari da portare ai rapitori. Quante persone conosce il Governo italiano, che con due milioni di dollari non scelgono di sparire? Non vogliamo nessun grazie dal Governo, vogliamo solo che ci sia restituito Rahmatullah” . Ma non è vero quanto dice Gino Strada: non fu il Governo Italiano ad affidare direttamente ad Hanefi quei soldi. Fu il fondatore di Emergency a farlo.

Come andarono, dunque, le cose?

Le trattative per il riscatto furono seguite direttamente da Emergency. Gino Strada in persona inoltrò la richiesta, al Ministero degli Esteri italiano, di 2 milioni di dollari, non trattabili, necessari per il mio rilascio. La somma, casualmente, corrispondenva al budget giornaliero che l’Italia spendeva per la Missione in Afghanistan. Inoltre il dottor Strada poneva come condizione che solo Emergency si sarebbe occupata della trattativa e delle modalità dello scambio soldi-prigioniero, senza alcuna interferenza e/o intromissioni di esterni, come è sua consuetudine fare (nel caso analogo del sequestro Mastrogiacomo, Strada disse letteralmente: “Fuori dai coglioni i Ros, il Sismi, ecc.”). Comunque, Ufficiali militari italiani consegnarono materialmente due borsoni contenenti i soldi del riscatto allo staff dell’ospedale di Emergency a Lashkar-Gah e, quest’ultimi, dopo aver sistemato il malloppo in un’unica borsa, lo affidarono a Rahmatulla Hanefi e a un altro uomo della Ong conosciuto come “l’autista”. I due lasciarono la struttura di Emergency in auto, da soli e con un borsone, per concludere le trattative. Nel frattempo i miei sequestratori mi avevavo sistemato nel portabagagli del loro mezzo, sempre incatenato e incappucciato, e dopo circa otto ore mi consegnarono a Rahmatulla Hanefi. Era solo in macchina. Arrivati a Lashkar-Gah cambiammo mezzo poco prima di varcare le mura che circondavano l’edificio di Emergency. Lì incontrai gli italiani che aspettavano per portarmi via.

Perché è così importante la figura dell’autista di Emergeny?

Quest’uomo fu la prima persona che informò Hanefi del mio arrivo a Lashkar-Gah, fu la persona che acquistò materialmente il biglietto del famoso autobus, e fu anche la persona che in compagnia di Hanefi lasciò l’edificio di Emergency con il borsone dei soldi del riscatto. Facendo un salto in avanti, nel 2010, quando trovarono dell’esplosivo nello stesso ospedale di Emergency a Lashkar-Gah, fu arrestato un uomo della Ong ed è tuttora agli arresti. Non si è mai saputo nulla di lui in Italia. Chi sarà? Anche lui un autista?

Dunque: l’Italia pagò un riscatto di due milioni di euro. Diede il denaro a Emergency (unico intermediario nella trattativa), che avrebbe delegato ad Hanefi la consegna del malloppo. Insieme a lui ci sarebbe stato, tuttavia, un altro uomo, l’autista, di cui finora non si era mai parlato nella ricostruzione del suo sequestro. I due si sarebbero recati dai rapitori.

C’è un altro passaggio, inedito e molto importante. Secondo i verbali dell’interrogatorio ad Hanefi, condotto da autorità afghane, l’uomo avrebbe ricevuto 300 mila dollari, di cui 100 sarebbero stati consegnati ai sequestratori. Possiamo dunque domandarci: come mai sono stati pagati 2 milioni di dollari di riscatto, mentre nelle mani di Hanefi, secondo gli atti ufficiali degli interrogatori afghani, ne sono arrivati solo 300mila?

Naturalmente lei non sta accusando Emergency di aver sottratto un milione e 700mila dollari. Non ci sono prove.

No, non ho elementi per farlo e non voglio neanche pensarlo. Ho solo menzionato atti di un interrogatorio dei servizi segreti afghani. È chiaro che però va fatta chiarezza su questi particolari riguardanti il sequestro e il riscatto.

 

 

Ps: AgoraVox ha chiesto una replica ai responsabili di Emergency, che hanno risposto come segue:

“In merito all’intervista di Gabriele Torsello e alla richiesta di commentare le dichiarazioni rilasciate alla vostra testata, le confermo che, anche in quest’ultima occasione, Emergency non intende raccogliere il tentativo di polemica sollevato da Gabriele Torsello.

Non capiamo perché Gabriele Torsello continui a contestare a Emergency la mancanza di risposte alle sue domande: tutte le domande che ha posto hanno ricevuto risposta in tempo reale.

Emergency ha riferito tutto quello di cui era a conoscenza in merito alla sua vicenda alle autorità competenti e non ritiene necessario aggiungere altro, soprattutto a mezzo stampa”.

Precisiamo che, nel momento in cui è giunta la comunicazione della ONG, nessuno dei loro responsabili aveva ancora letto l’articolo.

 

 

Napolitano e Monti denunciati per attentato contro l’integrità e l’indipendenza dello Stato (e altri 7 reati)



La notizia è di quelle che fanno saltare sulla sedia. Un avvocato di Cagliari, Paola Musu, ha sporto formaledenuncia nei confronti di Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, tutti i ministri e tutti i membri del parlamento. 

I reati ravvisabili, come si legge nel documento protocollato e presentato presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Cagliari, sono:

– attentato contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità dello Stato;

– associazioni sovversive; 

– attentato contro la Costituzione dello Stato;

– usurpazione di potere politico;

– attentato contro gli organi costituzionali;

– attentato contro i diritti politici del cittadino;

– cospirazione politica mediante accordo;

– cospirazione politica mediante associazione;

La denuncia è scattata a seguito delle vicende degli ultimi mesi, conseguenza della crisi economica e del diktat della Bce che hanno “suggerito” al Presidente della Repubblica la formazione di un nuovo governo, cosidetto “tecnico”, a guida di Mario Monti. Un governo non legittimato dal voto popolare. Di ciò si è molto discusso, ma nessuno finora si era spinto così in là da sporgere una denuncia formale impugnando la Costituzione e il Codice Penale.

La prima violazione, secondo l’avvocato Paola Musu, sarebbe all’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

La denuncia continua: “Contenuto essenziale della sovranità di un popolo è dato dalla propria sovranità in materia di politica monetaria, economica e fiscale: è con essa, ed attraverso i suoi strumenti, che un popolo determina le sue sorti. Svuotare un popolo e la sua sovranità di quello specifico contenuto significa, e comporta, privarlo della sovranità stessa, in quanto lo si priva dalla facoltà e dal potere di determinare il proprio destino ed il proprio stesso “essere”, compromettendone la sua stessa esistenza“.

La sovranità monetaria oggi non appartiene più al popolo italiano, ma effettivamente alla Banca Centrale Europea che ha dettato, negli ultimi mesi, le politiche economiche del Governo Monti.

Sotto, il testo integrale della denuncia di Paola Musu, che finora ha trovato il sostegno del giornalista Paolo Barnardtra i principali divulgatori della Modern Money Teory e impegnato contro quello che non esita a definire un Golpe Finanziario.