Imbracceremo i mitra (dicevano i contadini di Offida 65 anni fa). Le lotte mezzadrili, studentesche e la repressione

Facendo delle ricerche sulle lotte dei mezzadri, per trovare qualche affinità con le proteste che animano il mondo del lavoro e della scuola in questi giorni, mi sono imbattuto in questa splendida e lunga ricerca di Doriano Pela, corredata di aneddoti stupendi: quella volta che i contadini di Rotella minacciarono il prete (grosso proprietario terriero) con il bastone. Un’altra volta che a San Benedetto i mezzadri incendiarono e sabotarono la sede della Confida (organo che tutelava i padroni). A Montalto sequestrarono un noto proprietario terriero. A Porto Sant’Elpidio minacciarono di prendere il mitra “coi partigiani, che saranno al nostro fianco”.

Nella mia Offida  Guido Fioravanti ,  segretario della Camera del Lavoro Provinciale, durante un comizio, venne interrotto e offeso da elementi del MSI: l’uomo tentò allora di richiamare i carabinieri presenti affinché facessero osservare l’ordine e per tutta risposta ottenne una denuncia.

Ma gli aneddoti sono decine, tutti straordinari.

Insomma, le affinità con oggi ci sono eccome: cambiano i protagonisti, ma c’è un filo che ci collega alle lotte di oltre 60 anni fa. Gli oppressi che si ribellano per rivendicare sacrosanti diritti (che oggi ci sembrano scontati, come magari sembreranno scontati ai nostri nipoti quello che noi otterremo), i fascisti che si schierano coi padroni, la polizia che si schiera coi fascisti. Solito copione. Di seguito, la bella ricerca.

Con il Decreto Luogotenenziale del 23 novembre 1944 che sopprime tutte le organizzazioni sindacali fasciste, si assiste subito, nelle aree del territorio già liberate, al fiorire di una serie di iniziative volte alla formazione di nuovi sindacati. Tuttavia, allo scopo di conservare la tutela derivante dalle contrattazioni cosiddette ‘collettive’ del precedente periodo, il decreto dispone che restino in vigore le norme contenute nei contratti collettivi, negli accordi economici, nelle sentenze della Magistratura del Lavoro e nelle ordinanze corporative. Così i lavoratori della terra devono assistere al triste spettacolo del mantenimento in vigore del vecchio capitolato fascista del 13 novembre 1936.

Dal punto di vista della situazione fondiaria e produttiva la provincia di Ascoli presenta una miriade di piccole o piccolissime aziende tenute a mezzadria, in cui si addensa una popolazione agricola eccedente, ridotta a guadagni di pura sussistenza. La famiglia colonica, totalmente dipendente dal padrone e considerata solo come entità fornitrice di forza lavoro, è indotta ad una condizione che nel corso del tempo giunge a ‘forgiare’ il carattere del contadino piceno (diffidenza, riservatezza, ossequio dell’autorità e mancanza di spirito di ribellione). Inoltre i diritti umani fondamentali, come quello a una abitazione non insalubre, non fatiscente, non priva di infrastrutture di base come acqua e corrente elettrica, sono completamente ignorati, mentre la “disdetta” viene usata dai proprietari come vera e propria arma di ricatto. Infine, nel quadro degli aspetti propri del sistema mezzadrile, si deve segnalare il mantenimento in vita di alcune usanze dal malcelato odore di feudalesimo, tra cui le “regalie”, che rappresentano dei veri e propri tributi aggiuntivi.

A questo si deve aggiungere il peggioramento delle condizioni di vita dovute all’evento bellico, che si è manifestato anzitutto con la mancanza di manodopera in seguito ai richiami alle armi di molti contadini – fenomeno che porterà ad aggravare il carico di lavoro delle donne e degli anziani e dei più piccoli – quindi con la penuria di generi di prima necessità, quali i concimi, i carburanti, il sale; una penuria che si accompagna alla lievitazione dei prezzi di tutti i prodotti industriali, non controbilanciata da un aumento proporzionale del reddito mezzadrile. L’ aumento dei prezzi, d’altronde, non subirà ridimensionamenti a guerra finita, ma anzi continuerà a svilupparsi ulteriormente. Rispetto agli ultimi anni prebellici il prezzo di alcuni generi industriali di prima necessità, come il nitrato di calcio e il solfato di rame, lieviteranno in modo esorbitante: il primo passa da 97 lire nel 1938 a 7.000 lire il quintale nel 1948 (aumentando di ben 72 volte); il secondo passa da 110 lire a 10.250 (aumentando addirittura di ben 100 volte). A fronte di tali rincari, i prezzi dei prodotti agricoli all’ingrosso salgono in misura sensibilmente minore, producendo una perdita notevole per i contadini in termini di guadagno netto; il valore del grano aumenterà di circa 30 volte rispetto ai prezzi anteguerra e la media, considerando tutti i prodotti agricoli, toccherà al massimo le 50 volte (1).

Le leghe contadine

Il primo grosso scoglio da superare per i promotori delle leghe contadine è quello della diffidenza e della sfiducia dei vergari. I capifamiglia, infatti, rassegnati a una condizione di miseria e d’altro canto inclini a perpetuare il rapporto di servilismo nei confronti del padrone (anche in virtù di una certa condizione di ‘privilegio’ che li distingue da tutti gli altri componenti del nucleo mezzadrile), rappresentano un indubbio elemento di freno sociale e morale, costituendosi come figure conservatrici.

La svolta verrà grazie alla presenza, all’interno dei nuclei familiari contadini, di una nuova generazione che, passata attraverso l’esperienza della guerra, come militari, come fuggiaschi, come prigionieri, come partigiani, come fiancheggiatori della Resistenza, come disertori (ed essendo entrati in contatto con modalità nuove dell’esistenza in ogni suo aspetto: lavorativo, relazionale, personale), non sente più come inviolabili le leggi dell’ubbidienza e del rispetto gerarchico nei confronti del capofamiglia, né vedono più come immutabili le norme che regolano i rapporti di lavoro e le condizioni di vita in campagna.

Un sostegno verrà poi dagli attivisti del PCI che in questo periodo promuovono i primi incontri e le prime riunioni nelle case coloniche; incontri decisivi – nell’ottica di un cambiamento della mentalità contadina – anche da un punto di vista simbolico: per la prima volta l’individuo appartenente al mondo urbano, portatore di valori e comportamenti di matrice ‘cittadina’, entra nella casa contadina non solo ben accolto, ma addirittura trovandosi di fronte una sostanziale disponibilità ad essere seguito nei discorsi e negli intendimenti da parte di tutti (o quasi tutti) i soggetti della famiglia contadina(2). Per costituire una lega è necessario anzitutto un lavoro di ricognizione, casa per casa, contrada per contrada, da parte degli organizzatori del sindacato, discutendo con i contadini i problemi principali del momento e presentando le linee programmatiche della Federterra.

L’obiettivo principale, per il mezzadro, è la possibilità di giungere a un nuovo contratto colonico più favorevole, ma essendo questo traguardo non facile il primo obiettivo concreto intorno a cui si cerca di coagulare una azione di lotta è quello della “giusta causa” delle disdette, che in effetti rappresenterà il più valido ed efficace argomento per convincere i mezzadri ad aderire alle leghe. Accanto a questo emergono, dal seno stesso delle riunioni della lega, una serie di altre problematiche, le quali divengono poi argomenti forti da portare in altre case, in altre località della provincia. Tra queste ci sono: le disastrose condizioni delle case coloniche, il problema degli ammassi, la compartecipazione all’acquisto degli attrezzi usuali, le regalie, una più equa ripartizione degli utili di stalla, le prestazioni gratuite obbligatorie di opere in favore del concedente, la chiusura regolare dei conti colonici. La sensibilità del contadino è fortemente sollecitata dai fattori contingenti di ordine economico e sociale, più che di ordine politico e su questa base fa leva l’attivista, creando le premesse di un movimento che avrebbe ben presto preoccupato le associazioni padronali (3). Nel volgere di poco tempo l’intera campagna del Piceno, anche nelle sue zone più ‘retrive’, più lontane dai centri abitati e maggiormente in balia del rapporto di soggezione con i proprietari, vede il proliferare di leghe (vengono organizzate attorno alle Camere mandamentali del lavoro, che fungono da organi periferici di raccolta).

Dopo il lungo lavoro ricognitivo, per la costituzione della lega è necessario riunirsi in assemblea. Stabilito il luogo di riunione, cioè la casa colonica, sono gli stessi mezzadri ad organizzare praticamente l’incontro, durante il quale vengono spiegati gli scopi della lega: difesa delle singole categorie di lavoratori della terra, assistenza nelle vertenze sindacali, provvidenze varie a favore degli iscritti, tra cui la costituzione di cooperative agricole per dare lavoro ai contadini sprovvisti di terreno o che ne possedevano quantità insufficienti. Si ribadisce inoltre che la lega, resta indipendente, anche formalmente, da ingerenze politiche e che pertanto in essa viene garantita la massima libertà di espressione ad ogni aderente. Un particolare, questo, di non secondaria importanza se si tiene conto del fatto che, nonostante la larga preponderanza dei mezzadri, in essa trovano collocazione e spazio anche i fittavoli, i compartecipanti ed i piccoli proprietari. Successivamente si elegge democraticamente il Comitato Direttivo della lega, rappresentante diretto degli interessi individuali e collettivi dei contadini aderenti ed organo esecutivo ed amministrativo delle decisioni deliberate dalla lega.

In questo periodo – cioè dalla fine del ‘44 fino alla primavera del ‘48 – gli organismi sindacali sono animati da attivisti e dirigenti che provengono dai quadri del Partito Comunista e non vi è una distinzione precisa, né a livello di copertura di cariche, né a livello di immagine ed attività rivolta all’esterno, tra uomini del partito ed uomini del sindacato. Nelle assemblee di base per la costituzione delle leghe tale forte presenza dei comunisti è evidentissima: il 90% degli attivisti, infatti, risulta essere iscritto al Partito Comunista. Questo, se per un verso facilita l’azione di propaganda nelle campagne e l’opera di organizzazione attorno a obiettivi, interessi, e parole d’ordine univoche, diffondendo nel contempo tra i mezzadri un grado crescente di coscienza politica, d’altro canto, tuttavia, offre il destro alle organizzazioni padronali per sferrare duri attacchi alla stessa attività sindacale, alle rivendicazioni di categoria, tacciate di essere nient’altro che espedienti usati dal PCI per raggiungere i propri obiettivi politici ed in primo luogo per espropriare la terra ai legittimi proprietari.

La nascita della Federterra nell’Ascolano.

La Federazione Provinciale dei Lavoratori della Terra di Ascoli Piceno si costituisce nel novembre del 1944 e fin dai suoi primissimi atti opera per venire incontro alle esigenze dei mezzadri, che comprendono, nella provincia, circa 16.500 famiglie. Uno degli obiettivi fondamentali è rappresentato dalla liquidazione del vecchio capitolato colonico e la sostituzione con un nuovo contratto liberamente stipulato tra le parti, cioè tra le due organizzazioni sindacali che rappresentano i mezzadri e i proprietari.

Il 25 marzo 1945 si tiene il primo convegno provinciale delle leghe contadine, organizzato dalla Camera del lavoro ad Ascoli Piceno. E’ un convegno pieno di speranze, perché dalle altre regioni italiane proviene notizia dei successi ottenuti. L’ordine del giorno prevede una molteplicità di punti in discussione, tra cui “Le disdette, le regalie, le condizioni del bracciantato agricolo, la revisione dei patti colonici fascisti” (4).

Il 29 luglio i contadini convergono in massa da tutte le località della provincia al convegno di Montegiorgio, organizzato dalla Federterra provinciale: qui per la prima volta i lavoratori della terra del Piceno, attraverso i singoli capilega, ma anche attraverso i tanti partecipanti, si trovano ad essere protagonisti assoluti di un momento importante di vita sindacale (che proprio per questo diviene anche un evento con netta valenza politica), proponendo, discutendo ed approvando essi stessi l’elaborazione di un progetto organico di modifica dei patti colonici.

Le principali innovazioni rispetto al passato prevedono: l’istituzione di commissioni arbitrali comunali per la risoluzione delle vertenze in cui siano presenti rappresentanti delle leghe; la stipulazione del contratto sottoscritta da tutti i capifamiglia che compongono una convivenza mezzadrile; la disdetta motivata; la durata minima del contratto di cinque anni; la partecipazione del colono alla direzione tecnica dell’impresa; la tassa bestiame a carico del proprietario; una più equa ripartizione dei prodotti, che preveda la quota parte del colono compresa tra il 55% ed il 65%; la completa abolizione delle regalie e delle prestazioni di lavoro gratuito; la chiusura regolare dei conti colonici; l’estensione dell’assistenza medica nella stessa misura in cui è concessa ai lavoratori di altri settori(5).

In questo periodo lo sforzo della Federterra provinciale è quello di tenere costantemente sotto pressione le masse contadine; un nuovo convegno, che ricalca quello di Montegiorgio, viene indetto per il 19 agosto 1945 a San Benedetto del Tronto. La partecipazione dei contadini, anche in questo caso, è molto alta e alcuni interventi suonano particolarmente battaglieri: c’è chi richiama il contributo dato dalle campagne del Piceno alla lotta di liberazione e ricorda come i “guerrafondai” del ‘39 sono oggi “i sabotatori della ricostruzione” e i responsabili del perpetuarsi del disagio e della reazione nelle campagne; c’è chi auspica che la linea di pressione adottata per far procedere la vertenza a livello nazionale si innalzi per rilanciare la vertenza stessa in sede provinciale. Il segretario della Camera confederale, tuttavia, in questa occasione, pur auspicando la discussione fattiva dei contadini in merito ai problemi che li riguardano, ribadisce l’importanza del mantenimento di una stretta unità sindacale, evitando di giungere a iniziative prese autonomamente da singoli gruppi di contadini e non coordinate tra di loro (6).

Ma ormai le masse contadine stanno entrando in una fase di partecipazione in cui la volontà di cambiamento, la determinazione, l’entusiasmo, fanno aggio sui richiami dei dirigenti sindacali: la notizia che nelle provincie di Pesaro e di Ancona i mezzadri hanno già ottenuto il 10% in più dei prodotti e l’abolizione delle regalie, unitamente alla circolare del Ministro della Giustizia Togliatti nella quale si dispone che la nuova ripartizione dei prodotti non può essere colpita come appropriazione indebita, incita alcune leghe ad adottare un sistema di lotta diretta, sulle aie, al momento del riparto.

L’agitazione dei mezzadri per la raccolta dei prodotti autunnali si estende a tutta la provincia, anche se l’azione conseguente è limitata a episodi di carattere zonale; i contadini della valle del Tenna deliberano di dividere il prodotto olive al 60% in loro favore e di consegnare la parte contestata, cioè il 10% agli ammassi, in modo da evitare l’accusa di appropriazione indebita. La lega di Falerone dà piena attuazione alle risoluzioni del convegno del 29 luglio.

Numerosi sono gli interventi dei Carabinieri per diffidare i mezzadri dal procedere ad azioni contrarie ai patti colonici vigenti e numerose sono le denuncie a carico dei coloni della valle del Tenna (7). Il Pretore di Montegiorgio deciderà poi di rimettere le parti davanti all’Ufficio Provinciale del Lavoro per un tentativo di conciliazione e alla fine della vertenza, il 22 dicembre 1945, si stabilisce l’obbligo, da parte dei coloni denunciati, di riconsegnare le percentuali contestate, dietro impegno dell’Associazione Agricoltori a iniziare le trattative per la revisione del contratto. Ma nei giorni successivi, addivenuti nuovi motivi di disaccordo su casi specifici, l’accordo raggiunto per l’apertura delle trattative non avrà seguito.

Nella primavera del ‘46, l’azione della Federterra si rianima a partire da un convegno regionale che viene indetto a Fabriano per i giorni 13/16 maggio 1946, al quale prende parte anche Gino Boscherini, ispettore nazionale del sindacato. Viene elaborato un nuovo patto colonico da far valere in sede regionale; si tratta di uno schema contrattuale di 49 articoli che viene realizzato a partire dal materiale presentato dalle leghe di ogni provincia e che manifesta pertanto la più genuina espressione della volontà e delle esigenze dei mezzadri marchigiani. La proposta contrattuale viene subito inoltrata all’Associazione degli agricoltori, sia a livello regionale che provinciale. Ma ad Ascoli l’Associazione risponde con una controproposta di schema di patto colonico che praticamente non modifica affatto il vecchio capitolato e così si giunge a pochi giorni dal nuovo raccolto granario senza che si sia trovata alcuna soluzione.

Il 28 giugno, tuttavia, accade un fatto nuovo, che per un momento produce un allentamento della tensione: il Presidente del Consiglio De Gasperi rende noto il suo giudizio sulla vertenza mezzadrile, con il cosiddetto “Lodo De Gasperi”. Esso, pur non modificando la struttura contrattuale del patto colonico, risolve alcune pressanti questioni del momento, regola il compenso dovuto ai mezzadri per disagiata produzione indotta dalla guerra, sospende la corresponsione degli obblighi colonici per le annate agrarie ‘44-’45 e ‘45-’46 e dispone che il 10% del ricavato dei prodotti dell’annata in corso venga accantonato dalle amministrazioni allo scopo di eseguire lavori di ricostruzione e migliorie nei singoli poderi mediante l’impiego di manodopera bracciantile. Fissa infine al primo ottobre la data per l’inizio delle trattative tra le categorie interessate per esaminare la possibilità di introdurre deroghe al Patto che prevedano quote maggiori della metà a favore del mezzadro.

L’Associazione degli agricoltori rende nota a mezzo manifesto la propria netta posizione di contrarietà al Lodo, affermando che esso non può riguardare la provincia di Ascoli perché in questa provincia non esistono le premesse necessarie per l’applicazione previste dal Lodo ed inoltre sostenendo la sua non vincolatività giuridica, implicita nel fatto che il Presidente del Consiglio non ha ricevuto alcuna delega per comporre la controversia da parte della Confederazione Italiana degli Agricoltori.

In risposta le leghe contadine si mobilitano e il 7 luglio si svolgono in tutta la provincia centinaia di riunioni per programmare un’azione di protesta. Il Prefetto viene investito da decine di telegrammi, lettere e mozioni inviate dai capilega affinché interponga la sua mediazione nella controversia. Ma richiesto il parere dell’Ufficio Provinciale del Lavoro, il Prefetto si sente rispondere che “La corresponsione al mezzadro a titolo di indennizzo danni di guerra del 24% del prodotto lordo di parte padronale di un’intera annata agraria oltre che ingiustificata (risulta essere, nda) eccessiva” (8). Le stesse relazioni mensili “riservatissime” dei Carabinieri al Prefetto di Ascoli, riportano questo giudizio circa l’eccessività della quota riservata ai mezzadri come risarcimento danni di guerra dal Lodo De Gasperi, sottolineando una presunta mancanza, nel Piceno, dei presupposti per tale provvedimento. Il 22 luglio 1946 il Prefetto convoca le parti per un tentativo di mediazione, ma l’Associazione degli agricoltori rifiuta di presentarsi, giustificando la propria decisione con il fatto di ritenere inutile ogni altra discussione sull’applicazione del Lodo nella provincia.

La tensione e la sensazione di essere oggetto di una vera e propria beffa, produce in campagna una situazione estremamente delicata; in alcune zone si giunge ad episodi di scontro diretto tra le parti. In quasi tutto il territorio provinciale i mezzadri attuano lo sciopero dei lavori di trebbiatura ed i concedenti rispondono con l’impiego di manodopera bracciantile, che viene fatta lavorare sotto la tutela della forza pubblica.

A Rotella il segretario del PCI locale con un gruppo di coloni leghisti si presenta al parroco, grosso proprietario terriero della zona, al quale viene chiesta la firma di adesione alle indicazioni del Lodo, e quindi di accettare che la divisione del raccolto in corso sia divisa in ragione del 60% al colono e del 40% al proprietario. Al rifiuto del parroco i mezzadri annunciano la sospensione a tempo indeterminato della trebbiatura. Il giorno successivo il medesimo gruppo, armato di bastone, si reca in tutte le colonìe della zona e minacciando i macchinisti, ottiene la totale sospensione dei lavori. Nove di loro saranno poi denunciati alla Procura di Stato per violenza privata, ma intanto i proprietari cominciano ad avvertire che qualcosa sta mutando nelle campagne e la prospettiva di avanzata sociale delle masse contadine, fino a quel momento contenuta nelle piattaforme di lotta contrattuale a tavolino, si sta trasferendo sui luoghi di lavoro e pone in discussione gli stessi assetti di proprietà(9).

La risposta del padronato: le disdette di massa

L’arma della disdetta resta lo strumento più forte in mano ai concedenti per cercare di spezzare la compattezza delle organizzazioni di base contadine. Sono gli stessi quotidiani locali a doversi interessare quasi giornalmente di una situazione che si fa sempre più pesante e drammatica nelle campagne del Piceno: centinaia di contadini vengono letteralmente gettati sul lastrico e, come si legge su l’Unità del 22 ottobre di quell’anno “la tranquillità quasi non esiste più nelle campagne picene”, perché tutti i mezzadri vivono ormai nel timore di vedersi notificare in ogni momento la disdetta padronale. La prospettiva, per i mezzadri disdettati, non è affatto rosea: buttati fuori dal terreno e dalla casa colonica, senza possibilità di trovare un altro podere (sia per l’eccedenza delle famiglie coloniche, che si stanno scindendo, sia per l’ostracismo dei proprietari nei confronti dei disdettati), quindi senza lavoro, nella miseria e con il problema di affrontare l’inverno ormai imminente.

L’azione del sindacato si concretizza, tra l’altro, in tre convegni contadini: a Fermo ed Amandola il 15 settembre, ad Ascoli il 22 dello stesso mese. La richiesta essenziale che emerge è quella di tramutare subito in legge il Lodo De Gasperi, affinché possa essere applicato senza ulteriori dilazioni e opposizioni di parte padronale. Ma viene anche approvato un ordine del giorno significativamente inoltrato alle direzioni dei partiti e ai più alti organi istituzionali; un documento di ferma protesta nel quale, tra l’altro, si ricorda che le circa 1.000 disdette coloniche inviate dalle Preture della provincia ai mezzadri rappresentano un azione arbitraria, contraria al dettato del D.L.L. 5/4/45, che prevede la proroga di un anno dei contratti agrari a decorrere dalla cessazione dello stato di guerra.

In questa fase, tuttavia, di fronte alle ferme proteste dei contadini, che vedono calpestate anche delle norme di legge, allorché si tratta di non tener conto dei loro diritti, si profila un vero e proprio atteggiamento di avversione da parte dei rappresentanti delle istituzioni, in particolare della Magistratura e delle autorità di pubblica sicurezza. I rapporti dei Carabinieri e della Questura al Prefetto, che segnalano continue agitazioni non soltanto di mezzadri, ma anche di altre categorie di lavoratori (portuali, pastai, pensionati, reduci, edili), si premurano di riversare la completa responsabilità di tale situazione (che viene definita “tragica”) sul Partito comunista, accusato di voler imporsi “con la prepotenza ed il sopruso” e di star preparando “il terreno per fare scoppiare in Italia la rivoluzione”(10).

Contestualmente si va facendo strada, anche all’interno del sindacato, una prima riflessione sull’andamento delle rivendicazioni. Se da un lato si valuta assai positivamente la situazione organizzativa, che vede un proliferare di leghe in tutta la provincia e una forte attività di raccordo e di collegamento, d’altro canto si deve riconoscere che a livello della lotta e del conseguimento di risultati, i successi sono stati molto inferiori alle aspettative: alcuni momenti di lotta particolarmente intensi, come lo sciopero della trebbiatura nell’estate del ‘46, si sono conclusi con un nulla di fatto e anzi hanno prodotto la denuncia in sede penale dei partecipanti, rei di aver violato norme del Codice Penale. In questo senso si denota una insufficiente impostazione della lotta da parte del sindacato, il quale tuttavia a suo discapito deve riconoscere di non possedere alcun strumento ‘legale’ per far fronte alle prepotenze degli agrari. E’ d’altronde, questo, un problema cruciale che riguarda l’intero movimento contadino in ogni regione d’Italia e quindi l’intera organizzazione sindacale.

Nel mese di febbraio si assiste in varie località dell’Ascolano a manifestazioni imponenti delle masse contadine; il 16 è la “Giornata del Contadino”: migliaia di mezzadri, radunati nelle piazze delle principali città, chiedono al Governo l’immediata proroga delle disdette e l’applicazione del Lodo. La manifestazione più imponente sarà a Fermo, dove migliaia di mezzadri della Valle del Tenna e del circondario si raccolgono per formulare a gran voce le loro richieste e per gridare la rabbia contro l’ingiustizia che si sta perpetrando nei loro confronti.

Intanto ha luogo una importante chiarificazione (a livello provinciale) sia in sede di partito che in sede sindacale, rispetto ai compiti e soprattutto alle cariche ricoperte all’interno dei due organismi. La maggior parte dei dirigenti del sindacato appartiene al Partito comunista e spesso ricopre contemporaneamente cariche nell’ufficio sindacale della Federazione comunista e nella Confederterra. Questo porta inevitabilmente a una certa confusione dei ruoli e a una identificazione eccessiva del sindacato nella strategia e negli obiettivi del partito; un’identificazione che, tra l’altro, rende il sindacato stesso oggetto di facili strumentalizzazioni da parte del padronato, che lo accusa di essere nient’altro che un ‘braccio’ del partito. Così il Primo Congresso provinciale della Confederterra, vagliata anche una non buona funzionalità della condirezione paritetica politica all’interno del sindacato, decide di porre fine a tale prassi, che prevede designazioni dall’alto, e di procedere, senza alcuna considerazione di partito, all’elezione democratica dei dirigenti sindacali, osservando il principio della proporzionale, così che anche le minoranze possano partecipare alla direzione. Il nuovo comitato direttivo confederale, eletto democraticamente, raccoglierà in effetti tutte le rappresentanze di categoria e tutte le correnti dell’unità sindacale; verranno eletti otto comunisti, quattro socialisti e tre democristiani. Il congresso servirà, in questo senso, a rinsaldare la solidarietà tra contadini di diversa tendenza politica e, attraverso la sostituzione di numerosi quadri organizzativi, a promuovere una maggiore articolazione sindacale tra le varie sezioni mandamentali.

E’, del resto, il momento di una nuova forma di lotta basata proprio sulla solidarietà tra i contadini; nel mese di marzo le leghe provvedono alla semina primaverile – a nome della Confederterra – nei poderi dei mezzadri che hanno ricevuto la disdetta. E’ un fenomeno che si verifica in numerose località della provincia e che i carabinieri provvedono a individuare e segnalare minuziosamente alla Prefettura. Si tratta di una forma di lotta che deriva da un nuovo metodo offensivo escogitato dai proprietari, i quali rifiutano la loro parte di sementi e di concimi al mezzadro disdettato che non vuole abbandonare il podere, allo scopo di indebitarlo e di sabotare la produzione. Il sintomo di una maturazione della coscienza di classe tra i contadini si evince anche dal fatto, emerso con prepotenza nel corso del primo convegno provinciale, che la lotta sindacale viene sempre più identificata anche con un significato più profondo, ovvero con la lotta contro le condizioni di arretratezza in cui da sempre i contadini sono stati costretti a vivere.

Il “Lodo” De Gasperi diventa legge

Il primo aprile del ‘47 giunge un primo importante successo per i mezzadri in lotta: la promulgazione del DLP 1/4/47 n. 273 che sancisce la proroga dei contratti agrari. Centinaia di disdette sono bruciate sulle piazze e i mezzadri vedono realizzata una delle loro principali aspirazioni: la stabilità sul fondo. Da questo momento si iniziano, nelle aziende più grandi della provincia, a stabilire i primi contatti tra le parti per giungere a nuovi accordi che prevedano miglioramenti economici per i contadini. Un segnale di ‘sfaldamento’ della rigida posizione assunta dall’Associazione Agricoltori del Piceno, la quale pubblicherà sul proprio organo di informazione, L’Agricoltore piceno, un richiamo a quegli associati che stanno aderendo agli inviti loro rivolti dagli organi di categoria dei mezzadri per trattare singole vertenze, esortandoli a non scendere a patti con i rappresentanti della Confederterra provinciale o zonale.

E sempre nel corso della primavera ‘47, i mezzadri vedono riconosciuta la più importante delle richieste per cui si stanno battendo da mesi: il 7 maggio del ‘47 il Lodo De Gasperi viene trasformato in legge. Lo strumento giuridico su cui basare un’azione energica e precisa di lotta nei confronti della parte padronale, auspicato in tutte le assise del sindacato, è ora codificato e immediatamente le Confederterre della regione si mobilitano.

L’Associazione degli Agricoltori continua a mantenere una posizione intransigente ed ostruzionistica, declinando l’invito della Confederterra per l’apertura di un tavolo di trattative in merito alla discussione del nuovo patto colonico. Per l’ennesima volta gli agrari rifiutano ogni tentativo di conciliazione e se si tiene conto che tale atteggiamento di irremovibilità e di chiusura totale si protrae da tre anni, si può capire la determinazione del sindacato a dare una risposta forte e visibile.

Così il 25 maggio più di quattromila contadini sfilano per protesta lungo le vie di Ascoli Piceno e una sua delegazione chiede ed ottiene di essere ricevuta dal Prefetto, al quale vengono ricordate le richieste del sindacato, la pericolosità di una posizione di intransigenza come quella assunta dagli agrari e l’attuazione di alcuni provvedimenti già emanati dal Governo ma ancora in attesa di trovare concreta applicazione nella provincia. In particolare la Confederterra chiede ed ottiene che la Commissione prevista dal DLP 1/4/47 per decidere sulle controversie in merito alla proroga dei contratti agrari, venga insediata e cominci a funzionare, cioè cominci a definire le centinaia di disdette in attesa di essere convalidate o respinte, che altrimenti resterebbero di competenza decisionale del giudice ordinario. Il Prefetto nomina i componenti della Commissione il 27 maggio, chiamando a parteciparvi rappresentanti degli agrari e delle diverse categorie di lavoratori della terra, insieme ad un membro della Magistratura. Tuttavia una volta insediata la Commissione, il passaggio successivo – quello di farla funzionare – presenterà ancora notevoli ostacoli.

Il mese di giugno vede il riacutizzarsi delle agitazioni mezzadrili; in molte località si attua lo sciopero della trebbiatura, reclamando la spartizione del prodotto in ragione del 60% al mezzadro. Spesso intervengono sulle aie le forze di Polizia e i Carabinieri, chiamati dai proprietari, per controllare sulla ripartizione del prodotto; diversi coloni verranno denunciati per “inosservanza delle norme contrattuali” (11).

Il 27 giugno segna il passaggio a una nuova fase della vicenda, allorché si concludono le trattative a livello nazionale tra padronato e sindacati dei lavoratori. Viene sottoscritto un accordo di “Tregua mezzadrile” con validità 1947-48 (in seguito prorogata più volte) che, pur con notevoli limiti, rappresenta un primo traguardo per i mezzadri sulla strada del raggiungimento di una nuova regolamentazione contrattuale. Infatti la tradizionale ripartizione al 50%, baluardo su cui si è arroccato da sempre il padronato, viene superato, seppure in misura molto lieve, con l’assegnazione al mezzadro del 53% del prodotto. Inoltre vengono abolite le regalie e le prestazioni gratuite di lavoro e viene sancito l’obbligo per il proprietario di accantonare una parte (4%) della produzione lorda della sua quota per apportare migliorie al fondo. Ma nonostante la “Tregua” vincoli tutti gli agricoltori associati alla Confida al rispetto delle norme convenute, l’Associazione Agricoltori di Ascoli, da sempre distintasi per una mentalità particolarmente retriva, dopo aver definito l’accordo un “capestro”, solleva una serie di dubbi sull’interpretazione dell’accordo stesso, che di conseguenza non può trovare una immediata attuazione nella provincia (12).

Il 9-10 dicembre 1947 si tiene ad Ascoli il primo congresso provinciale della categoria dei mezzadri. Le notazioni più importanti di questa riunione plenaria, a cui partecipano delegati di 69 comuni della provincia sono sia di natura organizzativa (ampio consenso dei contadini piceni alla corrente comunista nell’elezione dei delegati congressuali e nascita della Federazione Provinciale Mezzadri e Coloni, ovvero la Federmezzadri), sia di natura strategica (viene sottolineato il perdurare del ricorso alle disdette da parte degli agrari e viene proposta la costituzione, per le aziende più grandi, dei Consigli di Gestione, un organo che dovrebbe condurre gradualmente alla conduzione paritetica del fondo).

Intanto a Bologna, come ogni anno, dicembre segna l’acuirsi dei conflitti e conduce con sé uno spettacolo assai triste per i mezzadri del Piceno: quello delle Preture affollate da centinaia di proprietari disdettanti e di altrettanti coloni disdettati. La disdetta colpisce quasi sempre il mezzadro che si è iscritto al PCI e alla lega, o quello che ha osato rivendicare qualche diritto riconosciutogli dal patto colonico fascista; ma talvolta anche quelle famiglie mezzadrili le cui donne si sono rifiutate di eseguire gratuitamente umilianti lavori domestici alla ‘padrona’, o chi ha tagliato un albero senza il permesso del concedente, o per motivi ancora più futili, che sempre vengono fatti ricadere dai proprietari nella “violazione delle norme contrattuali”.

A San Benedetto del Tronto i mezzadri, particolarmente combattivi, protestano vivacemente presso la Pretura contro il sistema delle disdette non motivate e minacciano, oltre al respingimento delle disdette, di rivolgersi in massa contro singoli proprietari per il ritiro delle disdette e l’applicazione del Lodo, gettando sulle spalle delle autorità la responsabilità per “ciò che potrà avvenire”. Ed in effetti di lì a poco un episodio abbastanza grave si verifica realmente.

1948. L’inasprimento della lotta e la reazione padronale

I mezzadri sono sempre più esasperati dalla lentezza e dai rinvii con cui l’Associazione degli Agricoltori conduce le trattative per l’attuazione dell’accordo di Roma, sempre più indignati dal fatto che i concedenti continuano a pretendere le regalie, a cui si aggiunge la ‘truffa’ del pagamento dei Contributi Unificati, che la legge del 2 aprile del ‘46 aveva posto a carico dei proprietari ma che questi continuano ad addebitare ai coloni appellandosi ad una legge del 1938 non ancora formalmente abrogata. Inoltre i conti colonici continuano a restare non regolati per anni, le case coloniche non vengono riparate nonostante l’ingiunzione prefettizia, il decreto ministeriale sull’ammasso dei cereali per contingente, che permetterebbe al colono di vendere una parte del prodotto al mercato libero, è ancora allo stadio di bozza.

Così i contadini di San Benedetto, stanchi e adirati, non intendono aspettare oltre per veder rispettati i loro diritti e il 20 gennaio 1948 un folto gruppo, dopo aver incendiato sulla piazza le disdette, invade e devasta la sede della Confida. Anche in altre località si verificano, in quei giorni, atti di violenza: a Montalto, ad esempio, gli aderenti alla lega invadono la sede comunale e sequestrano temporaneamente un noto proprietario terriero (un’azione che frutta il ritiro delle disdette da parte di tutti i proprietari della zona, impauriti dalla determinazione dei contadini).

Il primo febbraio migliaia di contadini si riuniscono a Porto Sant’Elpidio e uno degli oratori, Guido Fioravanti, giunge a minacciare che a fronte del perpetuarsi dei soprusi da parte degli agrari e delle autorità, asservite agli interessi della parte padronale, i lavoratori della terra devono unirsi in un fronte compatto e lottare sapendo “che i partigiani saranno al loro fianco pronti ad imbracciare nuovamente il mitra”. Una frase che attirerà l’attenzione preoccupata addirittura del Ministro dell’Interno Scelba il quale inviterà il Prefetto a prendere provvedimenti a carico del Fioravanti accusato di “minacce ed istigazione all’illegalità”(13).

Nella prima decade di febbraio, in seguito alle sempre più ampie agitazioni contadine, si raggiunge finalmente l’accordo sulla “Tregua Mezzadrile” per la parte riguardante la divisione del prodotto: 53% in favore del colono. E’ questa certo una delle vittorie più importanti ottenute dal sindacato nella provincia in questo periodo. Il mese di febbraio, tuttavia, segna anche l’inizio della campagna elettorale in vista delle elezioni del 18 aprile. Molti contadini del Piceno aderiscono al Fronte Democratico Popolare, ma si mette in moto anche la macchina del fronte opposto; gli agrari trovano un fortissimo alleato nel clero (d’altronde alcuni dei più grossi agrari della zona sono proprio le Curie Vescovili): dai numerosi pulpiti a sua disposizione la Chiesa non lesina attacchi e calunnie a tutti coloro che aderiscono al Fronte, mentre le riunioni nelle parrocchie si susseguono e i parroci intensificano le visite alle famiglie coloniche presso le loro abitazioni al fine di influenzare soprattutto le donne.

Anche le forze politiche di destra, il Movimento Sociale in primo luogo, tendono la mano agli agrari, riproponendo nei comizi elettorali il mantenimento e l’esaltazione dell’istituto della mezzadria come “perfetto tipo di società tra proprietario e contadino” e come strumento ottimale per la realizzazione del massimo profitto per entrambe le parti, in virtù di una “comunanza di interessi in cui i due fattori produttivi sono inscindibilmente legati ed uniti ad un’unica sorte”(14).

In piena campagna elettorale giunge un primo parziale giudizio della Commissione Arbitrale per l’applicazione del Lodo nella provincia di Ascoli Piceno: nella seduta del 2 marzo viene deliberato infatti che in linea generale il Lodo sarà esteso a tutto il territorio della provincia, ma viene avanzata riserva sulla specificazione della misura di applicazione per le diverse zone.

Dopo la sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni del 18 aprile, due sono i fenomeni osservabili già negli immediati giorni successivi: la recrudescenza della reazione padronale (attraverso un aumento indiscriminato delle disdette convalidate) e un attenuarsi del movimento contadino che vede una flessione della partecipazione di massa.

Alla data del 4 giugno ‘48 le disdette mezzadrili rese esecutive nella provincia assommano a 1.420, crescendo quasi di un terzo rispetto ai due anni precedenti. Del resto, anche il mutato clima politico a livello nazionale crea le premesse per un certo cedimento delle organizzazioni contadine: l’unità sindacale si sta sgretolando in seguito al progressivo assenteismo della corrente democristiana, preludio alla rottura definitiva che si avrà il 14 luglio, dopo l’attentato a Togliatti; la forza pubblica interviene con sempre maggior decisione per ostacolare o interdire ogni iniziativa delle leghe e del sindacato; gli stessi esponenti della Confederterra agiscono adesso in un atmosfera in cui non è assente l’aperta intolleranza. Esemplare in questo senso l’episodio di Offida, dove il segretario della Camera del Lavoro Provinciale, Guido Fioravanti, durante un comizio, viene interrotto da elementi del MSI che lo fanno oggetto di frasi ingiuriose; il Fioravanti tenta allora di richiamare i carabinieri presenti affinché facciano osservare l’ordine e per tutta risposta ottiene da questi di essere denunciato all’autorità giudiziaria.

Gli effetti della scissione sindacale hanno ricadute evidenti anche a livello delle leghe, dove dovranno essere sostituiti diversi capilega e al tempo stesso si renderà necessario un lavoro di ricompattazione dell’intera organizzazione attraverso un capillare lavoro di tesseramento e reclutamento, al fine di non creare, anche tra le masse contadine, quegli elementi di divisione che hanno condotto alla frattura con la corrente democristiana.

In agosto, in seguito ad una nuova battuta di arresto nelle trattative fra Confida e Confederterra, si ha il varo della legge di proroga della “Tregua Mezzadrile” e dei contratti agrari per il ‘47-’48, mentre il Ministro dell’Agricoltura presenta due disegni di legge riguardanti la disciplina dei contratti agrari e la riforma fondiaria. Progetti di legge che hanno lo scopo, tra l’altro, di realizzare la difesa della stabilità sul fondo per i mezzadri; ma la poca volontà dei democristiani di attuare vere riforme e la ferma opposizione della Confida fanno sì che le discussioni in Parlamento si protrarranno per oltre due anni e la legge sarà approvata, con diverse modifiche, solo alla fine del ‘50. Anche in questo caso l’associazione padronale oppone una strenua battaglia di opposizione ad ogni tentativo di riforma basando i sui assunti sulla negazione di una “questione mezzadrile” da risolvere, in quanto “le agitazioni agrarie nella nostra provincia sono provocate per scopi politici ed elettorali e non economici , perché (…) il benessere dei mezzadri è una realtà indiscutibile”(15). Una affermazione che però si scontrerà con gli accertamenti tecnici compiuti dagli esperti dell’Ispettorato Agrario Provinciale, che in una relazione chiesta dal Prefetto, dall’Associazione degli Agricoltori e dalla Commissione arbitrale, verificano la disagiata produzione durante gli anni di guerra e la necessità di risarcire i mezzadri per i danni subiti ed i sacrifici compiuti.

La trattativa si chiuderà in dicembre, con risultati al di sotto delle aspettative dei coloni: le quote stabilite dal Lodo vengono notevolmente ridotte e toccano un massimo del 4% nelle zone maggiormente colpite dalla guerra, ed un minimo dell’1% (il “Lodo” aveva stabilito 14% per l’annata ‘44-’45 e 10% per l’annata successiva).


* Con questo articolo si riprende, utilizzandone la documentazione, sintentizzandone i contenuti e proponendo alcune riflessioni, la tesi di laurea di Giuseppe Luzi, Il movimento contadino nell’ascolano,1944-1948, Univ. di Urbino, Fac. di Magistero, a. a. 1973-74, attualmente depositata presso l’archivio dell’Ist. Reg. Storia Mov. Liberaz. Marche. Oltre alle fonti giornalistiche, particolare interesse riveste la documentazione d’archivio, sia di quelli sindacali (Federmezzadri Nazionale), sia di quelli giudiziari (Tribunale di Ascoli Piceno), sia dei Gabinetti della Prefettura e della Questura.

(1) Cfr. Il Corriere di Ascoli, Anno II, n. 7, 4 aprile 1947; Stella Rossa, Anno IV, n. 13, nuova serie, 27 marzo 1948. Sul rapporto tra le campagne e il fenomeno della guerra la bibliografia esistente è ormai vasta, anche se la ricostruzione, a livello marchigiano, risulta ancora lacunosa. Per una bibliografia aggiornata si rimanda al recente volume dell’Istituto Cervi, Le campagne italiane e la resistenza, Bologna, 1995. Per quel che riguarda le Marche cfr. M. Conti, I comunisti e la questione agraria nella provincia di Ancona (1945-1951) in “Quaderni di Resistenza Marche” n.5, aprile 1983 e P. Verdolini, La sfiducia come strumento di espulsione dei mezzadri dalle campagne maceratesi inLe Marche nel secondo dopoguerra, Il lavoro editoriale, Ancona 1986.

(2) Sulla memoria dei militanti comunisti impegnati a organizzare le leghe contadine nell’Ascolano cfr. F. Cavatassi, Comunisti nel dopoguerra, Quaderni dell’Istituto Gramsci Marche, n. 15/16, 1996. V. anche L. Montanari, Cesare Marcucci e l’organizzazione comunista nell’ascolano (1945-1948) in “Quaderni di Resistenza Marche” n.2, 1981.

(3) CGIL, Ricostruzione delle lotte nel periodo 1944-1955, Roma, 1956.

(4) Cfr. Stella Rossa, Anno I, n. 2, 24 marzo 1945.

(5) Cfr. Stella Rossa, Anno I, n. 16, 5 agosto 1945 e n. 17, 12 agosto 1945.

(6) Cfr. Stella Rossa, Anno I, n. 19, 2 settembre 1945.

(7) Cfr. Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Gruppo di Ascoli Piceno, Situazione politico-amministrativa del Comune di Falerone – Lega dei contadini, rapporto alla Regia Prefettura di Ascoli Piceno, n. 116/67 – 1937, 27 novembre 1945.

(8) Ufficio Provinciale del Lavoro, Vertenza mezzadrile – Lodo emesso dal Presidente del Consiglio dei Ministri, al Prefetto di Ascoli Piceno, 4266 EC/ec, 19 luglio 1946.

(9) Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Tenenza di Ascoli Piceno, Rotella: trebbiatura grano – ripartizione prodotto, alla Prefettura di Ascoli Piceno, n. 24/21-3 di p/lli, div. 3, 27 luglio 1946.

(10) Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Gruppo di Ascoli Piceno, Relazione mensile riservatissima, 25 settembre 1946.

(11) Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Gruppo di Ascoli Piceno, Relazione mensile riservatissima, al Prefetto di Ascoli Piceno, n. 1/60, 25 giugno 1947.

(12) Cfr. Tribunale Civile di Ascoli Piceno, III^ memoria difensiva per l’Associazione Provinciale degli Agricoltori contro la Confederazione Provinciale dei lavoratori della terra, 15 ottobre 1948.

(13) Cfr. Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Compagnia di Fermo, Comizio Federterra a Porto Sant’Elpidio, alla Questura, alla Prefettura, al Comando Gruppo Carabinieri di Ascoli Piceno, n. 44/8, div. 3, 2 febbraio 1948.

(14) “Blocco nazionale”, 9 marzo 1948.

(15) Cfr. Tribunale Civile di Ascoli Piceno, III^ memoria difensiva…, citato.

Annunci

Non erano nel Pantheon dei “fantastici cinque” delle primarie…

Come scrive Alessandro Gilioli sul suo blog:

si è poi appreso che il Pantheon dell’alleanza è composto da Alcide De Gasperi, Giovanni Marcora, Tina Anselmi, Nilde Iotti, Nelson Mandela, Lina Ben Mhenni, Carlo Maria Martini e Angelo Roncalli. Tutte belle figurine, ma l’odore di incenso era un po’ troppo forte per i miei gusti.

Condivido. Non andrò a votare alle primarie, ma un po’ mi scoccia constatare che il centrosinistra abbia rinnegato il suo passato e si vergogni delle sue radici, che prima di tutto stanno nel Movimento Operaio. Ma tant’è, fortunatamente non siamo obbligati ad aderire al pensiero unico…

Allora stamattina, con l’amico Antonio Moscato – unico titolare di una cattedra in Storia del Movimento Operaio dell’Università italiana – (oltre che Storia Contemporanea e Storia dei Paesi Afroasiatici, nonché di un seguito blog), ci siamo divertiti (io da allievo, lui da maestro) a stilare il pantheon delle figure di riferimento della sinistra, quella vera. Ve lo proponiamo:

Sì, mancano papi, cardinali e compagnia bella.

Riporto di seguito il testo integrale del documento “Un secolo di conquiste operaie”, scaricabile anche dal blog del professore a questo link.

Le conquiste di un secolo di lotte operaie

Difficile elencare nello spazio di un articolo tutte le conquiste del movimento operaio che si sono avute nel giro di un secolo, che sono molte e su diversi terreni. Occorre precisare comunque che quando parliamo di “un secolo”, questo non coincide esattamente con il Novecento, dato che molte lotte sono cominciate negli ultimi due decenni del XIX secolo, e che negli ultimi due decenni una parte di esse sono state cancellate o attaccate.

Non tutte hanno avuto la stessa importanza: ad esempio quelle salariali sono state in molti periodi consistenti, ma sono state più facilmente vanificate: soprattutto nei periodi di crisi economica e di forte inflazione sono state rimangiate rapidamente dal padronato che ha ridotto con vari meccanismi il salario reale. Ad esempio in Francia negli anni Trenta: la grande ondata di scioperi dilagati a macchia d’olio e culminati nell’occupazione di moltissime fabbriche del giugno 1936, dopo la vittoria del Fronte Popolare, aveva ottenuto grandi aumenti salariali, la settimana di quaranta ore, le ferie per la prima volta pagate, ecc. Ma quelle conquiste furono erose dapprima e poi cancellate, una volta modificato il clima politico: quando dopo oltre due anni di immobilismo dovuto alla concertazione i sindacati tentarono uno sciopero generale nel novembre 1938, la risposta fu debole e il governo (il cui asse si era spostato progresivamente a destra) poté cancellare con una nuova legge quel che aveva dovuto concedere sotto la pressione della mobilitazione operaia. Soprattutto sul piano salariale ciò è accaduto sistematicamente in breve tempo, tranne nei periodi e nei paesi in cui c’era un meccanismo automatico di difesa, come la nostra scala mobile, la migliore d’Europa, conquistata come “sottoprodotto” del grande spostamento a sinistra seguito alla caduta del fascismo, in cui la classe operaia aveva avuto un ruolo determinante sia con i grandi scioperi del marzo 1943, sia con la sua partecipazione determinante alla resistenza.

Anche le leggi che hanno regolato le condizioni di lavoro, perfino quando sembravano concesse dall’alto, erano sempre il riflesso di una crescita della combattività operaia: il caso più recente è lo Statuto dei diritti dei lavoratori in Italia: il progetto era in discussione da anni, ma trovava sempre resistenze in molti settori del governo, e non sarebbe mai stato concepito in quei termini se non in un contesto di straordinaria conflittualità, di cui si ricorda oggi solo l’Autunno caldo, ma che era iniziata con le vivacissime lotte aziendali che nel 1967 e 1968 avevano fatto saltare le pastoie inserite nei contratti di categoria del 1966. Pur essendo stato pensato inizialmente per regolare e arginare i conflitti, lo Statuto dei diritti dei lavoratori finì per registrare i nuovi rapporti di forza, e assicurare una protezione legale fino a quel momento inconcepibile. La radicalizzazione dei giovani magistrati nel corso degli anni Settanta fece il resto, permettendone un’applicazione integrale e perfino estensiva. Ma esperienze del genere sono state fatte – in diversi periodi – in molti paesi.

Altre conquiste come il controllo sulla nocività e le condizioni di lavoro (ritmi, ecc.), la lotta contro il cottimo, ecc. sono state condotte dal basso in vari periodi: in Italia, soprattutto nel primo dopoguerra, quando sorse il movimento dei delegati di reparto con epicentro Torino, e poi negli anni Sessanta e Settanta, per recuperare quanto era stato perduto per la scelta sindacale nel secondo dopoguerra di privilegiare le rivendicazioni salariali rispetto all’intervento sulle questioni dell’organizzazione del lavoro. La svolta che portò alla correzione, per quanto riguarda la CGIL, fu fortemente voluta da Giuseppe Di Vittorio, che seppe reagire rapidamente ed efficacemente alla pesante sconfitta della FIOM nelle elezioni alla FIAT del 1955 con una riflessione autocritica dura e sincera.

Perfino il sistema previdenziale, oltre ad essere stato migliorato nel corso di molti momenti di crescita della forza operaia, è stato di per sé stesso una conquista operaia almeno indiretta. Agli albori del capitalismo non c’era infatti nessuna forma di assistenza, né in caso di infortunio o malattia (chi si ammalava o rimaneva menomato anche gravemente a causa del lavoro poteva contare solo sulla solidarietà dei compagni di lavoro o dei familiari). Lo stesso accadeva in caso di morte dovuta a un incidente sul lavoro. Chi era licenziato per vecchiaia o arbitrio padronale non riceveva nulla. Per questo le prime forme di associazioni dei lavoratori furono le Società di mutuo soccorso, organizzate per conto proprio o con l’aiuto di società filantropiche religiose o laiche.

Tuttavia queste associazioni permettevano anche una prima elevazione della coscienza di classe, e assumevano spesso tra i propri compiti quello di assistere economicamente i licenziati o gli scioperanti (fondi di resistenza, ancor oggi presenti nei sindacati tedeschi o nordamericani). Così uno dei più accaniti nemici della classe operaia, il cancelliere tedesco Otto von Bismarck, mentre rendeva difficile la vita del partito socialdemocratico con leggi eccezionali (rimaste in vigore tra il 1878 e il 1890), introduceva con una serie di leggi l’assicurazione contro gli infortuni e le malattie, a cui sarebbe seguito poi un vero e proprio sistema pensionistico. L’obiettivo era quello di strappare quei settori all’autorganizzazione operaia, e di combattere l’influenza tra di loro del partito socialista e dei cattolici (oggetto anch’essi di una campagna discriminatoria), ma intanto consentiva l’estensione a tutti i lavoratori di una copertura previdenziale (osteggiata ferocemente dal padronato più miope). Il sistema fu poi introdotto in tutti gli altri paesi europei.

Ancora oggi rimane qualche traccia del sistema mutualistico diretto in alcune categorie (in Italia tra i ferrovieri, i giornalisti, ecc.), attaccato quando consente una copertura maggiore dei rischi. Nulla a che vedere con gli attuali progetti padronali e governativi di sostituire il sistema previdenziale e sanitario pubblico con assicurazioni private, che non sarebbero un ritorno a un passato glorioso di autorganizzazione, ma solo un mezzo per drenare risparmi operai a beneficio di fondi pensione speculativi collegati ai grandi gruppi finanziari e assicurativi, magari utilizzando i TFR (trattamenti di fine lavoro), cioè somme accantonate e spettanti di diritto a chi ha lavorato per tutta una vita. Il modello è quello privatistico degli Stati Uniti, costosissimo, e che quindi esclude gran parte della popolazione da ogni possibilità di assistenza, e che nel migliore dei casi restituisce solo quanto è stato versato senza nessun beneficio aggiuntivo, anche se le ingenti somme raccolte sono state investite in operazioni fruttuose.

Gli stessi diritti democratici, come il diritto di voto (suffragio universale esteso dapprima a tutti gli uomini, poi dopo lotte lunghissime anche alle donne), sono stati una conquista dei lavoratori, che si sono battuti duramente per ottenerli, e non furono certo concessi spontaneamente dai detentori del potere. Nel secolo scorso in tutti i paesi d’Europa il diritto di voto era legato al censo, e riservato a piccole minoranze di possidenti. Solo intorno alla prima guerra mondiale (in Italia nel 1919), in un clima di grandi agitazioni e con lo spettro di un’estensione della rivoluzione russa, si ottenne il suffragio universale maschile, ma per molto tempo ogni parziale concessione era stata subordinata a varie condizioni: ad esempio era necessario dimostrare di saper leggere e scrivere, cosa che spinse molti socialisti a impegnarsi in uno sforzo per l’alfabetizzazione (che lo Stato non si preoccupava certo di estendere alle classi subalterne).

La lunga lotta intorno all’orario di lavoro

La più importante delle conquiste operaie è stata comunque la riduzione d’orario a 8 ore, strappata dopo decenni di durissime e tenaci lotte. Nelle società pre-capitalistiche ogni contadino o artigiano libero lavorava in genere solo il tempo strettamente necessario alla produzione dei mezzi di sostentamento, mentre il capitalismo fin dalla sua nascita tende a prolungare al massimo l’orario di lavoro.

Per decenni, i critici di Marx hanno deriso la sua tesi che parlava di una tendenza costante del capitale al prolungamento dell’orario di lavoro, affermando che era stata smentita dai progressi continui della condizione operaia, tra cui una consistente riduzione dell’orario di lavoro. In realtà, bastava guardare fuori delle grandi metropoli imperialiste per trovare tutt’altra situazione. E oggi la tendenza del capitalismo ad allungare la giornata lavorativa (magari attraverso ore di straordinario) è visibile anche all’interno dei paesi più sviluppati.

Per capire se Marx si sbagliava veramente, dobbiamo vedere come e perché si sono determinate alternativamente riduzioni e prolungamenti dell’orario di lavoro nei diversi periodi.

Nei secoli che precedono la rivoluzione industriale, ogni norma stabilita dai regnanti tendeva ad allungare la giornata lavorativa, rispetto alle consuetudini consolidate fin dal periodo medievale, basate sui cicli naturali. Per secoli infatti si era lavorato senza orari rigidi, orientandosi sulla durata della luce diurna, ma anche lasciando molto spazio per pause nella giornata e soprattutto nel corso dell’anno, grazie alle numerosissime festività religiose.

Quando, dopo secoli di sforzi per prolungarlo per legge, nei primi decenni del secolo XIX sono cominciati i decreti per ridurre l’orario di lavoro, almeno per le donne e i bambini, non c’era ancora un movimento operaio organizzato. Erano gli stessi governi più lungimiranti ad essere preoccupati per il continuo deterioramento della salute operaia, e quindi per la stessa riproduzione della forza lavoro: la causa era soprattutto l’inizio del lavoro molto prima della pubertà, con orari prolungatissimi e ritmi tremendi.

Due fattori avevano portato, tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del successivo, a un allungamento abnorme dell’orario di lavoro: la necessità per i capitalisti di recuperare rapidamente quanto avevano investito in costosi macchinari, e la sovrabbondanza di manodopera creata, ad esempio, dai filatoi e dai telai, che producevano con un solo operaio quello che appena pochi decenni prima veniva prodotto da quindici o venti persone. È allora che cominciano le giornate di quindici o diciotto ore lavorative, e i capitalisti riescono a imporre, con lo spettro del licenziamento, l’eliminazione delle tradizionali pause per mangiare o riposarsi. E se ne vedono presto le conseguenze, in termini di aumento vertiginoso della mortalità sul lavoro, delle malattie professionali, delle malformazioni dei giovani proletari, dovute sia al lavoro precoce, sia alla cattiva alimentazione, sia a fattori ereditari, dato che da genitori malnutriti e ammalati difficilmente nascono figli sani.

La prima vera legge che tenta di regolamentare e porre un limite all’orario di lavoro viene promulgata in Inghilterra nel 1833. In base ad essa, la “giornata lavorativa ordinaria di fabbrica nel settore tessile” doveva “cominciare alle cinque e mezzo di mattina e finire alle otto e mezzo della sera”; il lavoro dei fanciulli dai nove ai tredici anni venne limitato a otto ore al giorno, ma nell’arco delle quindici ore. Tra il 1802 e il 1833 erano già stati emanati dal parlamento inglese ben cinque Acts sul lavoro ma – dato che non era stato stanziato neanche un soldo per la loro esecuzione legale, per un corpo efficiente di ispettori, ecc. – erano rimasti lettera morta. In realtà, neppure la legge del 1833 venne applicata sistematicamente, dato che gli stanziamenti per gli ispettori del lavoro, che finalmente c’erano, non erano sufficienti a garantire un controllo sistematico, al sicuro da ogni tentativo di corruzione.

Un’abbondante documentazione conferma che, grazie alla fortissima concorrenza della massa dei lavoratori espulsi dalle campagne o immigrati dall’Irlanda, gli orari effettivi superavano di molto quelli fissati ripetutamente sulla carta (ad esempio, ancora nel 1844 e nel 1847). Infatti, se nei secoli precedenti restavano vani i decreti per il prolungamento dell’orario, ora erano quelli per ridurlo entro limiti sopportabili dall’organismo umano a essere disattesi.

La realtà era ben diversa da quella prevista dalla legislazione: ancora nel 1860, si doveva presentare una “petizione affinché il tempo degli uomini sia limitato a diciotto ore quotidiane”. Dalle denunce fatte allora risultò che anche fanciulli di nove o dieci anni venivano svegliati molto prima dell’alba e fatti lavorare fino a notte inoltrata. Le proteste degli industriali comunque erano state violentissime. Avevano preannunciato il fallimento di ogni attività industriale e denunciato “con alte grida il bill delle dodici ore del 1833 d’essere un regresso verso i tempi delle tenebre”, cioè alle condizioni esistenti prima dell’intensificazione dello sfruttamento capitalistico.

I fabbricanti del settore della seta, peraltro, avevano chiesto subito una deroga sull’età minima, asserendo che “la delicatezza del tessuto esige nelle dita una leggerezza di tocco” che si perde con gli anni (i bambini pakistani che cuciono i palloni o quelli turchi che lavorano per Benetton non sono una novità!). La legislazione inglese dal 1833 al 1864 impose, tra nuove grida di disperazione degli industriali, successive limitazioni all’orario legale, sistematicamente aggirate perché il parlamento votava la legge ma non stanziava fondi sufficienti a creare un efficace ispettorato del lavoro. Ecco perché la deroga era “normale”.

Su proposta di Marx, nel I Congresso dell’Internazionale (Ginevra 1866) era stata votata una risoluzione che sosteneva che “la limitazione dell’orario di lavoro è la condizione indispensabile perché gli sforzi per emancipare i lavoratori non falliscano. Di conseguenza, veniva proposto che il limite legale per l’orario di lavoro fosse di 8 ore.

Una vera e propria lotta organizzata su scala internazionale per le otto ore cominciò tuttavia solo quasi venti anni dopo, con il Congresso internazionale socialista tenutosi a Parigi nel 1883. In questa fase, l’elemento trainante era rappresentato dai delegati degli Stati Uniti e dell’Australia, dove la sensibilizzazione sulle otto ore era da tempo molto forte e si erano ottenuti risultati notevoli, anche se solo in certe categorie e non definitivi. Negli Stati Uniti, già nel 1861 si erano formate le Leghe per le otto ore, poi l’iniziativa passò all’American Federation of Labor, che nel 1888 lanciò una nuova campagna per le otto ore, basata sull’idea che ogni anno bisognava concentrare le energie in un solo settore industriale, in modo che gli scioperanti sarebbero stati aiutati finanziariamente dai sindacati delle altre categorie (l’idea era quella di scioperi a oltranza e non puramente dimostrativi, come in genere si proponeva in Europa). Per effetto delle notizie portate dai delegati d’oltreoceano, si rafforzò anche in Francia una tendenza a porre la rivendicazione subito e in modo deciso. Nel corso dei due congressi che si tennero a Parigi nel 1889 (uno anarchico, l’altro socialista) tutti si pronunciarono a favore di una giornata internazionale di lotta per le otto ore. Entrambi i congressi accettarono la data del 1° maggio 1890 proposta dall’AFL nel congresso di St. Louis del dicembre 1888. Quanti se ne ricordano ancora, che il 1° maggio è nato come giornata internazionale di lotta per la riduzione d’orario?

Nell’agosto 1891 un nuovo congresso socialista internazionale riunito a Bruxelles, in cui erano presenti 337 delegati di 15 paesi, tracciò un bilancio delle mobilitazioni del 1° maggio di quello stesso anno e di quello precedente, trasformando la celebrazione in una scadenza fissa annuale, pur concedendo ai molti burocrati recalcitranti che in quel giorno i lavoratori dovevano scioperare “dappertutto eccetto dov’è impossibile”: una frase lapalissiana, che sottintendeva che ogni organizzazione locale aveva la libertà di decidere che era impossibile, senza violare le decisioni comuni.

Per ottenere le otto ore ci sarebbero voluti ancora decenni di lotte e di sangue. I primi risultati in tutto il mondo furono frutto di lotte di categoria in situazioni di pieno impiego: in Inghilterra edili e meccanici strappano nel 1872 le nove ore, mentre in Russia bisogna aspettare il 1882 per imporre almeno le prime limitazioni al lavoro minorile e femminile. Solo nel 1896-1897 i tessili di Mosca conquistano le undici ore e mezzo. Eppure, sarebbero stati i lavoratori russi a ottenere per primi le otto ore, con la Rivoluzione del 1917!

È significativo che la giornata di otto ore, nella primavera del 1917, non fu richiesta al padronato o al governo provvisorio, ma imposta dal basso: gli operai rivoluzionari, al termine delle otto ore, suonavano la sirena per dare il segnare di uscire, e tutti uscivano. In pochi giorni, i padroni che avevano necessità di produrre dovettero fare buon viso a cattivo gioco e assumere operai sufficienti per istituire un terzo turno (si lavorava allora in due turni di dodici ore!).

Durante la prima guerra mondiale, in tutta l’Europa – Italia compresa – si era tornati alle dodici ore (dalle 6 del mattino alle 6 di sera e viceversa) nel lavoro a turni, con orari ancor più pesanti nella piccole manifatture. L’impatto della Rivoluzione russa fu enorme anche su questo terreno (oltre ad avere dimostrato che fare cessare la guerra era possibile) e, nel giro di pochi anni, la maggior parte dei paesi europei stabilirono la giornata di 8 ore. La “grande paura” del contagio della Rivoluzione russa aveva spinto a concessioni sostanziali quegli stessi capitalisti che avevano sempre gridato che un’ora in meno alla settimana li avrebbe mandati in rovina.

Dove può e quando può, il capitalismo tenta ancora di prolungare l’orario di lavoro, col ricatto della disoccupazione, ma anche facendo leva sul bisogno di salario per trasformare gli “straordinari” in una norma almeno settimanale se non quotidiana. Per questo, proprio quando c’è sovrabbondanza di manodopera disoccupata, e la forza contrattuale degli operai è minore, gli orari si allungano.

Non parliamo solo della Corea del Sud, o dell’Indonesia (che comunque, nonostante gli orari di 60 o 72 ore settimanali sono entrare ugualmente in crisi). Accade tuttora anche in Italia, con evidenti danni alla salute dei lavoratori, e soprattutto ai livelli di occupazione. L’ideale per il capitalismo è fare lavorare il minor numero di operai, magari pagandoli qualcosa in più, per tenere fuori gli altri, come riserva che per disperazione un domani può accettare di rinunciare ad altre conquiste acquisite. E utilizzando inoltre manodopera straniera senza diritti per abbassare ulteriormente i salari e allungare l’orario, da un lato, introducendo elementi di divisione per scagliare i “privilegiati” contro gli altri.

Durante la fase ascendente del capitalismo, nel primo paese in cui si è sviluppato su larga scala durante la “rivoluzione industriale”, un ruolo particolare nella formazione del cosiddetto “esercito industriale di riserva” lo avevano i proletari irlandesi, soprattutto quando furono sospinti in massa verso l’Inghilterra (ma anche gli Stati Uniti) dalla grande carestia del 1847, provocata da una malattia che aveva distrutto le patate, da oltre un secolo quasi unico alimento dei poveri. Derisi dalla piccola borghesia per la loro sporcizia (ma come potevano essere puliti nei tuguri in cui vivevano, gli unici alla loro portata?) e odiati dagli operai inglesi meno coscienti perché la loro miseria li spingeva ad accettare salari bassissimi, servivano tuttavia ai capitalisti, che grazie a loro potevano puntare al ribasso generale dei salari.

È lo stesso ruolo che oggi hanno in Italia e in Europa gli extracomunitari, ai quali si negano i più elementari diritti e di cui si parla malissimo, ma che vengono lasciati venire in navi che non hanno nulla da invidiare a quelle dei negrieri, negando loro il permesso di soggiorno anche temporaneo, per poterli sfruttare meglio, perché non possono ricorrere a nessuna autorità. È il ruolo che hanno avuto gli italiani negli Stati Uniti, in Argentina, e anche in diversi paesi europei. Peccato che la maggior parte degli italiani sembrano aver dimenticato le umiliazioni e lo sfruttamento feroce subiti da milioni di connazionali nel mondo, e soprattutto che “solo uniti si vince”!

Lecce 7 dicembre 1999

Antonio Moscato

Immagine

I fantastici 5.

I Cazzi amari di Silvia Deaglio, figlia per niente choosy di Elsa Fornero

 

Qualche simpaticone ha inviato una lettera di minacce alla figlia della Fornero, scrivendo “‘Quando arriverà il furore del popolo saranno cazzi amari”.

Silvia Deaglio, figlia della ministra, è quella che a 30 anni insegna all’università di Torino, la stessa dove lavorano mamma Elsa e papà Mario; la ragazza che DA SOLA è riuscita a ottenere finanziamenti ministeriali per 500mila euro nel 2008 e p

iù di 400mila nel 2009. Quella che la Compagnia San Paolo (cui vice presidente era mamma) finanziò un progetto di ricerca 120mila euro. Quella che la “Human Gentics Foundation”, creatura della Compagnia stessa, ha garantito il posto da responsabile di unità di ricerca affidandole un progetto da 190mila euro.

Silvia mica è choosy come noi: lei non è stata schizzinosa affatto quando si è intascata quasi un milione e mezzo di euro in pochi anni.

Dai Silvietta, un po’ di “cazzi amari” non potranno che farti bene.

Primarie: quello che il PD non dice di Bersani, Renzi e Vendola

Curiosamente – ma a ben guardare neanche tanto – tra le regole di partecipazione alle primarie del centrosinistra ne mancano due che, nel clima di “antipolitica” imperante, ci sarebbero state molto bene. La prima è che un indagato non può candidarsi alla guida del Paese; la seconda è la totale trasparenzanei finanziamenti che si ricevono.

Sarebbero due regoline di buon senso che darebbero anche un segnale di cambiamento importante nella bistrattata politica nostrana: gli elettori delle primarie, chiamati a eleggere un candidato premier con alte probabilità di vittoria alle elezioni politiche, avrebbero il pieno diritto di votare una persona non coinvolta in inchieste, specie se “pesanti”. Allo stesso modo, sapere chi finanzia cospicuamente una campagna elettorale permette di intuire quali “grandi interessi” il candidato premier sarà tenuto a “tutelare”.

Prendiamo i tre principali contendenti: BersaniRenzi Vendola.

Il primo non ha indagini pendenti a suo carico e, anche sul piano comunicativo, si presenta come un semplice e onesto galantuomo: basti pensare che inizierà la sua campagna elettorale dalla pompa di benzina appartenente al padre (a Bettola, Emilia Romagna). Eppure i suoi sostenitori storici, da Comunione e Liberazione alle coop rosse, sono tutt’altro che popolani indigenti. Lui stesso l’ha ammesso scherzando: “Se votassero solo i ricchi, vinceremmo sempre noi. Ci ha fregati il suffragio universale”. Sarà per questo Bersani ha avuto a che vedere, negli anni, con tutte le più grandi operazioni finanziarie d’Italia, anche le più torbide.

A cominciare dall’operazione che nel ’99 ha portato Telecom nelle mani di Colaninno, di cui Bersani è stato un grande sposor verso D’Alema, allora a capo del Governo di cui il nostro faceva parte. “Evvai!”, esultò quando, dopo che il governo impedì a Telecom di poter resistere all’Opa lanciata da Olivetti, i “capitani coraggiosi” si impadronirono dell’azienda.

Nel 2004 Bersani andò con Fassino dall’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, a proporgli la fusione tra la Bnl e il Montepaschi, che salta e a cui subentra Unipol. La voce di Bersani non è stata registrata nelle intercettazioni, ma le sue telefonate e i suoi rapporti con i “furbetti” si trovano annotati nelle agende del segretario di Fiorani. Più tardi, è stato anche con l’appoggio di Consorte che Bersani è diventato segretario del PD.

Un altro amico di Bersani che in vita non ha mai avuto bisogno di fare la fila alla Caritas è Marcello Gavio, l’imprenditore (già latitante nel ’92 per accuse di corruzione da cui è stato assolto, socio di Ligrsti e delle Autostrade e proprietario di aziende con manager condannati per finanziamento illecito) – con cui il segretario del PD “ha da sempre un ottimo rapporto” – che appena due anni prima della nomina di Bersani a ministro dello Sviluppo Economico tenta la scalata alla Serravalle, sotto l’occhio vigile dei magistrati che, in cerca di tangenti, mettono i telefoni sotto controllo. Scoprendo che Gavio è riuscito ad averla vinta grazie soprattutto all’intervento di Filippo Penati, sponsor di Bersani alle primarie che lo hanno consacrato segretario del partito.

Penati, allora presidente della Provincia di Milano, in aperta opposizione col sindaco Albertini usò le casse della Provincia per aiutare Gavio nell’impresa. Tutto merito di Bersani: è stato lui, come risulta dai brogliacci delle intercettazioni, a mettere Penati in contatto con Gavio. Prima facendo pressione sul primo affiché telefonasse all’altro, poi addirittura organizzando un’incontro “in modo riservato”, in un albergo di Roma.

Più tardi fu coinvolto anche nel caso Parmalat, il cui reponsabile della tesoreria, Franco Gorrreri (già presidente della Banca del Monte di Parma e vicesegretario Provinciale del Psi) – ha raccontato Calisto Tanzi – avrebbe finaziato Bersani “per conto del gruppo”. Lui, interrogato dai magistrati nel 2005, ha smentito “con riserve”: “Posso affermare di non aver mai rinvenuto il nome di Gorreri tra i contributori. Non posso essere altrettanto categorico per le precedenti campagne elettorali”. Alla fine il pm fa archiviare le accuse relative ai finanziamenti illeciti, nonostante dalle casse di Parmalat siano usciti 12 milioni di euro destinati ai partiti.

Non ha invece potuto smentire di avere accettato, tra il 2006 e il 2007, 98 mila euro da Emilio Riva, patron dell’Ilva di Taranto. Tutto lecito e documentato. Ma all’epoca Bersani era Ministro dello Sviluppo Economico. Quei soldi – intascati personalmente – possono aver influenzato Bersani, al tempo principale responsabile di un settore strategico come quello industriale?

Il “generoso regalo” di Riva ha alzato il velo su una pratica – quella dei “finanziamenti privati” – che andrebbe regolata. E se è vero che quel dono venne fatto ormai sei anni fa, è vero anche che siamo autorizzati a domandarci se ci siano altri industriali – o manager di grandi aziende – che pagano centinaia di migliaia di euro una campagna elettorale. Questo vale per Bersani come per tutti gli altri, ovviamente. Chi finanzia le primarie di questi signori? Chi paga viaggi, palchi, ospiti, cene, catering e quant’altro?

 

Veniamo a Renzi. Il sindaco di Firenze – autonominatosi “rottamatore” della vecchia politica – nell’estate del 2011 è stato condannato in primo grado, insieme ad altre venti persone, dalla Corte dei Conti toscana per danno erariale e al pagamento di 14mila euro. Il procedimento si riferisce a quando era presidente della Provincia di Firenze, ed è oggettivamente poca roba.

Tuttavia il quotidiano Stampa Toscana riportava un mese fa la notizia di nuovi, e ben più seri, guai riguardanti sempre la gestione della Provincia di Firenze: il consigliere provinciale del PdL Guido Sensi ha infatti diffuso i documenti ufficiali della Corte e del Ministero dell’Economia con i quali l’attuale candidato alle primarie del centro-sinistra è stato “messo in mora” per alcune irregolarità nella gestione finanziaria dell’ente. E stavolta le cifre si gonfiano di zeri:

Gli ispettori del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Luciano Cimbolini e Quirino Cervellini –riporta il quotidiano – sono stati inviati dal vice procuratore generale Acheropita Mondera Oranges a visionare le carte della Provincia e hanno operato dal 10 gennaio all’11 febbraio 2011. Dai rilievi dei due funzionari sono emerse 15 ipotesi di responsabilità amministrativa per un valore complessivo di 3.864.935 euro, dei quali 1,5 direttamente imputabili al sindaco di Firenze (secondo quanto estrapolabile dai documenti resi pubblici da Sensi). In particolare, Renzi sarebbe responsabile di «gravi illegittimità nell’attribuzione di alcuni compensi a carattere indennitario» e «dell’illegittima attribuzione di quattro incarichi di direzione generale». Sostanzialmente, si tratterebbe di stipendi illecitamente gonfiati e assunzioni irregolari.

Per questi fatti al momento Renzi non è indagato, né vi sono ipotesi di reato. Tuttavia è lecito domandarsi se questa generosa gestione del denaro pubblico sia compatibile con il ruolo che Renzi vuole ricoprire. E a ciò si aggiungano le accuse del dipendente comunale fiorentino Alessandro Maiorano, che ha reso pubbliche molte fatture (guardale) della giunta provinciale guidata da Renzi: tra i quasi 20milioni di euro spesi emergono anche biglietti aerei, vini pregiati, pasticcini, bouquet di fiori e notti in hotel di lusso.

Non è migliore la situazione di Nichi Vendola. Il governatore pugliese, ex comunista e beneficiario dello stipendio più alto tra quelli dei presidenti di regione, è indagato per concorso in abuso d’ufficio per una vicenda legata al concorso per la nomina a primario di Paolo Sardelli, responsabile del reparto di chirurgia toracica all’ospedale San Paolo di Bari. Come se non bastasse è indagato anche per abuso d’ufficio, peculato e falso per una transazione di 45milioni di euro non conclusa tra Regione Puglia e l’ospedale “ecclesiastico” Miulli. Vendola ha dichiarato ieri alla trasmissione Agorà: “Se vengo condannato, è chiaro che mi ritiro dalla vicenda delle primarie. Tra qualche giorno andrò a giudizio con rito abbreviato chiesto da me, e lo faccio con la coscienza totalmente serena”.

Questo è quanto. Mentre si discute sulla leadership del centrosinistra, le regole delle primarie sorvolano su fatti anche piuttosto gravi. E così, mentre i cittadini chiedono un’inversione di marcia alla politica e una gestione più etica del bene comune, tra i tre candidati emergono storie non sempre limpide.

Perché il Partito Democratico non ha regolamentato i profili giudiziari dei candidati alla guida del Paese? E perché, in barba alla trasparenza, non è dato sapere chi finanzia le campagne elettorali dei tre uomini del centrosinistra?

365

il 5 settembre di un anno fa iniziavo a lavorare come operaio in una importante cantina della mia zona, la Moncaro. Turni da 17 ore massacranti, compresi di sabati e domeniche, e successivamente turni di notte per 28 giorni consecutivi, senza mai riposare. Mi sono valsi qualche stipendio decente, un gruzzoletto buono per la lunga – e cara – permanenza a Parigi. Mi sono valsi però anche l’umiliazione dello sfruttamento, visto che l’azienda mi fregò 1000 euro dalla busta (non pagandomi il dovuto i turni di notte) e poi mi licenziò via sms, con grande “eleganza”. “Non servi più, addio”.

Nel frattempo ho lavorato come giornalista a Parigi per 7 mesi. Ho scritto di temi importanti: una 60ina di pezzi firmati e qualche centinaio sotto pseudonimo. Ho scritto di Caccia F-35, guerre segrete degli USA, repressione, diritti umani, Alta Velocità, ho fatto interviste interessanti.

Mi dicevo: basterà per ottenere qualche colloquio al ritorno in Italia con dei giornali. Solo per proseguire su un cammino iniziato nel 2006 nel giornalismo. Invece col cazzo: tutto tace. Mi rimetto alla ricerca di qualcos altro, mentre si avvicina a passi da gigante il giorno in cui davvero mollerò tutte le speranze. Adelante…

Movimento No Tav: strategia e storia di una lotta popolare

Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese

Siamo stati una settimana a Chiomonte, nel campeggio No Tav messo in piedi da due mesi e mezzo. Abbiamo seguito le assemblee, appoggiato e proposto iniziative, cucinato, lavato e passeggiato insieme a centinaia di ragazzi, uomini ed anziani della valle. Ogni pratica quotidiana si è svolta sotto il segno della partecipazione, abbiamo conosciuto compagni che hanno deciso di lasciare tutto e vivere nella valle, ragazzi che hanno attraversato l’Europa in bici pur di esserci, anziani che lottano da anni per difendere questa terra stupenda e profanata. Abbiamo vissuto in prima persona anche lo specchio deformante dei giornali, l’enorme abisso tra realtà e racconto. Abbiamo deciso di intervistare Patrizia Soldati (“ma per i compagni Pat”), splendida signora nata e cresciuta nella valle, cuoca in un asilo nido e a domicilio, che lotta per la sua terra e che ci ha insegnato quanto giovani e combattivi si può (e si deve) essere, a qualsiasi età.

Quando ha iniziato ad interessarsi attivamente della questione Tav?

Ho partecipato alla prima assemblea nel 1996 come cittadina comune, mentre dal 2004 ho iniziato a partecipare più attivamente con associazioni e comitati della Val di Susa.

Vuole raccontarci i due mesi e mezzo di campeggio autogestito No Tav? Quali sono state le difficoltà maggiori e quali le soddisfazioni?

Sono stati due mesi e mezzo molto faticosi dal punto di vista fisico, ma anche straordinari in quanto a ricchezza – chiaramente quella non monetizzabile. E’ stata un’esperienza umanamente ricca per la quantità di persone che hanno voluto partecipare alla lotta, fosse anche per la pura e semplice gestione del campeggio. E’ stato uno straordinario e continuo scambio di competenze e creatività.

Il momento dell’assemblea è, all’interno del campeggio, il più importante della giornata; ci si siede in cerchio e ci si guarda in faccia, si organizzano azioni, si discute di cosa non va e cosa bisogna migliorare, si organizzano i turni di pulizia e cucina. Questa vita comunitaria è forse uno dei collanti migliori per il movimento, così si conquista la fiducia del vicino, così si parte e si ritorna insieme. Le andrebbe di provare a raccontarci lo spirito che anima le discussioni e l’importanza di questa pratica comunitaria all’interno del campeggio?

Tutti i pomeriggi nel campeggio si tiene un’assemblea: è un momento fondamentale di discussione. E’ l’occasione per spiegare ai nuovi arrivati le regole, ma anche per decidere le iniziative da intraprendere in modo aperto, non gerarchico. Tutti possono partecipare, dire la loro. Le decisioni vengono prese in modo consensuale. Senza ombra di dubbio il momento dell’assemblea è il più importante della giornata: è anche la dimostrazione che una comunità autogestita e composta dalle tipologie più disparate di persone può organizzarsi in modo efficiente.

In effetti nel campeggio, basta guardarsi intorno, si trovano persone di età diverse, provenienti da tutta Italia ed anche dall’estero, c’è chi partecipa al movimento da anni e chi porta il proprio contributo magari solo da pochi giorni. Ciò che colpisce è che tutti vengono ascoltati allo stesso modo, le idee di tutti vengono discusse e valutate, non esiste gerarchia all’interno del movimento: eppure vengono prese quotidianamente scelte e decisioni comunitariamente, senza riccorrere a votazioni, senza che le idee di una maggioranza schiaccino quelle della minoranza, ma tenendo tutto “insieme”. Le sembra questo un aspetto peculiare dei No Tav e forse uno dei suoi punti di forza?

Noi non consideriamo che l’opinione della maggioranza debba prevaricare ed escludere le minoranze: è un metodo che ci siamo dati fin dall’inizio e che ci ha permesso di rimanere uniti ed evitare “scissioni”. Crediamo che l’assemblea sia il momento per discutere e trovare alla fine un accordo che rispetti ed inglobi nelle decisioni le istanze di tutti, fermo restando alcune “regole” basilari che è obbligatorio condividere e rispettare.

La fine dell’estate porterà alla chiusura del campeggio, quali sono le prospettive e le strategie per mantenere forte ed unito il movimento durante un autunno ed un inverno che si preannunciano caldissimi?

Sicuramente continueremo nelle varie campagne già messe in piedi, che sono quelle contro la militarizzazione della Val di Susa, o sul lavoro delle ditte appaltatrici (leggi il dossier “C’è lavoro e lavoro”, ndr), senza dimenticare la presenza fisica vicino al cantiere, specificatamente alla Clarea, per contrastare l’attività che si svolge all’interno

“A sarà dura” è uno degli slogan del movimento: i lavori nel cantiere vanno al rallentatore, la repressione militare, invece che indebolire il movimento (tramite ad esempio i fogli di via), sembra rafforzarlo, fioriscono iniziative e progetti all’interno del campeggio ed il movimento sembra sempre più internazionalizzarsi. I No Tav sono riusciti a trasformarsi e rinnovarsi con il passare del tempo, come vede il futuro della lotta in Val Susa? Perché i No Tav vinceranno?

La principale trasformazione che sta avvenendo è un allargamento della lotta, che non riguarderà più solamente il Tav Torino-Lione e la Val di Susa, ma in generale tutte le grandi opere che hanno come fondamento lo sperpero di denaro pubblico per decine di miliardi di euro, dando in cambio ai cittadini nessuna utilità pratica. Credo che l’allargamento delle lotte in tal senso sia inevitabile, nonostante la repressione sempre maggiore, e credo che le persone prenderanno sempre più coscienza del sistema con cui queste opere vengono decise.

A tal proposito, cosa è il Patto di Mutuo Soccorso?

Si tratta di una sorta di unione tra le istanze presenti in tutta Italia, che permetta ad ognuna di aiutarsi e chiedere sostegno alle altre in momenti critici. Ad esempio, se un movimento contro una discarica chiede aiuto al patto di mutuo soccorso, troverà ovunque realtà pronte ad offrire una mano e partecipare alla lotta.

Cosa risponde a chi accusa il Movimento No Tav di essere conservatore, visto che impedisce la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità?

Rispondo che dovrebbero analizzare il significato delle parole “sviluppo” e “progresso”. Noi a questi due concetti fatti “calare dall’alto” non diamo nessun credito, perché non riteniamo che lo sviluppo debba essere la predazione dei beni comuni finalizzato all’arricchimento di pochi soggetti.

In che modo avete discusso il “nodo” violenza sì e violenza no, che spesso ha diviso altri movimenti popolari di lotta?

Noi abbiamo sempre rispedito al mittente ogni tentativo di dividerci tra “buoni” e “cattivi”. E’ chiaro che le situazioni di lotta talvolta cambiano di livello, ma è un cambiamento dettato dalla “controparte” che ci reprime a suon di manganellate e gas al CS. Noi abbiamo sempre chiesto di discutere pubblicamente dell’utilità di questa opera, ma non ci è mai stato possibile e un problema politico è stato trasformato in una questione di ordine pubblico, con la militarizzazione massiccia del territorio. Dopo di che equiparare il lancio di pietre o gavettoni di vernice ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo è folle, ed è chiaro che più le forze dell’ordine alzeranno il livello dello scontro più noi reagiremo. In fondo noi abbiamo poche armi: l’informazione – attraverso internet, il volantinaggio e le iniziative in tutta Italia – e talvolta, quando veniamo assaliti, il lancio di qualche pietra. Ma noi tutto ciò non lo consideriamo violento.

Negli ultimi giorni si sono susseguite iniziative importanti del movimento: dal taglio delle reti alle occupazioni di società coinvolte nella costruzione del Tav. Come sono state decise queste azioni?

Queste azioni vengono semplicemente proposte da qualcuno e poi, eventualmente, accettate da chi decide di partecipare: nel caso dell’occupazione alla Geovalsusa anche mettendoci la faccia, a volto scoperto, in modo pacifico. Queste sono azioni politiche, non di puro vandalismo o “terrorismo”, come hanno descritto i giornali: a noi servono per denunciare lo stato delle cose. Ad esempio, nel caso della Geovalsusa, la loro complicità con il fronte del Sì Tav.

Esse sono state bollate come azioni squadriste, mafiose, dai giornali come Repubblica La Stampa. Cosa rispondi?

Il Movimento non si riconosce minimamente in quelle definizioni, anche perché le azioni sono state sempre spiegate e rivendicate. Da vent’anni chiediamo di confrontarci pubblicamente sui dati scientifici in nostro possesso, dati che dimostrato che il Tav è una follia, dati estrapolati da studi di fior di economisti e tecnici che in modo gratuito si sono messi a disposizionedel Movimento. Le nostre richieste di confronto sono state sistematicamente ignorate, quindi arrivati a questo punto non ci resta che muoverci come stiamo facendo. A giornali come Repubblica e La Stampa non resta che diffamarci, visto che neppure loro reggerebbero il confronto sul piano tecnico.

Giornalisti di grandi testate sono mai entrati nel campeggio? Si sono mai interessati al vostro punto di vista?

Nell’ultimo anno non mi risulta che giornalisti di importanti testate siano entrati a guardare cosa è davvero il Movimento No Tav. O almeno: se qualcuno l’ha fatto non si è fatto riconoscere. Lo scorso anno invece nell’esperienza della Libera Repubblica della Maddalena qualche giornalista chiedeva di entrare, ed ha sempre avuto carta bianca e massima libertà di movimento e azione.

Qual è la strategia mediatica del movimento? In che modo una lotta popolare può relazionarsi con l’esterno, contrastando i media mainstream?

L’unico strumento che al momento ci siamo dati è la diffusione di comunicati stampa quando vengono scritte falsità e diffamazioni. Tuttavia sappiamo di dover sfruttare al massimo le potenzialità offerte da internet, sicché chi vuole informarsi sulle nostre iniziatie non avrà nessuna difficoltà a farlo. Chiaramente è in atto anche una discussione sulle stretegie future per contrastare le notizie false…

Due giorni fa è stato attaccato il cantiere con il lancio di uova e vernice ai dipendenti e ai militari: come è stato possibile per un movimento di sinistra arrivare ad ostacolare il lavoro degli operai? Cosa rispondete a chi spiega di “lavorare per mangiare”?

E’ stato faticoso, soprattutto per i tanti che come me credono che i lavoratori vadano tutelati. Tuttavia il Movimento ha deciso di attaccare, con azioni simboliche e non violente (come il lancio di uova e vernice) chi presta la sua opera per la costruzione del Tav, considerando che ognuno è complice della devastazione in atto e che le esigenze personali (“devo mangiare”) non possono avere la meglio sui bisogni della collettività. Siamo consapevoli che sono metodi drastici, ma confidiamo in una presa di coscienza dei lavoratori.