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Le “mie” donne

nonna

Non so perché, ma ogni 8 marzo sento salire una strana inquietudine: qualcosa che mi impedisce di fare auguri o festeggiare una ricorrenza che pure riconosco essere importante. Sarà per la perdita di senso, per un certo ritrovarsi al femminile fatto di fiori, baci, cene e per qualcuna spogliarelli e ricerca di gigolò ai quali consacrare finalmente l’emancipazione. O sarà perché la mia storia personale è fatta di donne che considero statue, numi tutelari che illuminano molte decisioni della mia vita. Le mie donne sono mani callose, piedi costretti a sopportare il peso. Le mie donne sono schiene spezzate, lunghe notti di lavoro in una casa di riposo, spalle ricurve dopo anni di fatiche. Le mie donne sono la pazienza, la sopportazione delle umiliazioni, la rabbia soffocata che sfociava dagli occhi. Queste mie “statue” non le festeggio, ma le celebro a mio modo tenendole sempre come un esempio, come una lampada a olio quando piomba la notte e non sai dove andare.

C’è mia nonna, che ha fatto l’operaia una vita in una fabbrica di cibi surgelati, e quando andava a casa subiva le umilianioni di un uomo malato e frustrato. E’ stato così fino all’ultimo giorno della sua vita. Mai una carezza, mai una parola dolce, ma urla e umiliazioni. Ricordo che teneva da parte pane e prosciutto per me e i miei fratelli, che non dovevamo sciuparci. All’altra mia nonna è andata meglio: contadina, in viaggio di nozze mio nonno (che invece la onora e ancora la ama) la portò a mietere il grano. La vedo ancora darsi da fare, con la schiena rotta e le mani ferite. Mia madre ha avuto tre figli. Tutti maschi. Finché mio padre ha lavorato ci ha tenuti a bada, quando mio padre è stato messo in cassa integrazione ha iniziato a sgobbare: bidela in una scuola, donna delle pulizie, ora assistente in una casa di riposo. Non ha mai fatto una vacanza: non se l’è mai potuto permettere. E poi c’è la compagna dei miei ultimi 4 anni: uno scricciolo, un vulcano, segnata dal dolore per aver perduto il padre quando era ancora una bambina, mi ha mostrato ogni giorno la perseveranza e l’umiltà e solo oggi, dopo anni di sacrifici, fa il lavoro che merita.

Queste sono le mie donne.