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Il Nobel Obama e le guerre segrete: 24 ore dopo la sua rielezione un drone uccide tre uomini nello Yemen

Non erano trascorse neppure 24 ore dalla sua rielezione a Presidente degli Stati Uniti, che Barack Obama (premio Nobel per la pace) ha ripreso con vigore le operazioni di “secret war” che l’esercito americano sta tenendo in Pakistan, Yemen e Somalia con l’ausilio dei droni. AgoraVox ne raccontò i retroscena in questo articolo.

In particolare, dopo un periodo di relativa calma (probabilmente legato alla campagna elettorale) i Predator statunitensi hanno portato a segno un attacco in Yemen mercoledì 7 novembre, causando tre morti e tre feriti (tra i quali un bambino).

L’aereo senza pilota ha aperto il fuoco su un veicolo nel quale viaggiava Adnan al-Qadi, militante già conosciuto agli Stati Uniti perché sospettato di essere uno degli attentatori dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Sanaa nel 2008. Insieme a lui c’erano e le presunte guardie del corpo – Rabiee Lahib e Radwan al Hashidi. Nei paraggi si trovavano anche dei civili, che sono rimasti feriti nell’esplosione.

La notizia non è stata confermata dalla casa Bianca, coerentemente con quanto avvenuto finora rispetto a queste operazioni di “secret war”. Tuttavia poche ore dopo l’attacco – avvenuto di notte – proprio alcuni media yemeniti riportavano la notizia (qui qui).

Quello di Adnan al-Qadi sarebbe stato dunque un omicidio mirato a un uomo sospettato di essere legato a cellule di Al-Qaeda: se è vero, perché non è stato sottoposto a un regolare processo? E perché non è stato consegnato alle autorità yemenite?

L’attacco del 7 novembre potrebbe essere la dimostrazione che la Presidenza Obama non intende “cambiare marcia”, rinunciando alle operazioni militari più o meno segrete in tutto il mondo. Proprio pochi mesi fa il Premio Nobel era stato fortemente criticato per la sua decisione di ridefinire il termine “civili”, escludendo da questa categoria tutti gli uomini in età militare: solo un’indagine postuma avrebbe dovuto certificarne lo status di “non combattenti”. Naturalmente questo provvedimento ha visto scendere il numero di “vittime civili” delle operazioni dei droni, che improvvisamente hanno scovato centinaia di guerriglieri e terroristi in Pakistan, Yemen e Somalia.

Un dossier di The Bureu Investigates (composto da un team di giornalisti investigativi) sta costantemente monitorando l’andamento delle “guerre segrete” degli Stati Uniti. In Pakistan, dal 2004 ad ora, gli attacchi dei droni sono stati 350: l’ultimo il 24 ottobre scorso. Il numero di vittime non è chiaro, ma variabile tra un minimo di 2.586 a un massimo di 3.375, dei quali sicuramente 176 bambini.

In Yemen le operazioni segrete sono iniziate nel 2002 e, benché in numero nettamente inferiore rispetto al Pakistan, gli attacchi sono stati tra 53 e 63, con 163 morti civili. Per quanto riguarda laSomalia gli attacchi (da 10 a 23) hanno causato non meno di 58 morti.

Quand’anche si trattasse di “vendetta” verso Al-Qaeda dopo l’attentato dell’11 settembre, il numero di vittime (calcolando solo quelle causate da attacchi di droni) sarebbe ormai quasi il doppio rispetto agli americani morti nel crollo delle Torri Gemelle. Una vera e propria rappresaglia.

Proprio il 29 maggio scorso il Wall Street Journal rivelava il tentativo di Obama di vendere all’Italia armamenti per i droni utilizzati dal nostro Paese in Afghanistan. Non se ne è saputo più niente, né l’opinione pubblica italiana o i candidati premier del centrosinistra sembrano interessati alla guerra in corso in quella terra lontana.

Le bande partigiane dell’ascolano e la battaglia di San Marco

Nel pomeriggio del 2 ottobre 1944, nei pressi di Porta Cartara (Ascoli), ci fu uno scontro tra alcuni ragazzi del San Marco e dei soldati nazisti. Una camionetta tedesca con mitragliera cominciò a battere la campagna per poi fermarsi con il sopraggiungere del buio. Durante la notte giunsero notevoli rinforzi e vennero piazzate artiglierie naziste lungo i colli dai quali si poteva colpire facilmente il San Marco, facendo cadere il presupposto tattico dei partigiani. All’alba del 3 ottobre i tedeschi puntarono direttamente alla montagna attaccando i patrioti di sorpresa e circondando il Colle. Iniziò una cruenta battaglia che fu interrotta da un provvidenziale terremoto. Ma lo spavento dovuto all’evento sismico durò poco e già prima di sera ricominciarono i combattimenti, i quali perdurarono fino al 4 ottobre.

   I partigiani combatterono e resisterono finché poterono, poi si ritirarono di fronte all’offensiva tedesca. Alle Rocce e alle Vene Rosse gruppi isolati si difesero finchè poterono prima di essere catturati e condotti al Forte Malatesta. I nazisti, a suggellare una vittoria che costò comunque numerose perdite, fecero saltare Villa Parisi (il “villino Ardito”), sede del Comando partigiano. Al termine della battaglia si contarono una trentina di caduti tra le fila partigiane. Nei giorni dei combattimenti le rappresaglie sulle popolazioni furono continue; l’esercito nazista massacrò sia semplici cittadini che partigiani fatti prigionieri, facendo aumentare progressivamente di numero le vittime italiane. Ci furono rastrellamenti di vaste proporzioni, nel corso dei quali furono catturate un centinaio di persone tra cui numerosi civili, che vennero poi condotti nel campo di concentramento di Spoleto e da lì in gran parte deportati in Germania.

Dopo i fatti del San Marco, alcuni ascolani si organizzarono in piccoli gruppi combattenti che si formarono in località vicine, specialmente sulle alture che circondavano la città, altri invece presero la strada della montagna. I primi nuclei armati della zona dell’ascolano e del fermano, si costituirono nella zona pedemontana dei Sibillini, da Amandola ad Acquasanta, e lungo la litoranea adriatica, da Porto d’Ascoli a Porto Sant’Elpidio.   Sul versante Nord del comune di Ascoli, sul monte Ascensione e vicinanze, si formò il gruppo guidato da Italo Petrelli, collegato con il relativo GAP cittadino, che operò essenzialmente con azioni di disturbo delle comunicazioni nazifasciste sulle rotabili di Venagrande e Venarotta. Il gruppo fu anche impegnato in scontri a fuoco nel corso di diverse imboscate ai danni di truppe tedesche e fasciste dirette a Servigliano.

   A Castel di Croce, dopo l’8 settembre, era già attivo un gruppo partigiano formato da giovani renitenti alle chiamate della repubblica sociale, aiutati da don Sante Nespeca. Il gruppo fu poi guidato dai capitani Aldo Torelli e Tullio Pigoni, scampati alla cattura sul Colle san Marco, e contò tra le fila anche ex prigionieri alleati fuggiti dai vicini campi di concentramento. Le loro furono azioni prevalentemente di sabotaggio ai danni delle linee telefoniche e telegrafiche di Force, Santa Vittoria e Montelparo.

   Nella zona tra Appignano e Offida si raccolsero numerosi partigiani del Colle san Marco. Il comando del gruppo fu tenuto fino alla fine del 1943 dal tenente Ugo Uguccioni Ranieri, sostituito poi fino alla fine di marzo 1944 dal tenente Nanni Giovanetti e fino alla liberazione dal capitano Luigi Stipa. La banda era in contatto con gli alleati tramite il servizio dell’ ”A-Force” e accompagnava gli ex prigionieri anglo-americani oltre la linea del fronte, passando attraverso la “rat-line”. Il gruppo evitò azioni dirette contro i nazisti allo scopo di salvaguardare la delicata organizzazione relativa all’inoltro di prigionieri.

   Tra dicembre e gennaio il sottotenente Gianmario Paolini del raggruppamento di San Benedetto del Tronto risalì la montagna stanziandosi con i suoi uomini nella zone di Rovetino e Rotella. Lo spostamento fu dovuto dalla necessità di fuggire alla sorveglianza tedesca sempre più pressante lungo la costa. Durante un’azione, il gruppo occupò la caserma dei repubblichini di Force procurandosi diverse armi. Dopo marzo la banda venne divisa in due gruppi con stanza a Rovetino e a Castel di Croce.

   Ad Ascoli Piceno fu poi costituito un numeroso Gruppo di Azione Patriottica (GAP), i cui promotori furono Gesualdo Biondi e Aldo Loreti, reduci del san Marco. Il GAP di Ascoli si contraddistinse per le azioni di spionaggio e controspionaggio, oltre che per le relazioni che intrattenne con gli alleati tramite l’informazione clandestina. Nelle giornate dal 12 al 14 giugno 1944, il GAP, capeggiato da Biondi, assaltò le carceri di Ascoli, liberando tutti i detenuti politici, senza riuscire però nell’impresa di portare in salvo il partigiano Fausto Simonetti e il medico ebreo Jacob Eleliczer.

   A sostegno delle bande operanti nell’entroterra ascolano, lungo la costa si formarono dei gruppi di patrioti con lo scopo di raccogliere, custodire e inviare armi e munizioni ai combattenti.

   Al porto di San Benedetto del Tronto affluivano le armi sottratte ai tedeschi provenienti dalla Dalmazia e che il sottotenente Gianmario Paolini e i suoi uomini fecero giungere nell’ascolano. A Grottammare, per iniziativa del maggiore Italo Postiglione, vennero costituiti altri due gruppi, comandati dal capitano Goffredo Salvi e dal sottotenente Terisio Pignatti, che recuperarono la maggior parte dell’armamento del 154° battaglione.

   Sul versante appenninico, già alla fine di settembre, dopo l’attacco tedesco al Bosco Martese nel teramano, nella zona tra Acquasanta Terme ed Umito, si formò la banda partigiana guidata dal capitano Ettore Bianco, formata da italiani e da numerosi prigionieri slavi ed inglesi fuggiti dai campi di concentramento e diretti inizialmente verso il Gran Sasso e le linee alleate.

   Un altro gruppo si stabilì nei territori compresi tra San Vito e Valle Castellana; il comando fu assunto da Guido Vittori per gli italiani e da Drago per gli slavi. La banda partigiana dominava il territorio, il suo scopo era quello di difendere il retroterra teramano nel quale atterravano i paracadutisti alleati ed impedire che da Ascoli reparti tedeschi e fascisti potessero rastrellare la valle della Tevera.

   Nella zona di Montegallo, alle pendici del monte Vettore, si costituì la banda guidata dal tenente paracadutista inglese Umbert Pearson e formata da ex prigionieri di guerra inglesi, americani, slavi, greci. La banda era poco armata e si limitò ad organizzare un buon servizio di vigilanza di tutta la zona.

Fonte: Istituto storia Marche 900