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Il ritorno di Berlusconi e il porno-party ad Arcore

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ARCORE  – Il presidente arriva sorridente, come ai bei tempi: indossa un pullover nero, pantaloni di velluto e ciabatte di pelle umana rialzate. Discende l’ampia scalinata, tenendo tra le mani un vassoio d’argento contenente una dozzina di Calippo.

Ad attenderlo nell’ampio salone, con lo sguardo da cagne affamate, sta un gruppo di ragazze. La più anziana avrà 35 anni. La più giovane 15, ed è sua figlia. Al bando le traditrici che negli ultimi tempi l’hanno dato per morto, o infangato ai processi: stavolta a Emilio Fede è toccato smanettare su un sito di incontri per scapoli e dare un generico appuntamento a Piazza Loreto a tutte di in cambio di un posto al catasto, o alla Conad. I tempi delle vacche grasse sono finiti: il Presidente ha capito che ad esser troppo buoni si passa per fessi, e momentaneamente ha sospeso le assunzioni come soubrette, o le candidature nelle liste del partito. La fedeltà sarà il banco di prova per future carriere rampanti.

La tutor delle fanciulle è Mara Carfagna, garante delle pari opportunità di tutte le presenti. Il Presidente si è consultato con il suo staff e ha deciso che dentro ogni Calippo fosse depositata una spilla d’oro, a forma di farfallina, da donare a tutte le astanti, che avrebbero dovuto consumarlo prima con fare provocante, poi catturare il prezioso dono.

“Ringrazio gli amici di sempre – attacca il Presidente – per aver organizzato questa festa, in onore alla mia discesa in campo”. Nella sala si alza un applauso. Seduti come chierichetti lungo le pareti, stanno Cicchitto, Gasparri, Capezzone e Lele Mora. Alfano è stato messo in castigo in un angolo, a riempire tre quaderni scrivendo di seguito “io non sono nessuno”. “I comunisti sono stati anche stavolta preziosi alleati. Grazie a loro potremo promettere di abbattere l’auterità e tornare alla prosperità. Come nel 2001 potremo promettere meno tasse per tutti e incolpare i nostro soci del PD dei disastri dell’ultimo anno”.

Quando la festa entra nel vivo le 12 donzelle si trascinano, ubriache fradice, in uno spogliatoio. La solerte Carfagna consegna loro delle maschere: c’è Monti e c’è la Merkel, alle quali è stato ordinato di pomiciare senza interruzioni. Ci sono Bersani e Casini, che dovranno ballare insieme intorno a un palo. Ci sono Napolitano e Ingroia, col primo che brandisce un frustino sulla schiena del magistrato. Poi ci sono un poliziotto e un manifestante, e il primo dovrà bastonare il giovane. Su tutto questo, una fanciulla mascherata da Luca Telese commenterà che la violenza “è da stronzi”.

Intorno al tavolo gracchiano le risate dei “colonnelli”. Gasparri brandisce una bandiera del fascio. Cicchitto getta sul tavolo un volume de Il Capitale, sul cui fianco ha scritto “W la figa”. Alfano piange, nel solito angolino. Ci sono altri invitati, che non riconosco. Osservano, e mentre con la mano destra afferrano polpacci e caviglie delle ragazze, con la sinistra si toccano eccitati. Tutta la sala puzza di carne sudata. L’aria è irrespirabile e ammorbata dall’orchestra di Umberto Smaila.

Io assisto a tutto questo. Immobile, silenzioso. La mia immagine riflessa sullo specchio è un volto pallido, madido di sudore. Vedo il Presidente afferrare la mano di madre e figlia, poi alzarsi e dirigersi verso una porta, sorvegliata da due corazzieri dei carabinieri. Veri, non in maschera. Lo vedo entrare, spingere le due su quello che deve essere il letto di Putin, poi ingoiare delle compresse, pettinarsi e capelli trapiantati e iniziare a spogliarsi. Lo sento promettere un posto fisso all’Ipercoop di Brescia e una laurea in scienze della comunicazione. Le donne hanno il rossetto sbavato: sono vestite squallidamente, con una sorta di boa intorno al collo e biancheria intima consumata, sgualcita, e piangono. Sognavano qualcosa di più di una laurea e un’assunzione da cassiera. Sognavano di sistemarsi, finalmente. Vedo il presidente sfilarsi il pullover, poi precipitare dalle pantofole di pelle umana, togliersi i pantaloni e mostrare alle due, terrorizzate, le mutande con la scritta laccata d’oro “Mi consenta”, sul davanti e ricamate le iniziali S.B. L’uomo ha il ventre flaccido, le gambe rinsecchite, e quando si avvicina al letto inciampa nel tappeto (una pelliccia di leone)…

A scuotermi dall’incubo è la sveglia del mio cellulare. L’Internazionale comunista:

In piedi, dannati della terra,
In piedi, forzati della fame!
La ragione tuona nel suo cratere,
È l’eruzione finale.
Del passato facciam tabula rasa,
Folle, schiavi, in piedi! In piedi!