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Solidarietà a Barbara D’Urso

Schermata 11-2456259 alle 14.07.07-2Solidarietà a Barbara D’Urso, attaccata dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio Bruno Tucci per l’intervista di ieri a Silvio Berlusconi. Intervista brutta, grezza, con domande  a dir poco imbarazzanti: la più scomoda dev’essere stata quel “Presidente, mi si è fidanzato” al quale Papi ha risposto “Sì”, senza esitare.  Silvio ha finalmente messo la testa a posto.

Solidarietà a Barbara D’Urso, improvvisamente diventata agli occhi dell’ODG un cattivo esempio di giornalismo. “Quanti sono – chiede Tucci – i giornalisti di Mediaset? Voglio dire tra Canale 5, Rete 4 e Italia 1? Piu’ di cento, piu’ di duecento? Non lo so. Comunque tanti e tutti bravi, se non eccellenti. E molti di questi iscritti all’Ordine del Lazio che ho l’onore di presiedere. Ebbene, come mai l’ex premier Silvio Berlusconi è stato intervistato lungamente nel pomeriggio di domenica da una presentatrice, bravissima nel suo lavoro, ma assolutamente estranea al nostro mondo?“. Come fosse la prima volta che un “estraneo al mestiere” realizza un’intervista.

E ancora, Tucci prosegue: “Che cosa ne pensano i colleghi, come ad esempio Clemente Mimun, direttore del Tg5, e cioè della testata che spesso riesce a superare negli ascolti persino il Tg1? Non ritiene che questo sia uno schiaffo non solo a lui, ma a tutti i redattori del suo telegiornale? Come presidente dell’Ordine del Lazio (che insieme con la Lombardia ha il maggior numero di iscritti) protesto in modo vibrato rivolgendomi anche al segretario ed al presidente della Federazione della Stampa (il nostro sindacato), affinché violazioni del genere non si ripetano mai più in futuro, alla vigilia di un’aspra e delicata campagna elettorale”.

Solidarietà a Barbara D’Urso, perché l’Ordine dei Giornalisti la considera incapace al cospetto dei “draghi” di Mediaset: come non inchinarsi di fronte alle inchieste di Studio Aperto o del TG5? Come non invidiare a queste testate il lavoro “scomodo” alla ricerca di balene spiaggiate, tanga brillantinati, cani  parlanti. Oppure le coraggiose interviste finora fatte a squali del calibro di Mario Monti, Mario Draghi, Pierluigi Bersani. Bene, solidarietà a Barbara D’Urso perché io non la considero meno “graffiante” di Clemente Mimun, Mario Giordano e Paolo Liguori. Cani da guardia di questo brandello di carne che è diventato la democrazia. Cani che al brandello ogni tanto staccano un pezzo.

Solidarietà a Barbara D’Urso, quindi, anche perché il suo lavoro è stato encomiabile al confronto di quello di tanti altre reporter “embedded”. In fondo l’ha ammesso lei stessa: “Sono una di famiglia”. Un applauso alla sincerità. Solidarietà, perché c’è qualcuno che pensa che Bruno Vespa, giornalista professionista, sarebbe stato più professionale in un’intervista a Berlusconi. E anche perché l’altro lato della medaglia ci propone, magari, quel Floris antiberlusconiano Doc, ma ligio alla logica del bipolarismo, che mai in una sua trasmissione si è scomodato ad invitare qualche voce radicalmente fuori dal coro. Se non sei del Pdl, sei del Pd. Per non parlare del giornalista professionista  Claudio Pagliara, che da un lussuoso hotel di Tel Aviv ci ha fatto sapere che Israele innaffiava con fosforo bianco i cittadini di Gaza per “legittima difesa”.

Solidarietà a Barbara D’Urso, perché almeno qualche domanda l’ha fatta. Oltre un anno fa il quotidiano La Repubblica ci propinò le virtù salvifiche di un signore  di nome Mario Monti, che in meno di 400 giorni è riuscito ad abbattere, insieme allo spread, molti diritti dei cittadini, conquistati in un secolo di lotte. Così curarsi costerà di più, studiare anche. Lavorare in fabbrica a 1200 euro al mese sarà un lusso. Si potrà godere della pensione a 70 anni, già vecchi e malati, mentre i giovani continueranno a spedire curriculum inutilmente ovunque. E anche il debito pubblico è aumentato, perché Super Mario ha dovuto finanziare le banche greche e spagnole coi nostri soldi. Ma da Ezio Mauro quante critiche a Monti avete letto sul suo quotidiano?

E chissà chi sono i giornalisti professionisti, iscritti all’Ordine, di cui l’ex dirigente dell’Eni Scaroni dice: “Da quel che ho potuto verificare di persona l’Eni paga molti giornalisti attraverso le consulenze ed alcuni addirittura li aiuta a sistemarsi, a fare carriera nei giornali ed in televisione in modo che poi abbiano un occhio di riguardo”. E poi: “Pensi che i più importanti quotidiani italiani inviano anticipatamente all’ufficio stampa dell’Eni gli articoli che riguardano l’azienda”. 

Insomma, solidarietà a Barbara D’Urso. Al confronto con certa gente, che l’Ordine dei Giornalisti difende a spada tratta, è una con due palle così.

Tsunami PdL: la barca affonda, anche Belpietro fugge. E #Backusconi si ricandida

Cosa sta succedendo nel PDL? Il partito di Silvio Berlusconi ha preso la più sonora batosta della sua storia, avendo perso dopo l’ultima tornata di “amministrative” moltissime delle città che governava ed essendo, in alcuni casi, letteralmente sparito. Le elezioni politiche intanto incombono e i “gerarchi” hanno solo un anno di tempo per risorgere dalla polvere. Ce la faranno?

Ieri Berlusconi, dopo settimane di silenzio, ha fatto sentire la sua voce: “Il Pdl è morto, non è più il mio partito”, ha detto Papi Silvio. Poi ha rincarato la dose: “Basta con questa struttura senza senso, con questi coordinamenti, con questi congressi. Dobbiamo imparare da Grillo”. Infine ha chiosato: “Solo io posso guidarlo, mi candiderò”, smentendo nel giro di una frase se stesso: si ispira al comico genovese, che però non intende candidarsi e ha sempre presentato, almeno sulla carta, i “5 Stelle” come un movimento totalmente orizzontale e privo di gerarchie. Berlusconi si presenta come il nuovo che avanza, dopo aver governato per quasi vent’anni l’Italia!

Naturalmente le parole di Silvio sono state un vero botto. Su Twitter, tra le principali tendenze italiane, spopola l’hashtag #Backusconi. Alcuni commenti sono esilaranti.

Angelino Alfano, intanto, ha annunciato ancora una volta la nascita di un nuovo movimento politico. Il segretario ha scritto sul sito del Pdl: “Confermo che in tempi rapidi, non appena la polvere di queste elezioni si sarà depositata, nei prossimi giorni, annunceremo una novità. Intendiamo dare una nuova offerta politica ai moderati e stiamo costruendo un percorso che sia accettabile anche da altri soggetti in campo. Ci sarà un segno di novità nei gruppi dirigenti ma non per un nuovismo vacuo”.

Sulla testa di Alfano, però, volteggiano minacciosi avvoltoi. Stamattina il direttore di Libero Maurizio Belpietro, notoriamente vicino al centrodestra, ha pubblicato una lettera aperta dal titolo lapidario: “Dimettetevi tutti”. La lettera, nella versione integrale, è quella che segue:

Allora, vediamo di riepilogare. Alle ultime elezioni il Pdl ha perso Monza, Parma, Como, Asti, Alessandria, Belluno, Brindisi, Lucca, Rieti, Isernia, Palermo e Agrigento: però dice di non essere morto. Può darsi che sia così, come sostengono i maggiori dirigenti del partito. Ma, vista l’emorragia di città amministrate, se non è defunto il Popolo della libertà dev’essere per lo meno moribondo. Altrimenti non si spiegherebbe come sia stato possibile che città storicamente moderate, dove nonostante i lifting ai simboli quelli del Pd continuano a essere considerati sempre e solo comunisti, si siano buttate a sinistra. Senza l’estinzione per consunzione di quello che era fino a ieri il centrodestra, senza la sua prematura dipartita – è stato fondato solo tre anni fa – oggi alcune delle più grandi città del Paese non sarebbero nelle mani di Bersani e compagni, ma sarebbero saldamente condotte da uomini moderati. Certo, se lo desidera il Pdl può consolarsi con la riconquista di Frosinone e anche di qualche centro strappato alla sinistra, tipo Casarano in Puglia o San Salvo in Abruzzo, ma la sostanza delle cose è nella semplicità dei numeri. Fino a due settimane fa il Popolo della libertà guidava 81 comuni sopra i 15 mila abitanti e la sinistra ne aveva 47, oggi il Pdl ne ha 27; Pd, Sel e compagnia cantante ne controllano 85. La situazione non migliora se si guarda ai capoluoghi: su 26 in cui si è votato il Popolo della libertà governava in 15 e due erano a guida leghista, oggi la sinistra ne ha 16, il Pdl 6 e uno è nelle mani del Movimento Cinque stelle.

C’è bisogno d’altro per riconoscere che si tratta di una sconfitta di proporzioni difficilmente paragonabili al passato? Serve aggiungere che un anno fa il centrodestra ha perso anche Milano ed è riuscito a regalare a un esponente dell’Italia dei valori una delle città peggio amministrate dal centrosinistra negli ultimi vent’anni? Che cosa dovremo vedere ancora prima di sentire il gruppo dirigente ammettere di essere stato battuto, o meglio spazzato via, a causa di una serie sterminata di errori che neppure gli elettori più affezionati avrebbero potuto perdonare? Prima le liti, poi l’indecisione nel fare le riforme. In seguito una stangata proprio a quelli di cui si dovevano difendere gli interessi. Infine l’appoggio a un governo che sta attuando il programma del Pdl, ma al contrario. Come se non bastasse, all’appuntamento con le urne ci si è presentati con giunte cacciate per evidente incapacità o per malaffare, oppure con candidati impresentabili. Risultato: ci sono città come Parma in cui il Pdl è scomparso, ridotto a meno della metà dell’Udc, cioè niente. Come si fa a passare dal 30 per cento al 4 in una legislatura? Semplice: si fa tutto ciò che ha fatto il centrodestra nella città emiliana. Ci si uccide, senza nessuno che dall’alto alzi un dito per fermare il suicidio.

Ribadiamo: i vertici del Popolo della libertà possono continuare a nascondere la testa sotto la sabbia e parlare di Tolentino, popoloso Comune delle Marche che dopo anni di guida a sinistra ha svoltato a destra, ma non sarà sufficiente a salvarli. Il voto delle Amministrative, per quanto non abbia valenza nazionale, non è un campanello d’allarme, come alcuni sostengono: è una campana a morto. Certo, volendo i dirigenti del partito possono rincuorarsi guardando i dati dell’astensione. In alcuni Comuni gli elettori che si sono recati alle urne non hanno neppure superato la soglia del quaranta per cento. I maggiorenti del Pdl possono convincersi che ciò rappresenti un segnale, ma non il tradimento di chi votava a destra, che anzi – piuttosto di mettere la croce sul simbolo del Pd, di Sel o dell’Italia dei valori – ha preferito restare a casa. Ma questo non basterà a far ritornare quei voti. Al contrario rischia di allontanarli per sempre. Per riconquistare gli scontenti ed evitare di disperdere al vento o nelle mani di Grillo la grande area del voto moderato c’è bisogno di un grande cambiamento. Non basta togliere un’insegna e metterne un’altra. Né fare qualche ritocchino al programma: qui è necessaria un’autentica rivoluzione, un cambiamento radicale del modo di fare politica. Servono nomi nuovi, volti nuovi, un’immagine di un partito proiettato nel futuro, mentre oggi, ahimé, lo sembra solo nel passato.

Sappiamo ovviamente che il discorso potrà apparire brutale e forse ad alcuni anche ingeneroso. Ma il compito dei giornali amici è quello di essere franchi fino in fondo e non di nascondere la realtà per non dare un dispiacere a persone che ci sono vicine. Una pagina si è chiusa e un’altra si deve aprire. Noi ci auguriamo che il centrodestra lo capisca. In particolare, che lo capiscano i suoi vertici. Aprite le finestre e fate entrare un po’ di aria fresca. Soprattutto, fate uscire quella viziata: è arrivata l’ora.

Curioso che solo oggi Libero si ricordi dell’aria viziata. Finora, in realtà, non ha mai esitato a difendere l’indifendibile e non è dato sapere perché Belpietro, nella lista degli errori imputabili al Pdl, non abbia inserito gliscandali sessuali che hanno coinvolto Berlusconi. Né si comprende perché non abbia menzionato, nomi e cognomi, politici di centrodestra che hanno avuto a che fare con mafiacorruzione, concussione, ecc ecc.

Intanto ci limitiamo a registrare l’avvenimento. Ci domandiamo che ne sarà dei Vari Gasparri, Cicchitto, Bonaiuti e compagnia cantante.